Hong Kong, l’opposizione in carcere. Cinque vengono dal mondo cattolico - Corrispondenza romana
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Hong Kong, l’opposizione in carcere. Cinque vengono dal mondo cattolico

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(Gianni Criveller, Mondo e Missione – 16 aprile 2021) Stanotte entrano in prigione altri cari amici, tra i quali Lee Cheuk-yan, Cyd Ho e Leung Kwok-hung. Molti dei condannati per “assemblea illegale” sono cresciuti con la Chiesa locale e i missionari del Pime. Sono i confessori dei nostri giorni: meriterebbero più riconoscimento. Ma il nostro tempo e questo mondo non amano la libertà

Hong Kong, come l’abbiamo conosciuta, non c’è più. Da tempo lo scrivo e oggi, in assoluto, è una delle giornate più tristi, anche sul piano personale, da quando la libertà è morta. Nove leader dell’opposizione democratica hanno ricevuto la sentenza dopo essere stati condannati per ‘assemblea illegale’. Le sentenze variano da caso a caso, e per alcuni di loro, compreso Martin Lee, la pena è stata sospesa, forse in ragione dell’anzianità. Ma stanotte entrano in carcere altri cari amici, tra i quali Lee Cheuk-yan, Cyd Ho e Leung Kwok-hung. Già in carcere ci sono i giovani Joshua Wong e Agnes Chow.

Qualcuno mi dice le condanne, che variano da 8 a 19 mesi, avrebbero potuto essere più severe. È vero, in questi tempi bui non c’è limite al peggio. C’è, forse, ancora un po’ di senso di equità nella magistratura di Hong Kong: “ci sarà pure un giudice a Berlino!”. Eppure queste condanne non dovevano esserci in primo luogo, e per quanto le sentenze non siano il massimo previsto, hanno un enorme significato intimidatorio. Una cosa inimmaginabile per una città che fino al 1° luglio 2020 era libera.

Gli attivisti non sono condannati per atti violenti. Per l’accusa, avrebbero organizzato, il 31 agosto 2019, una marcia di 1.700.000 persone, pacifica ma non autorizzata. A quel tempo non vigeva la legge sulla sicurezza nazionale. Le persone condannate fecero in realtà un’azione di contenimento e moderazione della grande manifestazione spontanea, prodigandosi per mantenere la calma e l’ordine. Non sono infatti attivisti sconsiderati ma esponenti politici che da decenni sono protagonisti della vita pubblica; persone rispettate dalla popolazione: il più giovane ha 64 anni, il più anziano 82.


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A me preme sottolineare la dimensione ecclesiale della tragedia in corso. Cinque di coloro che oggi hanno ricevuto la sentenza per l’incarcerazione sono cattolici. Martin Lee, il padre della democrazia di Hong Kong, è un avvocato ed ex parlamentare di 82 anni. È stato condannato a 12 mesi di carcere, con la condizionale. Ha fondato il Partito democratico (che ha il sostegno maggioritario tra la popolazione) ed è tra gli autori della Legge-base, ovvero la carta costituzionale della città. Per i cattolici è una figura familiare. Un credente che ogni mattina partecipa alla Messa, e la serve come lettore, nella centralissima chiesa di San Giuseppe. È stato per decenni tra i consiglieri più apprezzati della diocesi, spesso invitato a parlare ai presbiteri, ai diaconi e ai laici sui temi scottanti di attualità. Lo ricordo in prima fila nei principali eventi della comunità cattolica. L’ultima volta che abbiamo parlato fu nel marzo 2019, al ricevimento di addio ad Ante Jozić, allora rappresentante della Santa sede in città, ora nunzio in Bielorussia.

Queste condanne feriscono il cuore della Chiesa, toccata nei legami più cari. A chi dice che i cattolici di Hong Kong sono divisi, rispondo che non lo sono affatto di fronte a Martin Lee, un fratello amato e condannato per i suoi ideali. Per me è un “uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”. Sono sollevato che la sua pena sia stata sospesa, ma non meno indignato che un mite e valoroso uomo di legge e di fede sia trattato così, all’età di 82 anni. E pensare che Carrie Lam, il capo esecutivo, aveva assicurato che la legge della sicurezza nazionale avrebbe colpito solo gli agitatori.

Al cattolicesimo appartiene anche il parlamentare e sindacalista Lee Cheuk-yan, 64 anni: un amico carissimo, legato ai missionari del Pime da vincoli familiari. La moglie Elizabeth Tang fu ‘adottata’, piccola orfana insieme alle due sorelle, da padre Adelio Lambertoni, originario di Velate (Varese), dove i coniugi Lee si recano ogni anno per pregare presso la tomba del missionario. Battezzato nella chiesa anglicana, Cheuk-yan frequenta con la moglie e la figlia cattoliche la parrocchia del loro quartiere e la casa del Pime. Elizabeth è un’importante sindacalista conosciuta nel mondo, Segretaria generale della Federazione Internazionale delle lavoratrici domestiche.


