La vera emergenza non è sanitaria, ma educativa - Corrispondenza romana
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La vera emergenza non è sanitaria, ma educativa

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Parla di «gravissima emergenza» don Emanuele Cucchi, direttore dell’Opera salesiana e della Comunità Educativa Pastorale «Don Bosco» di Brescia. Lo fa in una lettera aperta, inviata al quotidiano locale, non solo come sacerdote, né solo come professore, bensì anche a nome dell’ente, di cui è posto alla guida da quasi cinque anni. E la «gravissima emergenza», in questo caso, non è la pandemia, pur senza sottovalutarne il forte impatto sanitario e sociale.

San Giovanni Bosco, fondatore dell’Ordine di cui don Cucchi fa parte, quasi 180 anni fa, l’8 dicembre 1841, incontrò il primo ragazzo, da cui prese il via la sua opera educativa, imponente ed efficace nel formare giovani così come nel salvarne le anime. Oggi, commenta don Cucchi, «non vedo più ragazzi sfruttati, situazioni di malnutrizione e miseria», come quelle della Torino in piena rivoluzione industriale, nella seconda metà dell’Ottocento, però «vedo tanta sofferenza e smarrimento e mi chiedo come possiamo darvi una risposta».

Le ragioni hanno radici profonde, afferma, e sono state tali da provocare «uno scollamento tra le diverse agenzie, tra cui quelle educative, col risultato che i nostri giovani si sentono sempre più soli e abbandonati, anche dalle generazioni che li hanno preceduti. Non è colpa della pandemia, se ci troviamo in questa situazione. L’ultimo anno non ha fatto altro che mettere in evidenzia ciò che già c’era e che in pochi avevano il coraggio di denunciare con franchezza. La chiusura delle scuole e la didattica a distanza hanno messo in evidenza con più chiarezza – e per certi aspetti hanno accelerato – il processo di frammentazione del tessuto comunitario, col risultato che l’anima dei nostri ragazzi sta finendo in mille pezzi più velocemente. Sono consapevole del peso delle parole che esprimo, ma credo che sia arrivato il momento di dichiarare da che parte stiamo e noi salesiani stiamo dalla parte dei giovani. “La cosa più saggia del mondo è gridare prima del danno. Gridare dopo che il danno è avvenuto non serve a nulla, specie se il danno è una ferita mortale”, diceva Chesterton. Solo una rinnovata fiducia, che giunge dalla fede, può farci riprendere consapevolezza che il seme di immortalità presente in ciascuno di noi può essere un motivo per ripartire».

Serve tuttavia, scrive don Cucchi nella propria lettera aperta, «una nuova alleanza, abbiamo bisogno di ricostruire una nuova comunità. Da soli facciamo tutti più fatica. I nostri ragazzi hanno bisogno delle nostre migliori risorse per far crescere il bene che c’è in loro e questo lo si può fare solo aprendo e creando contesti dove possano sentirsi guardati, accolti e ascoltati, esattamente come ha fatto don Bosco. Per questa ragione trovo veramente imperdonabile l’aver chiuso le scuole, le chiese e gli oratori in questo periodo di difficoltà. Noi siamo pronti a dare il nostro contributo, ma, per favore, permetteteci di incontrare i giovani. Non vogliamo sminuire l’importanza di una risposta adeguata anche sotto il profilo sanitario. L’emergenza c’è, la gente muore ed è necessario agire a tutela delle persone più fragili. Tra queste però ci sono anche i nostri ragazzi. La chiusura dei luoghi di cultura, preghiera e aggregazione è un messaggio chiaro e forte ai nostri giovani. Un messaggio che rischia di essere l’espressione di una resa» nel compito affidatoci. «Non possiamo permettere che giunga questo messaggio, perché prima o poi dovremo renderne conto».


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Come non condividere le ansie e le preoccupazioni di don Cucchi? Non a caso, nella Lettera alla Diocesi ed alla città di Roma del 21 gennaio 2008, Benedetto XVI parlò espressamente di «una grande emergenza educativa», precisando: «Aumenta oggi la domanda di un’educazione che sia davvero tale. La chiedono i genitori, preoccupati e spesso angosciati per il futuro dei propri figli; la chiedono tanti insegnanti, che vivono la triste esperienza del degrado delle loro scuole; la chiede la società nel suo complesso, che vede messe in dubbio le basi stesse della convivenza; le chiedono nel loro intimo gli stessi ragazzi e giovani, che non vogliono essere lasciati soli di fronte alle sfide della vita». Da qui la risposta: «Chi crede in Gesù Cristo sa che Dio non ci abbandona, che il Suo amore ci raggiunge là dove siamo e così come siamo, con le nostre miserie e debolezze, per offrirci una nuova possibilità di bene». Ma la società di oggi, così secolarizzata ed immanente, sa riconoscere questo aiuto, che ci viene offerto?