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Il luterano, la prostituta e il Cardinale Kasper

di Don Alfredo M. Morselli (Cooperatores Veritatis, 23 maggio 2018)

Abbiamo davvero la stessa fede?

Recentemente il Cardinale W. Kasper ha rilasciato un’intervista[1] circa la questione sorta in seno all’episcopato tedesco – ma il problema riguarda la Chiesa intera – circa la possibilità di concedere ai luterani l’accesso alla SS. Eucarestia: il caso contemplato è soprattutto quello in cui due coniugi, dei quali uno e cattolico e l’altro evangelico, partecipano insieme alla S. Messa cattolica.

Il porporato tedesco, favorevole alla suddetta concessione, porta diversi argomenti a sostegno delle sue tesi, ammettendo purtroppo anche la generale disobbedienza di fatto, in Germania, alle ben precise disposizioni canoniche tuttora vigenti[2].

Di tutto quel che Kasper ha affermato, prendo qui in esame un argomento particolarmente pericoloso, a motivo dell’equivoco da esso veicolato circa il concetto di fede.

“Certo non si può richiedere da un protestante quanto si richiede normalmente da un cattolico. Basta credere: “Questo è (est) il corpo di Cristo, dato per te”. Su questo anche Lutero ha molto insistito. Le dottrine più sviluppate sulla transustanziazione o consustanziazione, anche un fedele cattolico “normale” non le conosce…»”.

Che cosa intende dire qui il Cardinale? Non si può richiedere che un luterano creda nella transustanziazione? Dalle parole dette in seguito sembra di sì: infatti lo stesso cardinale, a sostegno del fatto che “non si può richiedere etc.” – argomenta dicendo che un “cattolico normale” non conosce “le dottrine più sviluppate sulla transustanziazione o consustanziazione”. Sembra dunque che il porporato affermi che un protestante, che non crede nella transustanziazione, ma che però ammette in altro modo la presenza di Gesù nell’Ostia, abbia la stessa fede di un cattolico medio che non conosce i termini teologici. Non ci sarebbe così tra i due quella gran differenza, tale da impedire l’ammissione del luterano alla SS. Eucarestia.

Visto che poi, sempre secondo Kasper, “molti protestanti hanno più stima e spesso anche più amore per i Papi attuali di quanta ne hanno alcuni cattolici critici e scettici” e “molti luterani hanno una fede e una vita cristiana superiore a quella di molti cattolici”, che cosa si vuole di più dalla vita? “Se condividono anche la fede eucaristica cattolica, che cosa impedisce…? (cfr. Atti degli Apostoli 7, 37; 10,47)”.

 

Un paradosso esemplificativo

Queste affermazioni sono assolutamente inaccettabili per un cattolico; per dimostrare quanto affermo, ipotizzo un caso limite (ritengo utile spingermi al paradosso, per chiarire meglio i concetti): da una parte una ipotetica prostituta cattolica, peccatrice e impenitente, che non sa nulla di transustanziazione, né di sostanza, né di accidenti; però durante la Messa, nelle rarissime volte che ci va, al momento della consacrazione, dice “Mio Signore e mio Dio” e recita ogni tanto l’atto di fede (“Chi sono io per giudicare?” cit.); dall’altro lato un luterano che conduce una vita esemplare, che presta aiuto ai rifugiati, impegnato con la Caritas, insomma un protestante che conduce “una vita cristiana superiore a quella di molti cattolici” – per dirla con KasperMa dirò di più: questo caro fratello crede, soggettivamente nella transustanziazione, ben conscio di quel che significa (la fede luterana glielo consente, nel caso egli ritenga questa idea una ispirazione certa sulla base della sola Scrittura e di cui egli stesso è convinto e che si sente di annunciare): conosce benissimo i termini sostanza e accidente, è filosofo e conoscitore di San Tommaso.

Ebbene, le due persone in questione non hanno la stessa fede: solo la prostituta incolta e impenitente ha la fede – seppure informe – e solo lei – naturalmente se si confessasse (ma non le sarebbe richiesto di capire che cos’è la transustanziazione) potrebbe accostarsi alla S. Comunione.

