Da “cristiani anonimi” a “Fratelli tutti” - Corrispondenza romana
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Da “cristiani anonimi” a “Fratelli tutti”

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(Aldo Maria Valli, Duc in Altum – 26 novembre 2020) Cari amici di Duc in altum, sono lieto di proporvi un contributo di padre Serafino Maria Lanzetta che collega la nozione di “cristiani anonimi” al centro della riflessione di Karl Rahner all’ultima enciclica di Francesco, Fratelli tutti, nella quale, scrive Lanzetta, manca Cristo, il Figlio di Dio, che ci rende figli del Padre e “c’è solo l’uomo che si affratella naturalmente agli altri uomini sulla mera base di istanze sociali o di un amore umano non ben precisato”. 

L’autore ha dedicato a questo tema anche una catechesi che si può ascoltare sul suo canale YouTube. E, sempre sul tema della Fratelli tutti, ha scritto un editoriale per il numero in uscita di Fides Catholica. 

***

(Padre Serafino Maria Lanzetta) C’è un’affinità di non poco rilievo tra i cosiddetti “cristiani anonimi” di K. Rahner (1904-1984) e l’ultima enciclica di papa Francesco, Fratelli tutti. Ma anche un superamento considerevole della teoria teologica del gesuita tedesco nel discorso di Francesco sulla fratellanza universale. Vediamo perché partendo da un punto focale in entrambi che è l’uomo. Chi è costui?

«L’uomo – al dire di K. Rahner – è l’evento dell’auto-comunicazione assoluta di Dio». Questa è una delle espressioni più originarie del teologo tedesco che si trova nel suo Corso fondamentale sulla fede (or. 1974) e anche una delle più problematiche. Una sintesi della sua visione dell’uomo al centro della Rivelazione, non solo come colui che riceve, ma soprattutto come momento necessario di saldatura di Dio con il tempo e la storia. Per Rahner né si da un Dio che non si auto-comunichi né un uomo che non sia sempre uditore, luogo ed evento della Parola. Di conseguenza, Dio non ci sarebbe senza l’uomo e perciò l’uomo non potrebbe non essere in comunione con Dio. Per questo Dio è già in ogni uomo, che lo sappia o meno, che si ponga il problema o no. Importante è che sia sé stesso, che rimanga evento di Dio nel mondo.


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Cosa intende Rahner per “evento”? Che Dio è presente nell’uomo come «termine della trascendenza», intesa quest’ultima come auto-trascendenza dell’uomo, cioè capacità di andare oltre sé stesso e di aprirsi alla totalità dell’essere e quindi a Dio. Ciò significa che noi conosciamo Dio come conosciamo noi stessi, nell’intima esperienza della libertà di scelta. Il termine (la nostra trascendenza) e l’oggetto (l’essere divino) coincidono. Quindi conoscenza, apertura dell’uomo a Dio e Dio stesso in fondo sono la medesima cosa.

Ciò che Rahner intende superare è un falso concetto teologico secondo cui il dono che Dio fa di sé stesso è o un evento storico o un’esperienza trascendentale. No, a suo giudizio il dono è entrambe le cose. Il Vangelo storico ci sollecita a rispondere, mentre la nostra risposta ci consente di trascendere quello che eravamo prima. Nella nostra esperienza intesa come auto-riflessione, auto-conoscenza e auto-trascendenza, riconosciamo Dio come colui che ci chiama, ci assiste e ci viene incontro.

