De Mattei: “Il neo-modernismo divide la Chiesa cattolica in due religioni” - Corrispondenza romana
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De Mattei: “Il neo-modernismo divide la Chiesa cattolica in due religioni”

(Aldo Maria Valli – 5 settembre 2019) Cari amici di Duc in altum, nei giorni scorsi il professor Roberto de Mattei, studioso e storico della Chiesa ben noto a voi tutti, ha concesso una significativa intervista a Die Freie Welt. Un dialogo, come al solito lucido e privo di reticenze, circa la situazione nella Chiesa e nella curia romana, il prossimo sinodo amazzonico, la rivoluzione all’Istituto Giovanni Paolo II, i nuovi cardinali scelti da Bergoglio. Per gentile concessione del professor de Mattei vi propongo qui l’intervista nella versione italiana.

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Professore, lei vive a Roma. Può dare ai nostri lettori, in sintesi, un’idea sulla situazione e l’atmosfera nella Chiesa a Roma in questi giorni?

Nell’ambiente della curia romana l’atmosfera è di forte preoccupazione, soprattutto per quanto riguarda il prossimo sinodo sull’Amazzonia. La preoccupazione riguarda anche recenti avvenimenti, come la decapitazione dell’Istituto Giovanni Paolo II e le nomine dei nuovi cardinali, tutti uomini di fiducia di papa Bergoglio, sbilanciati su temi come l’Islam (Ayuso Guixot, Fitzgerald, Lopez Romero) l’immigrazione (Czerny, Ramazzini Imeri, Zuppi) la teologia femminista (Tolentino Mendonça). Con queste nomine oltre il cinquanta per cento dei cardinali elettori sarà stato scelto da papa Francesco e il prossimo conclave sarà “blindato” in senso progressista. Una larga parte della curia è legata alla memoria di Benedetto XVI e di Giovanni Paolo II, ma sembra che papa Francesco voglia prendere sempre di più le distanze dai due pontificati precedenti. Un altro motivo di preoccupazione è infine l’atteggiamento della Santa Sede nei confronti del cardinale Pell, abbandonato all’(in)giustizia australiana, malgrado in Vaticano tutti siano convinti della sua innocenza.

 

Il sinodo pan-amazzonico si terrà in ottobre a Roma. La bozza di lavoro è stata già pubblicata e ha provocato molte critiche. Lei l’ha descritta come “sbalorditiva” e “sconvolgente”. Qual  è la Sua maggiore preoccupazione?

A me sembra che questo documento contenga una concezione di Dio, della Chiesa e della società molto diversa da quella cattolica. Per questo dico che all’interno dell’unica Chiesa cattolica oggi coesistono, e si oppongono, due religioni: quella tradizionale e quella neo-modernista. Le dò un esempio dell’esistenza di questa contrapposizione interna alla Chiesa: il preposito generale della Compagnia di Gesù, padre Arturo Sosa Abascal, ha recentemente dichiarato che il demonio non esiste ed è solo un simbolo. L’Associazione internazionale degli esorcisti ha immediatamente emesso un comunicato in cui ha ribadito che l’esistenza reale del diavolo è una verità di fede che fa parte da sempre della dottrina cattolica. “La posizione di Abascal – hanno aggiunto gli esorcisti – si pone pertanto  al di fuori del magistero ordinario e straordinario-solenne della Chiesa”.  L’accusa è quindi di eresia, ma padre Sosa Abascal continua a rimanere il “generale” di uno dei più importanti ordini religiosi della Chiesa, a cui lo stesso papa Francesco appartiene.

 

Gli ultimi sinodi sono stati disastrosi sia dal punto di vista dell’organizzazione (si è parlato di manipolazione) sia per quanto riguarda gli effetti per la Chiesa mondiale. Lei prevede un simile effetto dal sinodo sull’Amazzonia?

Uno studioso cileno, José Antonio Ureta,  ha parlato dell’esistenza di una lobby ideologica, la “mafia dell’anello di tucum”, nella preparazione dell’assise di ottobre. L’anello di tucum è fatto con il legno di una pianta dell’Amazzonia ed è usato come segno di riconoscimento tra i teologi della liberazione. Questa lobby è attiva nell’organizzazione del sinodo. Per esempio nella commissione preparatoria dell’assemblea è presente monsignor Erwin Kräutler, direttore della Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), uno dei principali promotori delle correnti dette “indigeniste”. Si dice sia stato proprio lui a proporre a papa Francesco l’idea di un sinodo sull’Amazzonia. Poi c’è monsignor Franz-Joseph Overbeck, vescovo di Essen e responsabile dell’organizzazione di soccorso per l’America Latina Adveniat, l’uomo che ha dichiarato: “Il Sinodo sull’Amazzonia sarà un punto di svolta per l’intera Chiesa. Niente sarà come prima”. Ci troviamo realmente di fronte a un bivio per la Chiesa.

 

L’Amazzonia è lontana dall’ Europa. Perché il sinodo si terrà a Roma?

