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Al Azhar e i diritti dei cristiani nel mondo islamico

A poche settimane dal viaggio di Papa Francesco in Egitto, la più autorevole università sunnita ha difeso diritti uguali per cristiani e musulmani. Ma nel mondo arabo-islamico, le minoranze religiose soffrono. Tutte le Costituzioni impongono restrizioni: divieto di raduni comunitari; a cambiare religione; ad assumere alte cariche di governo. L’emarginazione sta portando alla fuga dei cristiani dal Medio oriente.

Milano (AsiaNews) – Il riconoscimento della piena eguaglianza dei diritti verso ogni cittadino, a qualunque fede egli appartenga, è certo una delle proposte più coraggiose e suggestive uscite dal congresso svoltosi all’università Al Azhar del Cairo lo scorso mese.

Le personalità del mondo accademico, politico e culturale islamico e cristiano che si sono confrontate su iniziativa dell’imam Ahmad Al-Tayyeb hanno sollevato con coraggio due temi che creano ancor oggi non poco disagio nel mondo politico ed istituzionale arabo ed islamico: la laicità dello Stato e la piena parità dei diritti delle persone in base allo status di cittadinanza.

Importantissimi per lo sviluppo di una cultura di pace e reciproco rispetto delle persone umane, questi temi non potranno non essere oggetto di ulteriore sviluppo, anche alla luce dell’imminente viaggio di papa Francesco in Egitto, dove si recherà in visita anche ad Al Azhar.

Secondo i trattati e gli accordi delle principali organizzazioni internazionali, ONU in primis, la corretta applicazione dello status di cittadinanza, presuppone che ogni cittadino, per il solo fatto di appartenere ad un determinato Stato, non possa essere oggetto di discriminazione nel godimento dei suoi diritti per motivi di religione, etnici, linguistici e così via. Il principio di cittadinanza è dunque basato sul rispetto della libertà di pensiero e di coscienza, di cui la religione è una delle manifestazioni fondamentali, come ha ricordato lo stesso Patriarca maronita Beshara Rai, intervenuto al congresso egiziano.

Se si guarda al quadro politico normativo che definisce lo status di cittadinanza nelle Costituzioni del mondo arabo ed islamico, osserviamo che vi sono parecchie discriminazioni alla libertà di pensiero e di religione, che portano a definire le fedi diverse dall’islam come minoranze, cioè comunità “diverse” che non hanno diritto a parità di trattamento, ma vengono riconosciute secondo uno stato di “dhimmitudine”, dunque tuttalpiù tollerate.

Lo stesso Patriarca maronita ha affermato che il termine di “minoranza religiosa” dovrebbe scomparire ed essere sostituito dal riconoscimento della pari dignità tra le fedi.

La concezione della cittadinanza nelle Costituzioni degli Stati arabi è legata espressamente alla religione islamica in cui qualificano la propria identità nazionale. Ciò comporta che ai cittadini di fede cristiana, essendo considerati minoranza, vengano imposte restrizioni, limiti e diversità di trattamento nei diritti fondamentali.

La mappa delle violazioni

Ad esclusione della Siria e del Libano, ad esempio, in quasi tutti gli altri Stati permangono il divieto per i cristiani di insegnare la lingua araba poiché lingua sacra dei testi di fede islamica; restrizioni in materia di libertà personali, per cui mentre un cittadino musulmano può contrarre matrimonio con una donna non musulmana, non è ammesso il principio contrario; i figli di coppie religiose miste debbono inoltre essere cresciuti secondo la fede musulmana.

Ancora: in Irak la Costituzione pur riconoscendo il rispetto della libertà religiosa, all’art.2 prevede espressamente che nessuna legge possa essere emanata se contraddice i principi fondanti dell’Islam, al fine di garantire l’identità islamica della maggioranza della popolazione irachena.

Queste discriminazioni nei confronti delle minoranze religiose sono addirittura riconosciute nella stessa Carta dei Diritti dell’Uomo della Lega Araba all’art. 25, dove è escluso che i diritti fondamentali dei cittadini appartenenti a minoranze – come la pratica dei precetti della religione di appartenenza – possano essere esercitati in luogo pubblico in comune con gli altri membri della minoranza.

La stessa Tunisia, pur in un clima di apertura e di riforme laiche a seguito della Primavera araba, prevede ancora nella sua Costituzione all’art.38 che solo un cittadino musulmano può diventare Presidente della repubblica.

In Egitto questa definizione della minoranza era divenuto un problema molto preoccupante per la comunità cristiana copta, a seguito dell’approvazione della Costituzione fondamentalista del 2012 sull’onda del successo politico dei Fratelli Musulmani del governo Morsi. Oggi, la Costituzione del 2014 promossa dal governo dell’ex generale al-Sisi mostra un’inversione di tendenza perché, se da un lato riconferma la shari’a come fonte primaria di legislazione, riduce l’influenza dell’islamismo nella vita pubblica dello Stato. Grazie al varo di una nuova legge che disciplina in modo più liberale la costruzione delle Chiese cristiane in Egitto, è stato eliminato l’odioso decreto precedente che permetteva al governo di impedire, bloccare o comunque ritardare all’infinito tali costruzioni con la motivazione che costituissero un pericolo per la sicurezza dello Stato.

Fra tutti i Paesi in cui la legge islamica è elemento dominante, il Marocco è certo quello che più di ogni altro ha fatto un passo storico. Il Consiglio degli Ulema ha riconosciuto di recente il pieno diritto di ogni cittadino marocchino di abbandonare la fede islamica senza incorrere più nel delitto di apostasia, per cui era prevista la pena del carcere fino a tre anni. Si consideri che sono ancora moltissimi gli Stati islamici ed arabi che in nome della shari’a applicano la pena di morte a chi si converte a religioni diverse dall’islam: Arabia Saudita, Iran, Sudan, Emirati, Somalia, Afghanistan, Malaysia, Mauritania, Pakistan, Qatar ed altri ancora.

Lo stesso Libano, Paese in cui il pluralismo religioso delle 18 fedi ufficialmente riconosciute deve essere rispettato anche a livello di governo e di istituzioni pubbliche, è concentrato sulla necessità politica di definire l’identità nazionale dello Stato indipendentemente dall’appartenenza alla fede religiosa per garantire la più pacifica convivenza tra le varie componenti.

Il contesto politico giuridico del mondo arabo islamico è così contradditorio che ogni opera di ricostruzione della società civile nel segno del pluralismo religioso e della parità dei diritti tra cittadini deve essere sostenuto con convinzione, pur senza facili entusiasmi ed illusioni, e l’iniziativa di Al Azhar va senz’altro interpretata in tal senso.

L’Atlas of Global Christianity calcola che la percentuale dei cristiani nelle terre arabe ammonti oggi circa al 6%, contro il 25% di 100 anni fa: senza un percorso di reciproco riconoscimento di pari diritti tra cittadini, il destino delle comunità cristiane è messo a repentaglio.

Di Luca Galantini per asianews.it