Dio non lo riconosciamo più nella sua Rivelazione storica attraverso signa et verba (segni e parole divini), come vuole un sano approccio teologico al mistero. La Rivelazione diventa invece un’auto-comunicazione storica di Dio all’uomo attraverso la coscienza che l’uomo ha di sé in quanto aperto alla trascendenza; ciò in virtù dell’approccio trascendentale di Kant alla conoscenza, con il suo a-priori nelle dodici categorie conoscitive della ragion pura. Il tomismo rahneriano chiaramente non è quello di San Tommaso ma quello trascendentale del gesuita belga J. Marechal (1878-1944), a cui Rahner si ispira così da cucire insieme l’apriorismo conoscitivo di Kant e l’esistenzialismo di Heiddeger. L’uomo è aperto a tutto l’essere che poi è ciò che si dà come esistente, nel mondo, ma lo coglie in modo a-priori, prima ancora di conoscere le singole cose. Questo essere a cui l’uomo è aperto sarebbe già Dio, colto comunque in modo trascendentale e non ancora categoriale.


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L’uomo perciò è aperto alla trascendenza in modo trascendentale, cioè in modo necessario e a-priori in virtù del primato del soggetto nella conoscenza. Tale apertura a Dio è resa possibile dal fatto che essa è sì insita nella conoscenza ma allo stesso tempo è anche una grazia, o meglio, più che grazia, è già presenza di Dio nell’uomo.

Questo legame indissolubile tra la presenza di Dio nell’uomo e l’apertura dell’uomo a Dio è dato dal cosiddetto “esistenziale soprannaturale”: una geniale invenzione di Rahner ma difatti un tertium quid, un’aggiunta superflua. Esso è esistenziale perché è offerto a tutti: ogni persona è ordinata alla comunione con Dio. Ma è anche soprannaturale, perché la comunione con Dio sarebbe impossibile se Dio non ci avesse già dato la capacità di raggiungerla. Addirittura l’esistenziale soprannaturale viene definito da Rahner quale vero essere della persona umana ordinata alla comunione con Dio. L’uomo può protestare contro questa auto-comunicazione divina ma l’offerta e il dono è per tutti e accade quale esistente.

Salta chiaramente il concetto di potenza obbedienziale della natura, cioè la capacità della natura di obbedire a Dio quando la libertà dell’uomo si apre al dono della grazia in virtù della grazia stessa che muove la libertà. E salta anche il concetto di grazia quale partecipazione alla natura divina. Non c’è partecipazione ma auto-comunicazione. Salta la distinzione tra natura e grazia e tra grazia sufficiente e grazia efficace. La grazia, cioè Dio nell’uomo, non può che essere sempre efficace e quindi la salvezza è già in tutti. L’uomo è già in comunione con Dio in modo irriflesso o atematico. Se lo sarà in modo categoriale è bene e più santo certamente, ma non pregiudica il fatto stesso di esserlo. Quindi ciò non toglie che ogni uomo sia già in comunione con Dio.


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Di più, l’auto-comunicazione di Dio non è solo un dono gratuito e una grazia. Ma è anche «una condizione necessaria che rende possibile l’accettazione del dono». Con il dono di Sé stesso, Dio renderebbe partecipe l’uomo anche del dono di ricevere il dono medesimo. Il dono e colui che dona sono la medesima persona dice il teologo tedesco. Per cui l’uomo in qualche modo è “obbligato” da Dio in modo libero ad accettare il dono di Sé. Dov’è pertanto la libertà di rifiutare la grazia o la libertà di scegliere un’azione cattiva? Infatti, per Rahner, l’uomo che sceglie in modo trascendentale è sempre rivolto a Dio e quindi fa il bene; in modo categoriale potrebbe invece scostarvisi e scegliere qualcosa di inferiore, che sarà tuttavia un bene “pre-morale”. L’uomo in virtù di una “libertà fondamentale” o “opzione fondamentale”, di cui Rahner è il capostipite, non può che scegliere Dio. De facto il peccato non esiste più e non va più attribuito alle singole azioni morali. Il vero peccato è l’opzione contro Dio, che comunque sarebbe impossibile in virtù dell’apertura trascendentale-esistenziale a Lui. Se sono tutti anonimamente santi e tutti cristiani che ne sarà del peccato? Sarà qualificato come una scelta sbagliata o una reminiscenza del passato e basta, ma non un’offesa (aversio) a Dio. Ci dice qualcosa questo oggi?

