De Mattei: “Questa crisi viene da molto lontano” - Corrispondenza romana
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De Mattei: “Questa crisi viene da molto lontano”

(Aldo Maria Valli – 3 aprile 2019) La dichiarazione di Abu Dhabi? “Contraddice l’insegnamento della Chiesa”. Come riassumere in due parole il pontificato di Francesco? “Ipocrisia e menzogna”. Come giudicare le nuove norme sulla vita nei monasteri? “Un piano per distruggere la vita contemplativa”.

Non si può certo dire che il professor Roberto de Mattei non parli chiaro. Con lui, studioso del Concilio Vaticano II e attento osservatore della realtà  della Chiesa cattolica, tentiamo un’analisi a vasto raggio della situazione, anche per rispondere al disorientamento sempre più diffuso.

 

Professore, non passa giorno senza che questo pontificato alimenti nuove perplessità e dubbi in moltissimi fedeli. La dichiarazione di Abu Dhabi ha provocato ampio sconcerto. Tuttavia sembra di non vedere vie d’uscita. Lei come interpreta questo momento? 

La dichiarazione di Abu Dhabi dello scorso 4 febbraio, firmata da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azharafferma che “il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani”. Questa affermazione contraddice l’insegnamento della Chiesa secondo cui l’unica vera religione è quella cattolica. Infatti, solo nel Nome e nella Fede in Gesù Cristo gli uomini possono raggiungere la salvezza eterna. (cf. At. 4, 12). Quando, nel corso della visita ad limina dei vescovi del Kazakistan, avvenuta lo scorso 1 marzo, monsignor Athanasius Schneider ha esposto a papa Francesco le sue perplessità sulla dichiarazione di Abu Dhabi, il Papa gli ha risposto che “la diversità di religioni è solo la volontà permissiva di Dio”. La risposta è ingannevole, perché sembra ammettere che la pluralità delle religioni sia un male permesso ma non voluto da Dio, ma ciò non si può applicare alla diversità di sesso e di razza, che sono invece volontà positiva, e non permissiva, di Dio. Quando monsignor Schneider gli ha fatto questa obiezione, Francesco ha ammesso che la sua frase ««può essere compresa erroneamente». Però il Papa non ha mai corretto o rettificato la sua affermazione, anzi il Consiglio per il Dialogo Interreligioso, su richiesta del Santo Padre, ha ingiunto ai vescovi di contribuire alla massima diffusione della dichiarazione di Abu Dhabi in modo che “divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione”. L’interpretazione che viene diffusa è naturalmente quella che la pluralità delle religioni sia un bene, e non un male tollerato da Dio. Ecco, mi sembra che in queste deliberate contraddizioni ci sia tutto il pontificato di papa Bergoglio.

 

Lei, da storico della Chiesa, come sintetizzerebbe questi sei anni?

Gli anni dell’ipocrisia e della menzogna. Jorge Mario Bergoglio fu scelto perché appariva come un vescovo “umile e profondamente spirituale” (così lo salutò Andrea Tornielli su La Stampa), “che avrebbe riformato e purificato la Chiesa. Nulla di tutto questo è accaduto. Il Papa non ha allontanato dalla curia, né rimosso dalle diocesi i prelati più corrotti e, quando lo ha fatto, come nel caso McCarrick, vi è stato costretto dalla pressione dell’opinione pubblica. In realtà Francesco si è rivelato un Papa politico, il Papa più politico dell’ultimo secolo. La sua provenienza politica è il peronismo di sinistra, che detesta, di principio, ogni forma di disuguaglianza e avversa la cultura e la società occidentale. Trasferito sul piano ecclesiastico il peronismo incontra la teologia della liberazione e porta a un tentativo di democratizzazione sinodale della Chiesa che ne snatura l’essenza.

 

Il summit sugli abusi sessuali sembra già passato nel dimenticatoio. È stato pieno di espressioni di circostanza, molto apprezzate dai mass media mainstream, ma non ha portato a nulla di nuovo. In generale, come giudica il modo in cui la Santa Sede sta affrontando questa crisi?