E adesso vengo a spiegare le ragioni.

I medioevali distinguevano, nell’atto di fede, tre aspetti, quali parti integrali: Credere Dio, il Credere a DioCredere in Dio.

  • Credere Dio indica l’oggetto della fede, la quale non è una vuota categoria da riempire ad libitum con una qualunque sentire religioso, ma ha un contenuto ben preciso, che è quanto Dio ci ha rivelato e la santa Chiesa ci propone a credere.
  • Credere a Dio indica che noi crediamo non perché in primo luogo siamo convinti noi stessi di una certa verità, ma perché è Dio, verità infallibile che non può mentire, che ci sta parlando: se siamo convinti che la Rivelazione è vera, lo siamo innanzi tutto perché ci fidiamo di Dio. Anche se certamente la ragione ci viene in aiuto, allorché cogliamo i motivi di credibilità (ciò che ci induce a credere) e il nesso dei misteri tra di loro, quindi la loro plausibilità, o credibilità soprannaturale.

La fede non è quindi terra di conquista di un ragionamento, o scelta di una opzione tra molte, ma è l’accoglienza di un dono perfetto che discende dall’alto[3], pur essendo l’adesione intellettuale propria della fede stessa rispettosa dell’intelligenza umana e tutt’altro che forzata o immotivata.

  • Credere in Dio, indica il moto della volontà nell’atto di fede: esso è duplice: di primo acchito è l’atto della volontà che assente al dato rivelato (sì e vero), in secondo luogo è la volontà che fa sì che la fede sia formata (imperata dalla carità, credendo amare) e che essa si slanci, da un primo assenso alla verità, fino al totale abbandono in Dio. Quest’ultimo aspetto è stato ben descritto nella definizione di fede in Dei verbum 5: “A Dio che rivela è dovuta «l’obbedienza della fede» (Rm 16,26; cfr. Rm 1,5; 2 Cor 10,5-6), con la quale l’uomo gli si abbandona tutt’intero e liberamente prestandogli «il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà»[4] e assentendo volontariamente alla Rivelazione che egli fa”.

San Tommaso spiega da par suo i suddetti concetti:

“Se si considera in rapporto all’intelletto, allora nell’oggetto della fede possiamo distinguere due cose, secondo le spiegazioni date. La prima è l’oggetto materiale della fede. E da questo lato si considera come atto di fede “credere Dio”: poiché, come sopra abbiamo detto, niente viene proposto alla nostra fede, se non in quanto appartiene a Dio. – La seconda è la ragione formale dell’oggetto, la quale costituisce come il motivo per cui si acconsente a una data verità di fede. E da questo lato si considera come atto di fede “credere a Dio”: poiché, come sopra abbiamo detto, oggetto formale della fede è la prima verità, alla quale l’uomo deve aderire, per accettare in forza di essa le cose da credere”[5].

È in forza dunque della nostra adesione a Gesù Cristo che noi accettiamo le verità di fede. Ora però sappiamo che lo steso Signore ha affidato la trasmissione di queste verità alla Sua Chiesa: e così noi crediamo perché Gesù ci ha detto di fidarci della Chiesa: “Chi ascolta voi, ascolta me”[6].

Ed è per questo che il Magistero vivo è la regola prossima della fede, perché noi non possiamo credere altrimenti che ricevendo tramite esso le verità di fede[7].

Crediamo le verità di fede in forza della nostra adesione a Gesù Cristo, ma non possiamo aderire a Gesù Cristo se non in virtù della fede nella Chiesa, perché non c’è altro Gesù credibile se non quello annunciato dalla Chiesa. San Paolo parla del “Figlio di Dio Gesù Cristo annunciato tra voi per mezzo di noi”[8] e di un Gesù annunciato alle genti e creduto nel mondo[9].

 

Il Magistero vivo regola di fede.

