Emerito, ma non più papa. Smentite le fantasie sulla rinuncia di Ratzinger

Benedetto XVI rinuncia
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di Nico Spuntoni

La rinuncia di Benedetto XVI continua a far discutere. I canonisti bocciano l’emeritato e la distinzione tra munus e ministerium

Più di dieci anni dopo la storica Declaratio di Benedetto XVI, la rinuncia al ministero petrino resta un argomento caldo. In questo decennio non si è smesso di parlarne sui giornali, persino sui social e col passare degli anni cresce anche l’attenzione in ambito accademico. Quella di Ratzinger fu una sorpresa, ma in questo lasso di tempo non si è arrivati ancora ad una legislazione sulla rinuncia nonostante lo stesso Francesco abbia detto in un’intervista che per il futuro “conviene delimitare meglio le cose”. Anche nel caso si dovesse arrivare ad una disciplina specifica, è improbabile pensare ad una fine delle discussioni (e delle speculazioni) sul passo indietro di Benedetto XVI dal momento che varrebbe solamente per i casi futuri e non per quello passato. A complicare le cose, la scelta del titolo di “papa emerito” fatta da Ratzinger e che il suo successore Francesco ha già chiarito di non condividere, preferendo quello di “vescovo emerito di Roma“.

Questi temi sono stati al centro della presentazione del volume “La rinuncia all’ufficio petrino. Itinerari dottrinali a dieci anni dalla Declaratio di Benedetto XVI” a cura di Beatrice Serra che si è tenuta venerdì nella facoltà di Giurispudenza, all’Università degli studi La Sapienza di Roma. Un evento particolarmente significativo per la presenza di alcuni relatori autorevoli come monsignor Giuseppe Sciacca, uno dei più brillanti canonisti viventi attualmente a capo dell’Ulsa, il cardinale Gianfranco Ghirlanda, patrono del Sovrano Militare Ordine di Malta e ascoltatissimo consigliere del Papa sulle questioni canoniche e la professoressa Geraldina Boni dell’Università degli Studi di Bologna.

Nel suo intervento introduttivo, monsignor Sciacca è stato categorico su alcune delle questioni più dibattute già all’indomani della Declaratio di Benedetto XVI: il vescovo ha detto che si deve parlare di “rinuncia e non di dimissioni” perché “queste ultime hanno un carattere surrettizio cioè sono presentate e accettate, quindi incompatibili con l’ufficio petrino”. Infatti non bisogna dimenticare che il Papa è legibus solutus, un aspetto che potrebbe creare qualche problema ad un’eventuale regolamentazione delola rinuncia. Quando Ratzinger ha rinunciato, sono stati in molti a ricordare la volontà di Pio XII di lasciare il pontificato di fronte al pericolo di essere arrestato dai nazisti perché così Adolf Hitler avrebbe finito per deportare “il cardinale Pacelli e non certo il Papa”. Però Sciacca, che è anche un grande conoscitore nonché cultore della memoria pacelliana, ha spiegato nel convegno alla Sapienza che un ex papa non torna ad essere cardinale perché perchè il cardinalato è un “ufficio ecclesiastico che si perde o per promozione, o per rinuncia o per rimozione”.

La scelta di Ratzinger di farsi chiamare solo “papa emerito” dopo la rinuncia ha suscitato perplessità anche nel mondo ratzingeriano, come dimostrarono le nette parole del compianto cardinale George Pell secondo cui “sebbene il papa in pensione possa mantenere il titolo di ‘papa emerito’, dovrebbe essere reinserito nel collegio cardinalizio in modo da essere conosciuto come ‘Cardinale X, papa emerito’, non dovrebbe indossare la talare papale bianca e non dovrebbe insegnare pubblicamente”.

Il cardinale Ghirlanda, così come Francesco, crede che dopo la rinuncia si debba usare il titolo di “vescovo emerito di Roma“, così come aveva sostenuto anche subito dopo la Declaratio di Benedetto XVI.

Monsignor Sciacca ha bocciato l’emeritato sostenendo che non c’è differenza tra “papa emerito” e “vescovo di Roma emerito”; in entrambi i casi non va. A suo dire, infatti, questa scelta rischia di duplicare l’immagine e il vescovo giurista ne attribuisce il ‘peccato originale’ alla tesi di Karl Rahner – poi da lui stesso abbandonata – secondo cui il papato rappresenta un grado superiore del sacramento dell’ordine. Ratzinger stesso, quindi, rinunciando al ministero petrino avrebbe conservato il solo carattere episcopale ma senza più alcuna giurisdizione pontificia.

Alla presentazione del volume curato da Beatrice Serra, monsignor Sciacca ha fatto cenno alle “libere interpretazioni, talvolta pure irriguardose vuoi per Ratzinger vuoi per papa Francesco” emerse in questi anni sulla questione della rinuncia del 2013 e che col passare degli anni – complice probabilmente la nostalgia per il precedente pontificato – anziché diradarsi sembrano trovare persino più consensi. Queste tesi, portate avanti da una componente minoritaria ma combattiva dell’opinione pubblica, talvolta si appellano ad una famosa dichiarazione fatta nel 2016 da Georg Gänswein alla presentazione di un libro di don Roberto Regoli secondo cui dopo il 2013 sarebbe esistito un “munus petrino allargato”. In realtà, l’ex segretario di Benedetto XVI ha corretto decisamente quelle affermazioni nel suo libro-intervista “Nient’altro che la verità” dove ha detto che la sua fu una “toppa peggiore del buco” e che il suo intento era solo quello di sfumare il concetto.

Proprio Regoli, che non è un canonista ma uno storico della Chiesa, è stato un altro dei relatori dell’evento alla Sapienza. Nei suoi scritti sul tema, il prete aveva citato la dichiarazione fatta da Gänswein alla presentazione del suo libro di otto anni fa dando l’idea di essere un sostenitore dell’esistenza di una distinzione tra munus e ministerium e di quella di una differenziazione all’interno dello stesso ministerium tra attivo e non attivoFornendo un’interpretazione letterale delle dichiarazioni di Benedetto XVI sulla rinuncia nonostante lo stesso Gänswein le abbia definite “una licenza poetica”, Regoli ha sostenuto in un suo saggio all’interno di un volume che Ratzinger in questo modo ha conservato sia il munus sia, addirittura, il ministerium seppur non esercitando più quest’ultimo.

A leggere quel testo, dove si sostiene che l’emeritato benedettino è stato effettivamente “più lungo del suo ministero petrino attivo“, sembrerebbe che Regoli condivida l’interpretazione della rinuncia che lui stesso attribuisce a Ratzinger. Pur partendo ed arrivando a/da punti di vista diversi, su questo tipo di argomentazioni hanno fatto leva in questi anni coloro i quali hanno sostenuto erroneamente che Joseph Ratzinger non ha smesso di essere pontefice regnante fino alla sua morte. Alcune di queste frange rischiano, purtroppo, di arenarsi stabilmente sulle sponde del sedevacantismo.

In ogni caso, il canonista Sciacca ha liquidato queste speculazioni, bollando come “pretestuoso il ricorso alla distinzione” tra ministerium e munus ricordando che il ministero petrino “si incardina necessariamente sul munus episcopale già conferito o da conferirsi” ed è solo un primato di giurisdizione.

Quindi Ratzinger non ha rinunciato solo al suo esercizio ma inevitabilmente a tutto questo primato e l’unico munus che ha conservato dopo il 2013 è stato quello episcopale, dal momento che il papato, a differenza di quanto per breve tempo sostenne Rahner, non è un grado supremo del sacramento dell’ordine.

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