Considerazioni sull’omelia di mons. Delpini in morte di Berlusconi

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Sono uno dei tanti italiani che hanno ascoltato con attenzione l’omelia tenuta dall’arcivescovo Metropolitano di Milano Mario Delpini ai funerali di Silvio Berlusconi, in Duomo, lo scorso14 luglio. 

Tutte le alte cariche dello Stato, tutti i personaggi dello spettacolo e del mondo che conta erano davanti al feretro di Berlusconi, mentre le televisioni private e pubbliche diffondevano le parole dell’arcivescovo. Dieci minuti a disposizione per parlare se non al mondo, almeno a tutta l’Italia. Quale sarebbe stato il suo messaggio? 

Non era un compito facile. Berlusconi è stato tutto fuori che un cattolico esemplare, ma non ha mai offeso pubblicamente la fede cattolica, al contrario di altri uomini politici, che pur essendo cattolici praticanti hanno però introdotto o favorito l’introduzione nel nostro ordinamento giuridico di leggi contrarie alla morale cattolica e alla legge naturale. Dunque c’era attesa, anche per la personalità, talvolta irriverente, dell’arcivescovo Delpini. L’attesa non è stata delusa, La sua non è stata una predica insulsa e retorica, come quelle che spesso si ascoltano. E’ stata una predica originale, diversa dal comune. Ma è anche stata una predica se non ambigua, ibrida, suscettibile di diverse letture. Per questo ha suscitato commenti diversi. C’è chi l’ha apprezzata e c’è chi ne è rimasto sconcertato e deluso.

Di Silvio Berlusconi l’arcivescovo Delpini ha detto che è stato “un uomo”: “Con un desiderio di vita, amore, gioia, che trova in Dio il giudizio e il compimento”. Il termine giudizio è risuonato tre volte nella predica, e va sottolineato perché è un termine oggi assente nel linguaggio ecclesiastico. Il Dio che incontriamo nel momento della morte ci giudica. Il giudizio divino è inappellabile e determina il nostro destino eterno: un giudizio di eterna felicità o di eterna sofferenza. Questo però l’arcivescovo non l’ha detto ed è mancato al suo discorso. Un discorso breve e intenso, ma tutto incentrato su ciò che è la vita naturale dell’uomo e non sul suo destino soprannaturale. Una predica che si riassume in questo passaggio finale: “Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà. Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento. Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio”.

Il problema non sta in quello che l’arcivescovo ha detto o non ha detto su Berlusconi, ma nel significato del messaggio che ha trasmesso. Il valore di ogni omelia funebre non sta in ciò che si dice del defunto, ma nel messaggio che si trasmette a chi ci ascolta. Il grande arcivescovo Jacques-Bénigne Bossuet (1727-1704), che visse al tempo di Luigi XIV, nelle sue memorabili orazioni funebri, era capace di ripercorrere la vita di personaggi come la regina Enrichetta di Francia o la principessa Enrichetta di Inghilterra, condannando, davanti al Re, la corruzione morale della Corte francese, e nello stesso tempo elevando le anime degli ascoltatori a meditazioni grandiose sul tema della morte e dell’eternità.

  Alla omelia dell’arcivescovo Delpini sono mancate alcune parole decisive, che l’avrebbero trasformata da intensa omelia laica in omelia autenticamente soprannaturale e cristiana.

Naturalmente non ho la pretesa di insegnare all’arcivescovo Delpini come si predica, ma vorrei semplicemente dire cosa, come semplice fedele mi sarebbe piaciuto sentire. Sarebbe bastato, a mio parere, che alle parole che egli ha pronunciato avesse aggiunto, commentandola, qualche parola dell’Antico o del Nuovo Testamento, ricordando, in maniera più esplicita, la realtà della morte, che dissolve ogni apparenza, e ciò che dopo il giudizio finale aspetta ogni uomo. Perché l’uomo è creato per rendere gloria a Dio ed essere felice non su questa terra, ma nell’eternità.

Parole come quelle dei Salmi: I miei giorni si disfecero come ombra (101, 12); Chi mi mostrerà i veri beni? (4, 6) “Soprattutto è una vanità universale la vita stessa dell’uomo (38, 6).

E soprattutto le parole del Vangelo: “Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna” (Gv, 12, 25). “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?”
(Lc 9, 22-25). 

Parole dirette non a Silvio Berlusconi, che ormai non c’è più e ha già incontrato il giudizio di Dio, ma parole dirette a chi ancora vive sulla terra e può cambiare il suo destino. Quale occasione maggiore per rivolgere parole profetiche ai semplici e ai potenti, riuniti attorno alle spoglie di un uomo, come tutti mortale?

Gli uomini passano, ma le parole di vita eterna restano. E ogni volta che una bocca ripete le parole del Vangelo, la Grazia opera misteriosamente nell’anima di chi ascolta. (Roberto de Mattei)

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