Nel Magistero vivo noi possiamo riconoscere una regola di fede certa e sicura, in grado di togliere ogni dubbio in caso di controversia; una regola universale, cioè proporzionata e accessibile a tutti; una regola perpetua e indefettibile, che può crescere e svilupparsi, senza però contraddirsi; una regola prossimavicinasempliceimmediata, a cui il semplice fedele può ricorrere per chiarire ogni dubbio, senza consultare direttamente la Sacra Scrittura, i Padri e i vari luoghi teologici: una regola accettabile come dono, in quanto autentica e autoritativa.

Ora quando una persona cattolica – fosse anche la prostituta del nostro esempio, incolta e in stato di peccato – dice: “mio Signore e mio Dio” durante la S. Messa, al momento della consacrazione, crede in un modo essenzialmente diverso rispetto ad un luterano; quest’ultimo potrebbe credere nella transustanziazione, ma solo in base alla sua privata convinzione o interpretazione della Sacra Scrittura. Il cattolico crede “perché la Chiesa così propone”, il protestante perché secondo lui le cose stanno in un certo modo. Credono secondo diverse regole di fede.

Quindi non è vero che le due persone del nostro esempio hanno la stessa fede; e non si può dire, come fa Kasper, che “abbiamo la stessa fede”.

Inoltre, un’eventuale condotta oggettivamente irreprensibile del protestante non rende buono e neppure rivaluta un atto di fede non fondato sulla giusta regola. Così come una condotta reprensibile di un cattolico non altera in sé il suo atto di fede, se egli crede “quanto Dio a rivelato e la Chiesa propone a credere” (È per questo che ho fatto l’esempio paradossale di una prostituta di fede cattolica: se pratica il mestiere ha la fede informe, ma se crede quanto la Chiesa etc. ha la fede informe cattolicissima; il protestante, anche se pio, no).

 

È possibile credere in ciò che non si conosce?

Rimane ora da dirimere un altro dubbio, virtualmente compreso nell’argomento del Cardinale Kasper: come è possibile che si abbia fede nella transustanziazione, non avendo di essa la più pallida idea? Come è possibile credere in ciò che non si conosce?

Ciò è possibile perché la fede può essere implicita, come ad esempio quella infusa nei bambini non battezzati, e quella degli infedeli che senza colpa non conoscono Cristo e che seguono il retto dettame della coscienza; costoro, in forza di detta fede implicita, sono uniti all’anima della Chiesa se non al corpo, oppure – seguendo una terminologia conciliare – sono meno pienamente incorporati ad essa.  San Tommaso spiega:

“Rispetto ai dogmi fondamentali, che sono gli articoli di fede, l’uomo è tenuto a crederli esplicitamente, come è tenuto ad avere la fede. Invece le altre verità di fede l’uomo non è tenuto a crederle in maniera esplicita, ma solo implicitamente: è tenuto, cioè, ad avere l’animo disposto a credere quanto si contiene nella Scrittura. Però allora soltanto è tenuto a crederle in maniera esplicita, quando gli consta che esse fanno parte dell’insegnamento della fede”[10].

In base a questa spiegazione, la persona incolta che non sa che cos’è la transustanziazione, crede ad essa implicitamente, se “ha l’animo disposto a credere quanto si contiene nella Scrittura”, cioè se crederebbe non appena qualcuno gliela spiegasse. Ora ciò si presuppone in un cattolico docile, ad esempio nel caso di una vecchietta che si fida del parroco, e che sa che il di lui insegnamento rispecchia la fede della Chiesa. Ma ciò non accade in un protestante colto, che sa bene quello che la Chiesa cattolica dice, e non è “disposto a credere quanto si contiene nella Scrittura”, come essa è proposta dalla Chiesa e proprio perché è proposta in un certo modo dalla Chiesa.

Ma oggi qualcuno mi potrebbe obiettare: tanti parroci non vogliono sentir parlare di transustanziazione: ci sono troppi modernisti: quindi come fa una vecchietta che si fida del parroco eretico a credere nella transustanziazione?