In modo palesemente contraddittorio. Le norme anti abuso appena varate da papa Francesco aggirano il problema di fondo che è il rapporto tra i tribunali della Chiesa e quelli civili, ossia tra la Chiesa e il mondo. La Chiesa ha il diritto e il dovere di indagare e giudicare gli accusati di delitti che violano non solo le leggi degli Stati, ma anche le leggi ecclesiastiche, stabilite dal diritto canonico. In questo caso è necessario aprire un regolare processo penale senza violare i diritti fondamentali degli accusati e senza lasciarsi condizionare dai risultati dei processi civili. Oggi, invece, nel caso del cardinale Pell si sente dire dal Vaticano che sarà aperto un processo canonico, ma prima bisogna “attendere l’esito del processo di appello”Nel caso del cardinale Barbarin, condannato in Francia a sei mesi di prigione con la condizionale e anche lui in attesa di un processo di appello, non è stato invece annunciato nessun processo canonico. Per il cardinale Luis Francisco Ladaria, prefetto della Congregazione della Fede, chiamato a comparire dai giudici di Lione per il caso Barbarin, il Vaticano ha invocato l’immunità diplomatica, ma non lo ha fatto per il cardinal Pell. Questa politica dei due pesi e delle due misure fa parte del clima di ambiguità e di doppiezza in cui viviamo.

 

Durante questo pontificato sono state introdotte nuove norme per la vita monastica e in particolare per la clausura. Alcune comunità monastiche sono molto preoccupate, perché le considerano una minaccia per la vita contemplativa. Condivide questa preoccupazione?

Sì, sembra che ci sia un piano per distruggere la vita contemplativa. Ho molto apprezzato gli articoli che lei ha dedicato a questo tema sul suo blog. La costituzione sulla vita contemplativa femminile Vultum Dei quaerere, del 29 giugno 2016, e l’Istruzione Cor orans, dell’1 aprile 2018, sopprimono ogni forma di autonomia giuridica, per creare federazioni e nuovi organismi burocratici presentati come “strutture di comunione”. Con l’obbligo di appartenere a queste strutture, i monasteri perdono de facto  la loro autonomia per dissolversi in una massa anonima di monasteri che andranno verso la dissoluzione della vita monastica tradizionale. La normalizzazione modernista dei pochi monasteri che ancora resistono alla rivoluzione in atto sarà una conseguenza inevitabile. La soppressione giuridica della vita contemplativa a cui andiamo incontro non significa però la fine dello spirito contemplativo, che si sviluppa sempre di più proprio come reazione alla secolarizzazione della Chiesa. Conosco monasteri che sono riusciti ad assicurarsi un’indipendenza giuridica dalla Congregazione per i religiosi e mantengono la vita monastica, sorreggendoci in questa crisi con le loro preghiere. Sono convinto che, come una volta si diceva, la  preghiera delle claustrali regge il mondo.

 

Il sesto anniversario dell’inizio del pontificato di Bergoglio è passato, tutto sommato, un po’ in sordina. L’impressione è che anche i settori che un tempo lo appoggiavano incomincino a prendere le distanze. È una sensazione sbagliata?

