Coronavirus - “Ora è tempo di una nuova internazionale” - Corrispondenza romana
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Coronavirus – “Ora è tempo di una nuova internazionale”

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(José Antonio Ureta, Fatima Oggi – ) Da quando Marx ed Engels lanciarono il loro “Proletari del mondo, unitevi!” nel Manifesto Comunista, i promotori dell’internazionalizzazione della lotta di classe hanno fatto diversi tentativi per creare una grande e unica rete di sovversione mondiale. Per essi, le nazioni non esistono; esistono solo due classi in conflitto: la borghesia e il proletariato, entrambi globali.

Il tentativo più vicino al raggiungimento di questo ideale universalista fu la Terza Internazionale, più nota per la sua abbreviazione tedesca, il famigerato Komintern, che tra le due guerre mondiali diffuse rivoluzioni comuniste in tutto il mondo. Interamente soggetto ai capricci del Cremlino, poco dopo la Seconda Guerra Mondiale il Komintern fu ufficialmente sciolto da Stalin per disarmare psicologicamente i suoi ex alleati e così essere in grado di fare più facilmente opera di infiltrazione con una rivoluzione culturale di stampo gramsciano.

Da parte loro, i piccoli gruppi trotzkisti dissidenti da Mosca crearono una effimera IV Internazionale che operò tra il 1938 e il 1963 e poi si dissolse per una serie di scismi. Invece gli anarchici, eredi di Bakunin e delle lotte del maggio 1968, hanno sempre sognato, senza però mai riuscirvi, di unirsi in una grande rete internazionale: il che è comprensibile, perché, dopo tutto, sono … anarchici.

Al culmine del processo di globalizzazione e degli incontri annuali di Davos, settori della sinistra radicale, ancora sotto schock per il crollo dell’URSS, nel 2001 hanno lanciato il World Social Forum, che Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique, ha salutato con speranza: “Il mondo nuovo nasce a Porto Alegre” (la città dove si realizzò il primo incontro). Tuttavia quell’alba ha avuto vita breve e l’ultima edizione del WSF si è tenuta nel 2013.


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Nello stesso anno, Jorge Mario Bergoglio è salito al trono pontificio e ha cercato di rilanciare l’internazionalizzazione della lotta a livello globale attraverso incontri con i cosiddetti Movimenti Popolari, due dei quali tenutisi in Vaticano e uno a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia). Tali movimenti, tra i quali spiccano il Movimento brasiliano dei Lavoratori Rurali Senza Terra  (MST) e i raccoglitori di cartoni  argentini, erano già collegati tra loro in una iniziativa denominata Via Campesina, ma stavano perdendo spinta quand’ecco che hanno ricevuto questa dose di steroidi dal sostegno e dalla benedizione pontificie. Apparentemente, la dose è stata insufficiente giacché non sono riusciti a superare il discredito che li circonda in America Latina a causa delle loro violente attività di occupazioni illegali di fattorie agricole e proprietà urbane. Tuttavia, lo spettro della miseria, intravisto a causa del collasso economico derivante dal lockdown, sta cambiando radicalmente il clima socio-politico e ridistribuendo le carte per un nuovo giro di gioco politico e culturale. In un articolo pubblicato su Intercept, la scrittrice e attivista Naomi Klein ha spiegato di aver appreso negli ultimi due decenni che “durante i momenti di cambiamento cataclismico, ciò che prima era impensabile diventa improvvisamente realtà”. Questa affermazione non è un ingenuo auspicio dell’autrice di No Logo, uno dei libri sul comodino del movimento anti-globalizzazione. In effetti, Naomi Klein ha dato il suo contributo per la creazione della Internazionale Progressista insieme al pre-candidato alla presidenza statunitense Bernie Sanders, veterano anarchico e studioso del MIT; a Noam Chomsky; all’ex presidente ecuadoriano, in fuga dalla giustizia, Rafael Correa; al professore di marxismo ed ex sindaco di San Paolo Fernando Haddad (elettoralmente travolto da Jair Bolsonaro); al fallito ministro dell’economia greca Yanis Varoufakis; al capitano di nave Carola Rackete, tassista marittima dei trafficanti di immigrati nel Mediterraneo e a molti altri.