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La vita dei coniugi Elizabeth e Cheuk-yan Lee è tutta dedicata alla giustizia sociale, motivati dalla fede cristiana. Lo ha ribadito al processo dello scorso 8 aprile, che lo ha condannato, lo stesso Lee Cheuk-yan, associando il suo arresto e la sua condanna a quelli dello stesso Gesù. Un discorso davvero nobile, di grande ispirazione ideale e religiosa. All’indomani del 4 giugno 1989 (massacro di piazza Tiananmen) tutta Hong Kong si mobilitò perché Lee, che si era recato a Pechino a portare la solidarietà di un milione di cittadini di Hong Kong, fosse liberato e lasciato tornare a Hong Kong. Non credo abbia mai contemplato la possibilità che un giorno avrebbe conosciuto proprio le carceri di Hong Kong.

Il 29 novembre 2019, Lee parlò presso il Teatro del Pime di Milano, su invito della rivista Tempi (a questo evento si riferisce la foto pubblicata sopra ndr). In quell’occasione fui invitato ad illustrare l’opera dei missionari del Pime a favore dell’impegno sociale dei cristiani. L’amico Cheuk-yan, con cui condivisi quel palco, entra in prigione stasera. La condanna è di un anno, mentre è in attesa dell’esito in altri due processi. E con lui, oggi, sono condotti in carcere sorelle e fratelli che hanno preso seriamente l’annuncio evangelico. Credono nella libertà, il cui autore è Gesù stesso. Hanno piena coscienza della dignità degli uomini liberi, perché figli di Dio, creati a sua immagine, protagonisti nel costruire il bene comune della comunità degli uomini.

Anni fa la parlamentare Cyd Ho, 66 anni, incarcerata da stasera per otto mesi, mi disse, durante una manifestazione per il ‘diritto di residenza’ al Charter Garden, che da ragazza aveva ricevuto il battesimo da un missionario del Pime.


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Cattolica è anche la mite intellettuale Margareth Ng, 73 anni, che la fatidica notte del 1 luglio 1997, a fianco di Martin Lee, si rivolse al popolo di Hong Kong dal balcone del Parlamento. Chiesero la libertà e la democrazia, come promesse dalla costituzione della città.

Oggi, 16 aprile 2021, prima della lettura della sentenza che l’ha condannata a 12 mesi (sospesi), ha fatto una significativa dichiarazione, che si è conclusa con un’invocazione a San Tommaso Moro: “Sono invecchiata al servizio dello Stato di diritto. So che San Tommaso Moro è il santo patrono della professione legale. Fu processato per tradimento perché non aveva piegato la legge alla volontà del re. Le sue ultime, famose parole sono ben conosciute; mi permetto però di adattarle leggermente per farle mie: “Sono una buona servitrice della legge, ma prima ancora del popolo. Perché la legge deve servire il popolo, non il popolo la legge”.

Cattolico è Jimmy Lai, 72 anni, in prigione già da tempo, fondatore di Apple Daily, il giornale più popolare di Hong Kong. Si convertì da adulto grazie all’allora vescovo Joseph Zen. Oggi ha ricevuto altri 19 mesi di carcere. Insieme a loro sono stati condannati altri leader, con i quali abbiamo vissuto momenti di impegno comune. Il coraggioso politico Albert Ho, 69 anni, ha ricevuto un anno con la condizionale. Nel novembre del 2019 fu picchiato alla vigilia di un viaggio in Italia che lo avrebbe portato a Milano.

Leung Kwok-hung (ovvero ‘capelli lunghi’ per la vistosa capigliatura), ha ricevuto la pesante condanna a 18 mesi di carcere. Un leader carismatico e determinato, ma anche un volto familiare e apprezzato. È un rivoluzionario romantico, protagonista di mille battaglie non violente sulle strade di Hong Kong, sempre vestendo la maglietta con l’immagine di Che Guevara.

In prigione (o sospesi con la condizionale) da oggi ci sono uomini e donne testimoni, puniti per l’impegno civico e, per alcuni tra loro, per aver messo la loro fede dentro la vita professionale e politica. Sono i confessori dei nostri giorni: meriterebbero più riconoscimento. Ma il nostro tempo e questo mondo non amano la libertà, né chi combatte per essa, pagando di persona un prezzo carissimo.