I lumi bigotti di Parigi “Per un uomo nuovo”. Chi sono i maître à penser della laicità francese

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Sandrine Mazetier(di Giulio Meotti su Il Foglio del 04-09-2013) La socialista parigina Sandrine Mazetier ha depositato un progetto di legge per cambiare nome alla “scuola materna”. La tradizionale dicitura è troppo “sessista”, meglio quella di “scuola primaria”. La proposta viene dai nuovi ideologi della “teoria del genere”.

Una corrente di cui è capofila lo psichiatra Serge Hefez, autore del libro “Le nouvel ordre sexuel”, l’accademica dell’Université Paris Ouest Nanterre La Défense Nicole Mosconi, autrice di “Genere e avvenire”, e Réjane Sénac della Sorbona. Sono loro ad aver scritto “Educare contro l’omofobia”, il testo chiave nella Francia delle nuove battaglie ugualitarie e neo laiciste, appena arrivato ai ministeri e uscito dal sindacato insegnanti con sede in Boulevard Auguste-Blanqui a Parigi.

Gli studiosi affermano che “il genere è nemico dell’uguaglianza” e che bisogna “decostruire la complementarietà dei sessi” (la teoria cattolica su maschio e femmina). Si tratta di un vero e proprio “progetto pedagogico”, in cui si auspica l’inserimento a scuola della figura dell’“homoparent” e la lotta contro “l’eterocentrismo” per far sì che “l’omosessualità non resti nella sfera privata”, ma diventi cultura pubblica.

Così la scuola materna Marcel Bourdarias di Saint-Ouen, vicino a Parigi, offre già ai bambini un’educazione “non differenziata secondo il sesso”. Come è possibile che la Francia, la terna universale Liberté-Egalité-Fraternité lordata dall’idra razzista-poliziesca denunciata su l’Aurore più di un secolo fa, tra i grandi paesi europei sia diventato quello meno liberale di tutti? Almeno stando al rapporto annuale sulla libertà religiosa nel mondo redatto dagli Stati Uniti. Nel rapporto 2013, insieme a Cina, Arabia Saudita, Iran, Pakistan e altre tirannie e satrapie, è spuntata la voce “Europa occidentale”, in particolare “la laicità troppo aggressiva” della Francia, di cui la proposta Mazetier è espressione.

Nei giorni scorsi il Foglio ha dato conto della “rivoluzione morbida” attuata da vari ministeri francesi, soprattutto quello dell’Istruzione con Vincent Peillon e delle Donne con Najat
Vallaud-Belkacem, a colpi di carte della laicità nelle scuole, delazioni “anti omofobe” e provvedimenti liberticidi. Ma chi sono i filosofi, gli accademici e gli esperti che hanno costruito questa “laïcité égalitaire”?

E’ un gruppo ideologico trasversale, un misto di maître à penser e tecnocrati, che accomuna il protestante socialista Lionel Jospin e parte della destra gollista. Una scuola di pensiero che si è formata nel 2003 attorno alla commissione Stasi di Jacques Chirac, dal nome del politico che avrebbe stabilito la messa al bando dei simboli religiosi. Fra i consulenti del ministro Peillon c’è proprio l’animatore della commissione Stasi, Rémy Schwartz, autore di “Un secolo di laicità” e tecnocrate delle politiche di immigrazione.

Assieme a lui Régis Debray, intellettuale errante della sinistra dapprima iscritto al Pcf, poi sherpa di Mitterrand e nella cui biografia spicca la partecipazione all’ultima, mortale avventura di Ernesto Che Guevara nella guerriglia boliviana. La “bibbia” di questa “laïcité scolaire” francese è un testo di 66 pagine, “Morale laïque”, scritto dallo storico dei movimenti sindacali Alain Bergounioux, dalla filosofa Laurence Loeffel e dal consigliere di stato Schwartz. Nelle parole del Figaro, è “la troika della laicità”.

Sostengono che il compito della laicità è forgiare “un’anima di uguaglianza sociale”, inculcare “l’emancipazione”, plasmare le “virtù della solidarietà”, costruire un’“etica minimalistica”, in sintesi la “formazione dell’uomo”, una nuova “umanizzazione” (l’uomo nuovo sovietico?). I tre definiscono lo spazio pubblico un “sanctuaire républicain” di natura semi religiosa. Si deve “operare per l’adesione di tutti ai suoi principi” (della laicità).

Insomma, “la laicità non è un carattere dello stato”, cui i suoi ordinamenti si debbono conformare nel rispetto delle religioni, ma “una serie di principi ai quali è
necessario che i cittadini aderiscano”, dunque una ideologia di stato. “Sono i cittadini
che devono essere laici”. Il secolarismo, scrivono, non è neutralità all’americana, “laïcité pacificatrice”, ma un secolarismo di rifiuto, “laïcité du combat”. C’è stato uno “scisma” fra le due rivoluzioni: in Francia i rivoluzionari detestavano Dio, mentre i Padri fondatori divisero la chiesa dallo stato per proteggere la prima dal secondo.

