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Athanasius Schneider. La dottrina sulla collegialità episcopale necessita di una ulteriore chiarificazione teologica

Aggiorno la pubblicazione del testo che segue che ritengo particolarmente importante. Ѐ la prima volta che un vescovo rompe il tabù dell’intoccabilità del pastorale Vaticano II, ancora vero e proprio dogma, non solo presso il clero ma anche presso la gran maggioranza dei fedeli, incoraggiati nel conformismo da facitori di opinione sempre ben attenti a non oltrepassare certi prestabiliti limiti. Possiamo dire che, dopo quello di mons. Gherardini, vi sia ora il suo appello ad una pubblica e ragionata discussione sul Concilio. Vedremo se tale appello avrà più successo di quello dell’illustre teologo, a suo tempo del tutto ignorato. Del resto, già nel 2010, Mons. Schneider aveva parlato della necessità di un “nuovo Sillabo”.

 Sono molto grata a Mons. Athanasius Schneider, al quale ho sottoposto i miei ultimi testi [es. qui] per conoscere il suo pensiero e anche per una possibile correzione, rinnovandogli nell’occasione i sensi della nostra costante e filiale vicinanza e unione spirituale anche nella preghiera e nell’offerta, già espressi a voce nel nostro ultimo incontro. Egli non ha tardato a fornire la sua risposta (con la delicatezza di esprimersi in italiano) sul tema della collegialità, pubblicata di seguito. Risposta concretizzatasi in un documento che sostanzialmente è una conferma ma anche un ulteriore insegnamento.

Mi pare evidente che il limpido e coraggioso intervento di mons. Schneider è applicabile anche in rapporto ai recenti venti di decentramento (che diventa sovvertimento) in tema di liturgia [qui]. Sono felice di condividerla con voi e di constatare che non siamo soli, così come non sono soli i nostri carissimi Pastori di riferimento.
La dottrina sulla collegialità episcopale necessita di una
ulteriore chiarificazione teologica.

Il tema della collegialità episcopale come esposta nel documento del Concilio Vaticano II, Lumen gentium, resta di fatto non ancora chiarito in modo soddisfacente. Nella letteratura teologica post-conciliare si è creata una nuova teoria dei due soggetti supremi della Chiesa universale, ciò che non corrisponde alla Parola Divina scritta e alla Parola Divina trasmessa nella tradizione costante della Chiesa. Una tale teoria è contraria alla struttura divinamente stabilita della gerarchia nel corpo visibile del mistero della Chiesa.

L’episcopato della Chiesa è uno e unico come un corpo, il quale ha il suo unico capo visibile che è il Papa, vicario del capo unico invisibile che è Cristo. I vescovi sono uniti tra loro come veri colleghi, cioè collegialmente. Sono uniti con il Papa come loro capo in modo subordinato e anche collegiale come espresso dal detto tradizionale “sub et cum Petro”.
Il governo della Chiesa universale è monarchico da parte di Pietro e dei suoi successori, anche se loro per prudenza la governano con l’aiuto di diversi strumenti che hanno il significato e il valore di consiglio (collegio cardinalizio, consultazione di una parte o della totalità del corpo/collegio episcopale).

Nei momenti di importanza straordinaria il Papa può porre atti strettamente collegiali, cioè lascia l’intero collegio episcopale partecipare al suo personale, monarchico ed inalienabile ministero petrino del governo della Chiesa universale. Questi momenti si realizzano di solito e tradizionalmente nella celebrazione dei Concili ecumenici. In questi momenti il Papa governa la Chiesa in modo collegiale con l’intero collegio episcopale (cum Petro). Ciò rappresenta il modo straordinario ed eccezionale del governo della Chiesa universale, un modo certamente consigliabile, non però assolutamente necessario.

La Chiesa universale è governata da parte del Papa sempre monarchicamente, cioè come da parte di un capo, e non da parte di due capi o da parte da due soggetti (un corpo con due capi sarebbe una cosa mostruosa). Di fatto, tale teoria si diffonde spesso ai nostri giorni col vedere: un soggetto nel Papa da solo e l’altro soggetto nel collegio episcopale, che includerebbe necessariamente il Papa come suo capo. Una tale teoria è ambigua e distorce il significato della struttura monarchica e strettamente gerarchica della Chiesa divinamente stabilita.

Il soggetto supremo del governo della Chiesa universale resta sempre il Papa come l’unico capo visibile. Egli governa ordinariamente in modo individuale e personale come lo esige la natura del suo ministero di unico Pastore supremo.
Nel modo straordinario ed eccezionale il Papa governa la Chiesa in modo collegiale insieme con tutti i vescovi:

di solito per mezzo dei Concili ecumenici,
o attribuendo valore universale (in questo caso valore strettamente collegiale) agli atti di una parte dell’episcopato (p.e. attribuendo valore universale e collegiale ad alcune decisioni dottrinali e disciplinari di concili plenari, provinciali, sinodi locali o di una assemblea sinodale dei vescovi, o del “Sinodo dei Vescovi”).