L’evento inaugurale della Internazionale Progressista si è svolto in videoconferenza il 15 maggio con la partecipazione di cinque membri del Consiglio: il Primo Ministro islandese Katrín Jakobsdóttir; l’ex ministro Yanis Varoufakis; l’attivista climatica ugandese Vanessa Nakate; l’avvocatessa guatemalteca dei diritti umani Renata Ávila; e lo scrittore e analista politico Nanjala Nyabola, del Kenya.

“Noi uniamo, organizziamo e mobilitiamo forze progressiste in tutto il mondo”, afferma lo slogan di benvenuto al visitatore sul sito Web dell’organizzazione. Ispirato alle attività di Diem25 – acronimo di Democracy in Europe Movement 2025, un movimento paneuropeo lanciato da Varoufakis – e al Sanders Institute, la nuova Internazionale Progressista aspira a un mondo egualitario, sostenibile, ecologico, plurale e post-capitalista, ovvero dove “il culto del lavoro” sarà abolito. L’organigramma dell’organizzazione specifica tre aree di intervento: mobilitazione (movimento) per formare attivisti e leader; progetto per l’elaborazione di una visione comune di un mondo trasformato; e collegamento  pubblicitario per diffondere le analisi critiche preparate dalle basi. “Recuperando il mondo del dopo Covid-19” è il titolo della collezione inaugurale della sezione progetto (Blueprint) scritto a sei mani da Geoff Mann, Thea Riofrancos e David Adler, coordinatore generale del comitato esecutivo dell’organizzazione. 


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Secondo gli autori, mai come ora il terreno è stato più “fertile per l’internazionalismo”. “La lotta per l’ordine sociale nel mondo dopo il coronavirus è già in atto”, pertanto l’ Internazionale Progressista ha “uno spiraglio per incidere sull’arena politica e modellare il processo di formulazione delle politiche pubbliche”. L’obiettivo è “tracciare le componenti di un New Deal verde” di carattere internazionale.

Da parte sua, la signora Katrín Jakobsdóttir afferma che è necessario “forgiare delle solidarietà globali e collaborazioni tra forze progressiste al di sopra dei confini e contro una destra autoritaria e populista impegnata ad usare la crisi per far avanzare la sua agenda regressiva”. Per la Primo Ministro del governo di coalizione islandese e leader del Partito della Sinistra Verde, “se mai c’è stato un momento per agire, per fare la storia, quello è ora”.

Una lettura particolarmente raccomandata nella introduzione della collezione Blueprint è un articolo di Mike Davis, un sociologo e storico californiano che collabora regolarmente con una pubblicazione trotzkista inglese che si definisce “socialista internazionale” e “marxista-ambientalista”.


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Con il titolo espressivo C’est la lutte finale (titolo in francese nell’originale e testo in inglese), dopo ampie critiche ai governi dei paesi del Nord ricco ed elogi alla Cina (“hub” e “capo pompiere” della battaglia mondiale contro il Covid-19), Davis afferma che l’inevitabile presupposto per la ricostruzione dell’economia è “a proprietà sociale di settori strategici, come la produzione farmaceutica, i combustibili fossili (per formare lavoratori e chiudere pozzi e miniere), le grandi banche e le infrastrutture digitali da cui dipende la vita del XXI secolo (banda larga, cloud, motori di ricerca e social media). Il ritorno, in altre parole, del progetto rivoluzionario socialista”. Tuttavia, il trotzkista Davis osserva che “le vittorie socialiste in un paese o in un altro non porteranno a un Grande New Deal Verde se non ci sarà un nuovo internazionalismo” e una “ricerca di comunione con tutti coloro che abbracciano i principali valori umanisti”. E aggiunge devoto: “Attualmente, infatti, ci sono solo due leader mondiali che invocano costantemente l’urgenza della solidarietà umana: uno è il Dalai Lama e l’altro è un tifoso del calcio argentino che vive in una grande casa a Roma”. Ai suoi correligionari atei che potrebbero essere reticenti ad una alleanza con papa Francesco, Mike Davis ricorda che “tutti i grandi rivoluzionari – Paine, Danton, Garibaldi, Marx, Luxemburg, Lenin, Trotzky e il Che [Guevara] – hanno concepito la loro missione non solo come l’emancipazione delle classi lavoratrici, ma come liberazione di tutta l’umanità”.