Da Lenin a Putin, il rapporto dei leader russi con la religione

Putin-Kyrill
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Di Nico Spuntoni

Il volto sanguinario di Lenin, l’opportunismo di Stalin, la radicalizzazione di Chruščëv, la distensione di Gorbačëv, l’identificazione di Putin. Più di un secolo di relazioni tra trono e altare nella storia russa nelle pagine di Da Lenin a Putin. Politica e religione (Jaca Book 2024), l’ultima fatica del massimo esperto italiano sull’argomento, il professore Giovanni Codevilla. Ad impreziosire il valore del volume c’è anche l’introduzione dell’altro grande studioso della materia, don Stefano Caprio. Un saggio che non può mancare nelle librerie degli appassionati di storia della Russia contemporanea e che serve anche a calibrare lo sguardo sull’attualità dominata dalla crisi ucraina. Per analizzare i passaggi cruciali dei 107 anni ricostruiti nel libro, la Nuova Bussola Quotidiana ha intervistato l’autore.

Professor Codevilla, qual è la visione leninista della religione e come si tradusse nella realtà con l’avvento al potere dei bolscevichi?
L’opinione di Lenin sulla religione emerge in una lettera scritta a Maksim Gor’kij nel 1913 che riporto nel saggio. In essa, il fondatore dell’Urss scrive: «Ogni idea religiosa, ogni buon dio è necrofilia. Ogni idea religiosa, qualsiasi idea su qualsiasi buon dio, persino qualsiasi civettare con il buon dio è una turpitudine inenarrabile […]. È la turpitudine più pericolosa, la “infezione” più ripugnante». L’astio di Lenin per la religione iniziò nell’adolescenza: il suo insegnante era un sacerdote e disse al padre di punirlo. Lui reagì buttando a terra il crocifisso e calpestandolo. La violenza contro la Chiesa partì sin dai primi giorni della Rivoluzione, con i sacerdoti uccisi senza processo. Secondo alcuni studi, negli anni 1917-1919 furono oggetto di repressione 20.000 tra sacerdoti e laici, dei quali 15.000 fucilati.

Numeri che smentiscono la favoletta del Lenin “buono”…
Il terrore rosso non cominciò negli anni Trenta, ma già da Lenin. Soprattutto dopo l’attentato alla sua vita del 30 agosto 1918 con la conseguente emanazione, il 5 settembre, del decreto sul terrore rosso. Nei confronti della Chiesa si applicò un terrore progressivo: prima si pensò ad eliminare gli esponenti del clero, poi a dissacrare i simboli della religione. Un esempio di ciò è l’articolo della Pravda del 16 aprile 1919 intitolato “I santi impagliati” in cui si sostenne la tesi delle reliquie finte, ovvero che fossero imitazioni dei corpi dei santi finalizzate esclusivamente a raccogliere soldi dai fedeli.

Cosa c’era dietro questo tentativo di colpire la devozione popolare?
Nel 1922, in occasione della prima carestia di massa, Lenin lo disse apertamente: serviva un esproprio dei beni ecclesiastici per raccogliere migliaia di rubli al fine di combattere la fame. Nel libro, pubblico una lettera in cui Lenin scrisse: «Proprio ora e soltanto ora, quando nelle località affamate si mangia carne umana e sulle strade giacciono centinaia, se non migliaia di cadaveri (noi possiamo e per questo dobbiamo) effettuare la requisizione dei preziosi della chiesa con l’energia più furiosa e spietata senza alcuna esitazione nel soffocare qualsiasi opposizione. Proprio ora e soltanto ora la stragrande maggioranza della massa contadina sarà dalla nostra parte».

Passiamo a Stalin: come cambia prima, durante e dopo l’invasione nazista la sua politica religiosa?
C’è da dire che nel frattempo le persecuzioni venivano portate avanti dalla Ceka all’interno della quale venne creata una Sezione antireligiosa ad hoc. Qualcosa cambia con l’inaspettato attacco tedesco contro l’Ucraina. È vero che all’inizio in quella terra ci fu una reazione popolare non sfavorevole ai nazisti ma non, come qualcuno dice ancora oggi, perché gli ucraini erano filonazisti ma perché una parte della popolazione pensava che peggio del comunismo non poteva esserci alcunché. Solo dopo si resero conto dell’errore. I nazisti, per accattivarsi le simpatie della popolazione occupata, riaprirono le chiese. A questo punto Stalin capì che era necessario fare appello allo spirito patriottico del popolo sovietico e il 3 luglio 1941 pronunciò il famoso discorso rivolto a «fratelli e sorelle», utilizzando una terminologia non politica. La Chiesa ortodossa reagì positivamente e incoraggiò la popolazione ad aggregarsi nella lotta contro il nazismo. Stalin diede libertà alla Chiesa aprendo la stagione della cosiddetta “Nep religiosa” che durò in sostanza fino al 1947. Attenzione: in questi anni non mancarono arresti e fucilazioni, ma furono ridotte.