Non si tratta in questi casi di due soggetti, altrimenti sarebbero due capi, giacché non ci sono due Pastori supremi della Chiesa. Si tratta invece di un soggetto supremo, il quale governa necessariamente in modo ordinario individualmente e personalmente, e in modo straordinario – e non assolutamente necessario – collegialmente con tutti i vescovi. In questo caso il Papa ammette l’intero corpo/collegio dei vescovi a partecipare concretamente al suo primato universale. Perciò l’unico e ultimo soggetto responsabile (sine qua non) dell’atto collegiale è il Papa.

Tale spiegazione evidenzia in modo più chiaro e più sicuro i seguenti aspetti della verità sulla struttura Divinamente stabilita della Chiesa in consonanza alla costante tradizione della Chiesa:

C’è solo un supremo Pastore, e quindi un unico ultimo soggetto del governo universale della Chiesa, che è Pietro e i suoi successori, i Romani Pontefici.

L’episcopato della Chiesa è uno e unico e indivisibile come un corpo vivente con il suo capo e i membri, essendo il Papa il capo e i vescovi i membri, avendo perciò l’episcopato in questo senso un carattere essenzialmente ed organicamente collegiale, non però collegiale in senso giuridico, politico, o sociologico.

Senza l’unione gerarchica con il Papa non si può essere un vero e legittimo membro del corpo/collegio episcopale. Perciò il Papa deve ammettere un nuovo membro a far parte del corpo/collegio episcopale o dare un’approvazione successiva. La consacrazione (o ordinazione) episcopale per sé non è sufficiente.

Il Papa è necessariamente unito e connesso con l’intero corpo episcopale, giacché un capo non può esistere senza la connessione con i membri del suo corpo. Perciò il Papa deve mantenere rapporti ordinari con i membri del corpo/collegio episcopale, p.e. tramite delle consultazioni (ascoltando il consiglio sia per mezzo epistolare, sia per mezzo del raduno di diverse assemblee episcopali), delle visite ad limina, dei legati o rappresentanti pontifici o altri mezzi adatti).

Il Papa governa monarchicamente nel senso spirituale secondo lo spirito di Cristo, non però nel senso di un re assoluto o di un dittatore politico. Il Papa non può dire – in analogia con l’espressione del re francese Louis XIV – “La Chiesa sono io!”.

Il primato Petrino esige l’episcopato e l’episcopato a sua volta esige il primato Petrino, come il capo necessita della connessione con i membri del suo corpo e i membri necessitano della connessione con il capo.

Una più completa spiegazione teologica dell’episcopato in rapporto con il primato Petrino era certamente necessaria dopo il Vaticano I, il quale aveva l’intenzione di farlo, ma non lo ha fatto a causa della sospensione dei lavori conciliari. Il documento del Vaticano II Lumen gentium ha tentato di farlo ed in generale questo documento ci ha dato una valida e tradizionale dottrina sull’episcopato. Nella spiegazione del principio della collegialità episcopale nel suo rapporto con il Papa, il testo di Lumen gentium contiene però alcune formulazioni che non sono dottrinalmente mature e sicure, e ciò ha costretto Papa Paolo VI a chiedere di pubblicare la famosa “Nota explicativa praevia”.

Nonostante la pubblicazione della “Nota explicativa praevia” e di altri testi della Santa Sede concernenti questo tema, la dottrina sulla collegialità episcopale nel suo rapporto con il Papa resta ancora teologicamente non sufficientemente chiara. Molti teologi post-conciliari presentano diverse teorie su questo tema con la tendenza comune di oscurare la verità della struttura gerarchica e del governo monarchico della Chiesa e di favorire teorie contrarie al senso perenne della Chiesa, come quella del conciliarismo ed episcopalismo (spesso nel senso della chiesa ortodossa) o la nuova teoria del doppio soggetto ordinario e supremo della Chiesa (il Papa e il collegio episcopale).

La dottrina di Lumen gentium sulla collegialità episcopale nel suo rapporto con il Papa necessita quindi di una ulteriore chiarificazione e maturazione teologica perché sia in modo più chiaro consona alla verità rivelata e alla tradizione costante della Chiesa.

Per questo scopo si dovrebbe favorire e creare uno spazio e un’atmosfera spirituale per una disputa teologica serena sull’esempio del metodo teologico di San Tommaso d’Aquino, il dottore universale della Chiesa.

chiesaepostconcilio.blogspot.it