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Sotto la bandiera dell’Onu, propaganda a favore dell’omosessualità

Sotto la bandiera dell'Onu, propaganda a favore dell'omosessualitàLe terapie in grado di aiutare gli omosessuali a correggere la propria disordinata attrazione verso persone dello stesso sesso sarebbero da mettere al bando, fuorilegge e da etichettare quale violazione dei diritti umani: ad affermarlo, è stato un gruppo di avvocati del “Church Center”, sede di un’organizzazione progressista per l’incontro delle religioni, collaterale alle Nazioni Unite.

Ed, in effetti, delle Nazioni Unite è stato sfruttato nome ed egida, presentando l’iniziativa come “il primo dibattito” da esse “organizzato a favore della legalità, dell’etica e della scienza” in materia, benché sia stato in realtà promosso da organizzazioni non governative e senza rappresentanti degli Stati membri. A darne notizia è stata l’agenzia “LifeSiteNews” nell’edizione on line dello scorso 15 febbraio, notizia nella quale è stato evidenziato come non siano mancati i soliti “esperti” pronti a fare un indebito e pericolosissimo parallelo tra la teoria del “gender” e la fede, come se si potessero porre sullo stesso piano, pur essendo realtà tra loro totalmente differenti: accettando tale assunto, proclamare la libertà religiosa potrebbe esser considerato equivalente insomma al proclamare la libertà di orientamento sessuale ed all’evangelizzazione potrebbe corrispondere la propaganda omo-lesbo.

Evidenti i danni insiti in tali equilibrismi lessicali. Secondo Toiko Kleppe, senior counsel per le tematiche Lgbt presso l’Ufficio dell’Alto Commissario per i diritti umani, le terapie mirate a far uscire dall’omosessualità sarebbero “a-scientifiche, potenzialmente dannose, stigmatizzanti, quindi delle vere e proprie violazioni”, a meno che il paziente non sia nelle condizioni di poter firmare il consenso informato alla loro somministrazione. Ma nel corso del dibattito si è data voce anche all’altra campana, leggendo la lettera anonima di “Jonathan” – nome di pura invenzione -, in cui un uomo, uscito dalla propria condizione gay “senza alcuna pressione, né da alcuno costretto ad andare in terapia”, ha dichiarato che oggi “non sarebbe così felice e realizzato” se non avesse compiuto questo passo ed ha chiesto che tali pratiche scientifiche non vengano quindi criminalizzate o peggio eliminate, né considerate una violazione dei diritti umani, “poiché nel mio caso – ha proseguito – han fatto di me la persona che sono oggi”. L’auspicio è che presto possano esserci altri “Jonathan”, felici di aver recuperato un rapporto ordinato con la propria sessualità (M.F.).


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