I rapporti con la Chiesa ortodossa conobbero fasi altalenanti durante lo stalinismo mentre quelli con la Chiesa greco-cattolica furono sempre all’insegna della spietata durezza. I greco-cattolici furono le principali vittime delle persecuzioni religiose di Stalin?
Non c’è dubbio. Questo rientrava nella politica staliniana anticattolica. Nel libro parlo del progetto sovietico di realizzare un Vaticano moscovita che fallì perché non ebbe l’aggregazione delle altre Chiese ortodosse. Stalin voleva colpire a morte la Chiesa cattolica perché la considerava il centro più potente dell’anticomunismo. In questo quadro ebbe luogo nel 1946 uno pseudo-Concilio a Leopoli assolutamente invalido perché aveva la pretesa di essere un Sinodo greco-cattolico pur se animato solo da esponenti della Chiesa ortodossa, quindi in violazione di qualsiasi norma canonica. In questa circostanza venne abolita la Chiesa greco-cattolica, arrestati tutti i vescovi che poi morirono nei lager, con un solo sopravvissuto dopo 17 anni di prigionia. La Chiesa greco-cattolica venne sciolta anche in Romania e in Slovacchia.

A differenza di ciò che si crede, la morte di Stalin non segnò l’inizio di una liberalizzazione in materia religiosa. Non è vero?
Ci fu un peggioramento. La propaganda ateistica riprese con più forza con Chruščëv al potere.

Arrivando a tempi più recenti: nella perestrojka sembrò esserci uno spiraglio di piena libertà d’azione nei territori sovietici anche per la Chiesa cattolica. Cos’è andato storto?
Durante il loro primo incontro, Michail Gorbačëv diede garanzie a Giovanni Paolo II di apertura sul campo religioso. Dopo poco tempo uscì, in effetti, la legge sulla libertà religiosa del 1990 che cambiava il concetto di libertà di coscienza conosciuto nei precedenti anni del comunismo. Se fino ad allora la si era intesa come diritto/dovere di liberare la propria coscienza dalla religione, con quella legge la libertà di coscienza tornava ad essere libertà di credere o no. Questa stagione di liberalizzazione suscitò la reazione della Chiesa ortodossa che non accetta il principio di libertà religiosa per come lo intendiamo noi in Occidente e si diede da fare per un restringimento. Anche dopo il crollo dell’Urss, nonostante Boris Yeltsin volesse tenere il punto sulla libertà religiosa, nel 1997 la Duma approvò una legge federale limitante sulla libertà di coscienza e sulle associazioni religiose che riconosceva come religioni ufficiali solo le quattro tradizionali così indicate: ortodossia, ebraismo, islam e buddismo.

Quanto è cresciuto il peso della Chiesa ortodossa russa con l’arrivo al Cremlino di Vladimir Putin?
La politica interna ed estera di Putin è basata sull’idea di Russkij mir (Mondo russo) che a sua volta è radicata nella concezione di Mosca come Terza Roma. A questa concezione messianica della Russia appartiene la tesi secondo cui del mondo russo fanno parte non solo i russi ma anche tutti quelli che parlano russo e si interessano di cultura russa. Questo è quanto viene affermato nel recente documento frutto del XXV Concilio Mondiale del Popolo Russo. Nella politica di Putin c’è questa idea di Mosca come centro del Bene contro il Male. Lui si presenta come portatore di valori cristiani, ma poi la Russia è il Paese con un numero di aborti tra i più alti nel mondo.

Lei nel libro arriva a sostenere che la carriera ecclesiastica del patriarca Kirill è stata favorita dal Kgb di cui faceva parte. Quali sono le prove?
Studiosi svizzeri hanno documentato la sua appartenenza al Kgb. E pensare che Kirill viene da una famiglia sacerdotale in cui il nonno e il padre erano stati nei lager perché si erano opposti al movimento degli innovatori, assoldati dai bolscevichi per distruggere la Chiesa patriarcale dall’interno. Gli innovatori riuscirono ad infiltrarsi per tentare un asservimento pieno della Chiesa al regime. Adesso la situazione si è ribaltata: non è Putin che si è inventato l’ideologia Russkij mir,  ma è stato Kirill che ha fornito le argomentazioni “teologiche” anche per l’invasione dell’Ucraina. Chi si oppone a questo si oppone all’Ortodossia, dal suo punto di vista.

Che impatto ha avuto la guerra in Ucraina all’interno del mondo ortodosso russo?
Sono rimasto senza parole per le migliaia di persone a viso scoperto che portavano un fiore ai funerali di Navalny. Tuttavia, nel mondo ortodosso regna la paura. C’è un lavaggio del cervello continuo. Le statistiche ufficiali dicono che la maggioranza della popolazione è favorevole a quella che chiamano “operazione militare speciale”. I Fondamenti della concezione sociale approvati dal Concilio dei vescovi della Chiesa ortodossa russa nel 2000 condannano le guerre di aggressione. I sacerdoti che si sono rifiutati di ricordare nella liturgia la preghiera per la guerra santa inserita da Kirill sono stati sospesi a divinis. Il problema per la Russia è che, avendo un clero sposato, la minaccia di togliere gli ordini sacri provoca la paura di non poter più sostentare la famiglia.

E le altre Chiese ortodosse che giudizio danno della condotta del Patriarcato moscovita?
Intanto, in Ucraina la conseguenza della guerra è che ora esiste una Chiesa autocefala riconosciuta da Costantinopoli. L’altra, un tempo legata a Mosca, ha rotto per le posizioni di Kirill. Non dimentichiamo che dall’Ucraina arrivavano soldi e clero per il Patriarcato di Mosca, perché in Russia solo il 2% della popolazione va a Messa. Il rischio è che la Chiesa russa diventi solo una Chiesa nazionale, direi locale.

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