Riflettiamo ancora e guardiamo a questo discorso in modo prospettico. Se l’uomo è lui stesso il mezzo necessario dell’auto-comunicazione di Dio, non potrebbe succedere che un domani si dimentichi di Dio, di essere la sua auto-comunicazione e diventi invece solo auto-comunicazione di sé a sé stesso? Se cioè stanco di Dio o dell’essere solo in funzione dell’auto-comunicazione di Dio inizi a interessarsi solo di sé stesso o in ambito cattolico si inizi perfino a giustificare l’ateismo come un’opzione possibile perché umana? Rahner potrebbe essere preso talmente sul serio da superare anche la capacità trascendentale dell’uomo di essere aperto a Dio, finendo in una mera apertura dell’uomo all’uomo. Il rischio però è che l’uomo si accontenti di essere fratello di tutti anche senza saperlo o senza esserlo. E così arriviamo ai nostri giorni.

C’è senza dubbio una continuità ma anche una discontinuità tra Rahner e la Fratelli tutti. La continuità consiste nel fatto che l’uomo è al centro e Dio è un postulato della conoscenza dell’uomo; si dà come termine della trascendenza della conoscenza umana. Cioè un Dio in vista dell’uomo e non l’uomo in vista di Dio. Questo è il cuore della svolta antropologica rahneriana e della Chiesa dei nostri giorni.

La discontinuità consiste invece nel fatto che Rahner ha a cuore il problema dell’ateismo occidentale e vuole trovare una soluzione perché l’uomo sia in qualche modo orientato a Dio. Per il gesuita tedesco il Cristianesimo primeggia tra le religioni perché è accesso a Dio, è poter vedere Dio che rimane invisibile. Per la Fratelli tutti invece Dio non c’è e sembra che non ce ne sia bisogno. Manca vistosamente Cristo, il Figlio di Dio, che ci rende figli del Padre. C’è solo l’uomo che si affratella naturalmente agli altri uomini sulla mera base di istanze sociali o di un amore umano non ben precisato. Amore erosfilos, filantropico, agape: non è dato di sapere. Ciò che si sa è che non si tratta di un amore-caritas, l’amore che Dio ha riversato su di noi nel Figlio e che ci muove. Tutto è volto nell’enciclica di papa Francesco a superare la religione e a trovare un accordo tra gli uomini più duraturo, ma a-religioso o forse super-religioso. Tutti dovrebbero reputarsi fratelli, anche se non lo sanno.

La Fratelli tutti fa a meno di Dio e di Cristo, in un passaggio-chiave quando si spiega la parabola del Buon Samaritano: «In quelli che passano a distanza c’è un particolare che non possiamo ignorare: erano persone religiose. Di più, si dedicavano a dare culto a Dio: un sacerdote e un levita. Questo è degno di speciale nota: indica che il fatto di credere in Dio e di adorarlo non garantisce di vivere come a Dio piace. Una persona di fede può non essere fedele a tutto ciò [che] la fede stessa esige, e tuttavia può sentirsi vicina a Dio e ritenersi più degna degli altri. Ci sono invece dei modi di vivere la fede che favoriscono l’apertura del cuore ai fratelli, e quella sarà la garanzia di un’autentica apertura a Dio» (n. 74).

Sembra che si dica che adorare Dio e non adorarlo sia dopotutto la stessa cosa. Per di più, se l’adorazione porta alla chiusura del cuore è meglio tralasciarla per soccorrere con le nostre forze quell’uomo incappato tra i briganti. In realtà, la vera adorazione, quella che si dà al Padre in Cristo suo Figlio per mezzo dello Spirito Santo, non conduce mai ad ignorare il prossimo, anzi ne è la ragion d’essere e il nutrimento necessario. L’uomo di oggi fa a meno di Dio, ma la soluzione non sta nel dare Dio a tutti indifferentemente. Altrimenti rischiamo di renderlo superfluo e di iniziare a pensare con il mondo, che fa tutto come se Egli non esistesse.