Conosciamo l’esistenza di forze che vogliono distruggere la Chiesa. La massoneria è una di queste. La lotta aperta contro la Chiesa però non è mai stata produttiva, perché, come scriveva Tertulliano, il sangue dei martiri è seme di cristiani. È questa la ragione per cui all’interno delle forze anticristiane è stato elaborato, da almeno due secoli, un piano di conquista della Chiesa dall’interno. Sappiamo che negli anni Sessanta del Novecento l’Unione Sovietica e i regimi comunisti dell’Est infiltrarono molti loro uomini nei seminari e nelle università cattoliche. Alcuni fecero carriera e divennero vescovi o cardinali. Ma non è necessaria questa complicità consapevole e attiva per operare l’autodemolizione della Chiesa. Si può anche essere strumenti inconsapevoli di qualcuno che ci manovra dall’esterno. In questo caso i manovratori scelgono gli uomini più adatti, per la loro debolezza dottrinale e morale, li influenzano, li condizionano, talvolta li ricattano. Gli uomini di Chiesa non sono né infallibili né impeccabili e il demonio ripropone loro incessantemente le tentazioni che Nostro Signore respinse (Mt 4,1-11). L’elezione di Jorge Mario Bergoglio è stata pilotata da una lobby clericale, dietro la quale si intravede la presenza di altre lobby o poteri forti. Ho l’impressione che i poteri ecclesiastici o extra-ecclesiastici che hanno patrocinato l’elezione di papa Bergoglio non siano soddisfatti dei risultati del suo pontificato. Dal loro punto di vista, molte sono state le parole e pochi i fatti. Gli sponsor di papa Francesco sono pronti ad abbandonarlo se non avverrà una svolta radicale. L’ultima chance che gli viene data per rivoluzionare la Chiesa sembra essere il Sinodo di ottobre sull’Amazzonia. Mi sembra che abbiano già inviato segnali in questa direzione.

 

A quali segnali si riferisce?

A ciò che è accaduto dopo il summit sulla pedofilia, che è stato un evidente fallimento. I grandi organi di stampa internazionali, dal Corriere della Sera El Pais, non hanno nascosto la loro delusione. A me sembra che l’annuncio della Conferenza episcopale tedesca, per bocca del suo presidente, il cardinale Marx, di convocare un sinodo locale che porterà a decisioni vincolanti sulla morale sessuale, il celibato sacerdotale e la riduzione del potere clericale, vadano intese come un ultimatum. È la prima volta che i vescovi tedeschi si esprimono con tanta chiarezza. Essi sembrano dire che se il Papa non varcherà il Rubicone saranno loro a varcarlo. In entrambi i casi ci troveremmo di fronte a uno scisma dichiarato.

 

Quali conseguenze potrebbe avere una separazione di questo genere?

Uno scisma dichiarato, pur essendo in sé un male, può essere ordinato al bene dalla Divina Provvidenza. Il bene che ne potrebbe scaturire è il risveglio di tanti che dormono e la comprensione che la crisi non nasce con il pontificato di papa Francesco, ma viene da lontano e ha profonde radici dottrinali. Dobbiamo avere il coraggio di riesaminare quanto è accaduto negli ultimi cinquant’anni alla luce della massima evangelica secondo cui l’albero si giudica dai frutti (Mt 7,16-20). L’unità della Chiesa è un bene da preservare, ma non un bene assoluto. Non si può unire ciò che è contraddittorio, amare nello stesso tempo il vero e il falso, il bene e il male.

 

Molti cattolici si sentono sfiduciati oltre che traditi. La fede ci dice che le forze del male non prevarranno, e tuttavia è difficile vedere vie d’uscita. Umanamente sembra che tutto stia crollando.  Come uscirà la Chiesa da questo passaggio?  

La Chiesa non ha paura dei suoi nemici e vince sempre quando i cristiani combattono. Ad Abu Dhabi, il 4 febbraio, papa Francesco ha detto che bisogna “smilitarizzare il cuore dell’uomo”. Io credo, al contrario, che bisogna militarizzare i cuori e trasformarli in una Acies ordinata, come quella che il 19 febbraio, a piazza San Silvestro, a Roma, ha confermato l’esistenza di una resistenza cattolica al processo di autodemolizione della Chiesa. Molte altre sono le voci di resistenza che si sono manifestate e che si manifestano. Io credo che bisogna superare tante incomprensioni che spesso dividono il campo dei buoni e cercare tra queste forze una unità di intenti e di azione, pur mantenendo le diverse legittime identità. I nostri avversari sono uniti dall’odio verso il bene, noi dobbiamo unirci nell’amore al bene e alla verità. Dobbiamo amare però un bene perfetto, integro e senza compromessi, perché infinitamente perfetto è Colui che ci sorregge con il suo amore e la sua potenza. In Lui e solo in Lui dobbiamo riporre ogni speranza. Ecco, la virtù della speranza è quella che dobbiamo coltivare di più, perché ci rende forti e perseveranti nella battaglia che combattiamo.