Bologna: le transfemministe queer occupano l’ex archivio del Tribunale (e vengono sgombrate...) - CR - Agenzia di informazione settimanaleCR – Agenzia di informazione settimanale
Stampa la Notizia

Bologna: le transfemministe queer occupano l’ex archivio del Tribunale (e vengono sgombrate…)

A Bologna continuano i tentativi di occupazione “queer-transfemminista”. L’ultimo è del 5 marzo e si è appena concluso con un nuovo sgombero. Domenica scorsa, la Consultoria transfemminista queer del capoluogo emiliano aveva infatti preso possesso di uno spazio di proprietà pubblica in via Menarini, all’angolo con via Azzogardino, nella zona di porta Lame e del Dams (guarda le foto). Il luogo scelto dall’organizzazione LGBTQ+, era l’ex archivio del tribunale caduto in disuso all’indomani del trasferimento a via Farini,  un ampio spazio di 500 metri quadrati, più volte messo all’asta ma mai aggiudicato dal 2012 ad oggi. Malgrado l’ occupazione sia durata solo quattro giorni, fino allo sgombero delle forze dell’ordine di giovedì 9 marzo, è interessante parlarne per comprendere la realtà e le rivendicazioni di tali organizzazioni omosessualiste.

IL BLITZ

Il blitz del 5 marzo era stato effettuato da circa una settantina di persone che avevano giustificato così, attraverso un comunicato, le “ragioni” della loro azione:

“Siamo transfemministe, trans*, lesbiche, froce e da oggi rendiamo visibile e mettiamo a disposizione di tutt* una consultoria transfemminista frocia verso lo sciopero femminista globale del Lotto Marzo, risocializzando uno spazio di proprietà pubblica vuoto da anni, destinato a essere svenduto e alienato a privati senza un progetto qualificante per la città, mentre si spacciano per riqualificazione urbana lo sgombero degli spazi sociali, la cementificazione e la gentrificazione che creano solo deserto sociale a favore di interessi speculativi”.

Una locandina di un’iniziativa organizzata dal movimento transfemminista bolognese

OBIETTIVI TRANSFEMMINISTI QUEER

L’occupazione si proponeva di ricreare uno spazio, in passato già ospitato presso l’ex convento di Santa Marta, e poi dal locale Altantide, sgombrato nell’autunno 2015, che fosse come si legge sul sito di Radio Città del Capo, un laboratorio permanente per offrire “contraccezione, aborto e assistenza sanitaria libera, gratuita e accessibile a tutt*“.

 “La Consultoria TransFemminista Queer – si leggeva in un cartello appeso all’interno dell’ex archivio – è uno spazio in cui occuparci dei nostri corpi a partire dal piacere, dal desiderio e dalla trasformazione. Perché salute è benessere sociale”.

 

Il comunicato elencava le “voglie” del laboratorio senza tanti giri di parole:

«Vogliamo scambiarci informazioni ed esperienze. Vogliamo socializzare pratiche diffuse sul consenso e sulla condivisione di responsabilità rispetto a violenza maschile e molestie. Vogliamo parlare delle malattie professionali delle precarie e della prevenzione e gestione delle malattie sessualmente trasmissibili che non sono un segreto, una colpa o una punizione. Vogliamo organizzare la lotta per servizi sanitari efficienti e non più incentrati sull’eterosessualità e sulla maternità obbligatoria, perchè siamo stufe di medici obiettori, di chi ci colpevolizza se vogliamo abortire o prendere la pillola del giorno dopo, stufe di un sistema che infantilizza le/i trans. Vogliamo lottare al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori del sistema sanitario pubblico che vogliono trasformarlo insieme a noi. Vogliamo uno spazio in cui discutere in modo orizzontale di sesso, di emozioni, di salute, di come stiamo, delle relazioni fra i generi e di come (dis)educarci alle differenze, alle identità gerarchizzate e naturalizzate».

 

PAROLE CHIARE

L’occupazione dell’ex archivio del Tribunale di Bologna da parte delle transfemministe queer, sebbene già conclusasi, è un’utile ed interessante occasione per mettere a nudo i reali obiettivi e le rivendicazioni dei gruppi del femminismo radicale LGBTQ+, autentici ispiratori e promotori delle istanze alla base dell’odierna ideologia del gender.

Alla Consultoria transfemminista queer va infatti riconosciuto l’indubbio merito di parlare chiaramente, esprimendo i propri fini di lotta senza nascondersi dietro vocaboli ambigui e melliflui.

Una lotta senza quartiere per la conquista di ogni tipo di diritto al grido di “vogliamo tutto”, in nome di una illimitata autodeterminazione dell’individuo. La teoria del caos applicata all’uomo. (di Rodolfo de Mattei su Osservatoriogender.it)