In Francia la laicità ha un aspetto esclusivo: “Lo stato è laico e quindi i cittadini devono esserlo”. Per usare la loro formula icastica, è la “République contre Démocratie”. Secondo il filosofo esperto di secolarismo, Henri Peña-Ruiz, questa nuova scuola di pensiero francese vuole “sostituire la dottrina cristiana con una sorta di indottrinazione laicista”.

Jean Baubérot, il fondatore della “sociologia della laicità” già membro della commissione Stasi, ma anche coautore della “Dichiarazione universale di laicità” firmata da 250 intellettuali di tutto il mondo, ha attaccato gli ex colleghi in quanto “fondamentalisti laici” portatori di un “integralismo repubblicano”. In questa logica rientra il “Projet de loi pour l’égalité entre les femmes et les hommes”, fra i più controversi della laicità francese. E’ il progetto di legge per l’uguaglianza fra uomini e donne del ministro Vallaud- Belkacem che “mira a combattere le ineguaglianze di genere nella sfera privata, professionale e pubblica”.

Si tratta dell’articolo 17 del progetto, ribattezzato “delazione per tutti”. Se la legge Belkacem dovesse passare, i provider del web dovranno bandire “espressioni che incitino all’odio”, fra cui le “espressioni sessiste, omofobe e discriminatorie” (compresa l’opposizione alla legge Taubira sul matrimonio per tutti). Fra i saggi interpellati da Peillon ci sono la studiosa Nathalie Mons e la sociologa Jacqueline Costa-Lascoux, che intendono limitare la libertà religiosa anche negli spazi di lavoro privati, come gli asili nido.

Alain Seksig, presidente dell’Haut conseil à l’intégration, sta lavorando a una legge che vieti i simboli religiosi nelle università. Ma anche accademici della Sorbona come Patrick Weil, il sociologo François Dubet e il teorico dell’“umanesimo pedagogico” Philippe Meirieu. Sì, perché il cosiddetto pedagogismo è la gamba di questa “idéologie française”, una teoria costruttivistica dell’educazione che trova la sua giustificazione nel behaviorismo.

Il concetto di “formazione” soppianta quello di insegnamento. Molti di questi “pedagoghi della laicità” si formano all’Iufm, la scuola di formazione che si occupa con zelo fanatico della “rieducazione” degli insegnanti recalcitranti. Un insigne matematico vincitore della medaglia Fields, Laurent Lafforgue, si prese la soddisfazione di chiamarli Khmer rossi. Nel giro di poche ore venne espulso dall’Haut Conseil de l’éducation, dove era stato chiamato per la chiara fama. La teoria è stata subito tradotta in parole d’ordine ministeriali: non bisogna più trasmettere un sapere, ma “aiutare l’alunno a diventare l’attore della propria formazione”. Sembra una riedizione della “Querelle des Anciens et des Modernes”. Molti di questi autori fanno base all’Osservatorio della laicità voluto dal presidente François Hollande e diretto dall’ex ministro Jean-Louis Bianco.

Lì la “laicità senza compromessi” è propugnata da Patrick Kessel, massone del Grande oriente di Francia e autore del pamphlet “Ils ont volé la laïcité!”. Kessel sostiene l’inserimento in Costituzione dei due articoli della legge del 1905 sulla separazione tra stato e chiesa, nonché la soppressione del Concordato (sul Monde Diplomatique Jan Philipp Reemtsma ha parlato dei cittadini religiosi come “di seconda classe”).

La senatrice Françoise Laborde del Parti Radical de Gauche ha proposto una legge per garantire la “neutralità religiosa negli asili” contro le influenze religiose. È la “laïcité de contrôle”, un secolarismo irreggimentato, a cui aderiscono il filosofo Abdennour Bidar, che propugna un “esistenzialismo della laicità”, la giurista Soraya Amrani Mekki e il poeta Daniel Maximim.

Per loro esiste anche “una laicità interiore”, ovvero l’arte di dubitare. Dicono che è giunto il momento di “una terza tappa nei diritti delle donne”: dopo il voto e le conquiste degli anni Settanta, “l’obiettivo oggi è l’uguaglianza”. In esergo a molti testi dei laici francesi contrari al “toilettage”, termine che sta a indicare la revisione della legge della laicità, c’è una frase pronunciata proprio dal relatore di quella legge del 1905, il socialista Aristide Briand: “Il germe di tutte le divisioni sta nelle questioni di coscienza”. I lumi sembrano diventati orbi. (Giulio Meotti)

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