Anche in questo caso la vecchietta ha ugualmente la fede implicita, perché Lei non crede formalmente all’errore del parroco, ma nella fede della Chiesa che non può venire meno: il suo errore non è nella fede (che lei vuole sia quella indefettibile della Chiesa), ma nella incolpevole attribuzione di detta fede alle persone sbagliate. Anche in questo caso ci viene in aiuto San Tommaso.

“Le persone semplici non hanno una fede implicita nella fede dei maggiorenti, se non in quanto questi ultimi aderiscono all’insegnamento divino; ecco perché l’Apostolo scriveva: “Siate miei imitatori, come io lo sono di Cristo”. Infatti non è regola di fede la conoscenza umana, ma la verità divina. E se alcuni dei maggiorenti se ne allontanano, non ne è pregiudicata la fede dei semplici, i quali ritengono che essi abbiano una fede retta; a meno che non vogliano aderire agli errori di costoro, contro la fede della Chiesa universale, che non può mai venire meno, secondo la promessa del Signore: “Io ho pregato per te, o Pietro, affinché la tua fede non venga meno”[11].

Conclusione

Diceva il Cardinale Kasper, nell’intervista presa in esame:

“Se condividono anche la fede eucaristica cattolica, che cosa impedisce…? (cfr. Atti degli Apostoli 7, 37; 10,47)”

Rispondo dicendo: Non condividono la fede eucaristica cattolica, ed è proprio questo che impedisce la loro ammissione alla SS. Eucaristia.

NOTE

[1] «Il Concilio e due encicliche ammettono casi di eucaristia ai protestanti», a c. di Andrea Tornielli, Vatican insider, pubblicato il 13/05/2018, ultima modifica il 14/05/2018 alle ore 07:56.

[2] “…nella prassi quotidiana delle parrocchie si è sviluppato o almeno si sta sviluppando la prassi secondo la quale in un matrimonio bi-confessionale, i partner protestanti che sono veramente interessati, partecipano alla comunione”. Ibidem.

[3] Cf. Gc 1,17: “ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall’alto (ἄνωθέν ἐστιν) e discende dal Padre della luce (καταβαῖνον ἀπὸ τοῦ πατρὸς τῶν φώτων), nel quale non c’è variazione né ombra di cambiamento”.

[4] CONC. VAT. I, Cost. dogm. sulla fede cattolica Dei Filius, cap. 3: Dz 1789 (3008) [Collantes 1.067]. Nel testo conciliare è la nota (4).

[5] S. Th., IIª-IIae q. 2 a. 2 co.

[6] Lc 10,16.

[7] Nell’ordine della causalità efficiente della Rivelazione, possiamo distinguere così la SS. Trinità rivelatrice e creatrice dell’ordine soprannaturale come causa efficiente principale, i profeti e Gesù Cristo in quanto uomo quali causa strumentale, e la proposizione infallibile della Chiesa come condizione assolutamente indispensabile. La Chiesa nel proporre non rivela nulla, ma senza la proposizione della Chiesa non possiamo attingere alla Rivelazione.

[8] 2 Cor 1,19: ὁ τοῦ θεοῦ γὰρ υἱὸς Ἰησοῦς Χριστὸς ὁ ἐν ὑμῖν δι’ ἡμῶν κηρυχθείς.

[9] Cf. 1 Tim 3,16.

[10] S. Th. IIª-IIae q. 2 a. 5 co.

[11] S. Th. IIª-IIae q. 2 a. 6 ad 3; l’obiezione 3 dell’articolo, a cui l’Aquinate risponde, è questa: “Se la gente del popolo non è tenuta ad avere una fede esplicita, ma implicita soltanto, è obbligata ad avere una fede implicita sulla fede dei maggiorenti. Ma questo è pericoloso: perché può capitare che i maggiorenti cadano nell’errore. Dunque anche la gente semplice deve avere una fede esplicita. E quindi tutti son tenuti ugualmente a credere in maniera esplicita”.