Perché da Roma sarà lanciato un nuovo paradigma teologico. Il documento preparatorio del sinodo afferma chiaramente che l’Amazzonia non viene considerata come un territorio geografico, ma come un “luogo teologico”, una nuova fonte della divina rivelazione, che si aggiunge alla tradizione e alla sacra scrittura. Nel documento pre-sinodale non vi è nessun riferimento alla Santissima Trinità, a Gesù Cristo, ai sacramenti. Il soffio panteista che anima la natura amazzonica è un leit-motiv del documento. Dio va incluso nella natura e la natura va inclusa in Dio, che non è causa trascendente, ma immanente del mondo, con cui coincide. Si tratta di una nuova cosmologia in cui la natura è vista come un tutto vivente che ha in sé un’anima che tutto comprende. Con questa natura impregnata di divinità i popoli indigeni dell’America latina mantengono un rapporto che l’Occidente ha perduto. La sapienza dei nativi va recuperata, chiedendo perdono per le discriminazioni commesse contro di loro, senza attendere che essi chiedano perdono per il cannibalismo e i sacrifici umani che i loro antenati praticavano. I ponti che devono sostituire i muri sono solo unidirezionali.

 

Il cardinale Brandmüller e il cardinale Müller hanno espresso forti critiche verso quel documento. Lei è d’accordo con loro?

Sono d’accordo con loro e con gli altri cardinali che si sono finora pronunciati, quattro per quanto mi risulta.

Il cardinale Brandmüller  il 27 giugno ha dichiarato che “l’Instrumentum laboris contraddice l’insegnamento vincolante della Chiesa in punti decisivi e quindi deve essere qualificato come eretico. Dato poi che anche il fatto della divina rivelazione viene qui messo in discussione, o frainteso, si deve anche parlare, in aggiuntadi apostasia.”

Il cardinale Müller vede nell’Instrumentum laboris una nuova tappa nel processo di secolarizzazione della Chiesa. Il 26 luglio ha dichiarato che “quando si trasforma la Chiesa nella parte di un programma ecologico per il salvataggio del nostro pianeta, allora la sacramentalità – e in particolare l’ufficio ordinato di vescovi e sacerdoti nella successione apostolica – è vago, indefinito. Chi vorrebbe davvero costruire un’intera vita che richiede totale dedizione su una base così instabile?”.

Il cardinale Raymond Burke, in un’intervista diffusa il 13 agosto su YouTube, quando gli è stato chiesto se l’Instrumentum laboris potrà diventare un insegnamento definitivo per la Chiesa cattolica, ha risposto: “No. Il documento è apostata. Non può entrare a far parte dell’insegnamento della Chiesa e, se Dio vuole, verrà posto un freno a tutta questa vicenda”.

Anche il cardinale George Pell, dalla cella d’isolamento della prigione di Melbourne, ha fatto sapere ad alcuni amici di essere vivamente preoccupato per l’imminente sinodo dell’Amazzonia.

 

Qual è la ragione del fascino che vescovi e cardinali (e lo stesso Papa) subiscono per l’Amazzonia? Perché una regione cosi abbandonata, ecclesiasticamente parlando, prende una posizione centrale adesso?

Perché esiste una “psicosi ambientalista”, un’atmosfera psicologica, creata dai mass media, che oggi contagia lo stesso mondo ecclesiastico. Secondo la leggenda mediatica la foresta amazzonica è il “polmone verde” del mondo, mentre la scienza ci dice che l’Amazzonia non genera neanche una molecola di ossigeno. Tutto l’ossigeno prodotto dall’immensa foresta durante il giorno con la fotosintesi viene consumato la notte con i processi di putrefazione. Risultato netto finale: zero. Il vero “polmone verde” del mondo sono le diatomee, microrganismi presenti negli oceani che attuano la fotosintesi producendo ossigeno. Molti luoghi comuni sull’Amazzonia sono smontati dal libro Psicosi ambientalista del principe brasiliano Bertrand de Orléans e Braganza, che il presidente del Brasile Jair Bolsonaro ha citato, contro la Merkel e Macron, nella riunione del G20 a Osaka. Ma Bolsonaro è il bersaglio di un’operazione politica che punta a screditarlo utilizzando come strumento la deforestazione dell’Amazzonia. L’Amazzonia, dunque, è al centro non solo delle manovre di chi vuole trasformare la dottrina della Chiesa, ma anche degli interessi politici ed economici delle lobby globaliste, che in America come in Europa combattono i governi e i partiti che difendono la sovranità nazionale dei loro popoli.

 

Quali sono le responsabilità e gli obblighi di papa Francesco in tutto questo?

Papa Francesco, in un‘intervista del 9 agosto a Vatican Insider, ha dichiarato che il prossimo sinodo di ottobre “è figlio della Laudato si’. Chi non l’ha letta non capirà mai il sinodo sull’Amazzonia“. Con queste parole e con altre dichiarazioni il Papa ha rivendicato non solo la responsabilità organizzativa del prossimo sinodo, ma la scelta ideologica che lo collega al suo magistero. Il punto debole delle critiche che gli ambienti ecclesiastici rivolgono al prossimo sinodo è proprio questo: criticano il documento preparatorio (molti a bassa voce, pochi apertamente), ma senza indicare in papa Francesco il principale responsabile dell’evento, che sarà non solo dottrinale, ma politico e mediatico. Assisteremo al lancio della nuova religione ecologica di cui Greta Thunberg è profeta. Nella sua intervista del 9 agosto papa Francesco ha detto di riporre in giovani come lei le sue speranze per il futuro. Se i cardinali e i vescovi non avranno il coraggio di resistere apertamente a papa Francesco, con tutto il rispetto che a lui, come Papa, è dovuto, la partita, sul piano umano, è perduta. Dico sul piano umano, perché la Chiesa appartiene a Gesù Cristo, che ogni giorno visibilmente l’assiste e che eviterà  che il suicidio della Chiesa si compia.

 

Fonte: Die Freie Welt