In difesa dei "dubia" dei quattro cardinali, messi in castigo dal papa - CR - Agenzia di informazione settimanale
Stampa la Notizia

In difesa dei “dubia” dei quattro cardinali, messi in castigo dal papa

“Se fosse così semplice risolvere i ‘dubia’, perché il papa non risponde?”

È stata pubblicata il 27 giugno 2017 su Vatican Insider, alla vigilia del concistoro, una “Lettera aperta ai quattro cardinali dei ‘Dubia’“, scritta dal Sig. Stephen Walford. In questa lettera si chiede ai Cardinali di rivedere le loro posizioni e di non alimentare il fuoco del dissenso.

Le motivazioni addotte sono di due ordini, che potremmo chiamare materiale e formale:

A) Gli argomenti di ordine materiale iniziano dalla presunta “difficoltà” – rinfacciata ai Cardinali – “ad accettare i due autentici interventi di Papa Francesco nei quali afferma che, in alcuni casi, la disciplina dei sacramenti è stata cambiata” e si sviluppano poi in una lunga serie di considerazioni, anche in forma di domanda, tendenti a dimostrare che in nessuna parte di  “Amoris laetitia” il Papa avrebbe cambiato qualcuno degli “insegnamenti oggetto degli ultimi quattro ‘dubia’”.

B) Gli argomenti di ordine formale richiamano alcune affermazioni del Magistero circa il primato petrino e giungono alla conclusione che “Papa Francesco – essendo il beneficiario del carisma dello Spirito Santo che lo assiste anche nel magistero ordinario (come ha insegnato San Giovanni Paolo II) – ha legittimamente reso possibile il ricevimento della Santa Comunione da parte dei divorziati risposati i cui casi sono stati attentamente considerati”.

Provo a rispondere a queste argomentazioni, partendo dalla seconda serie, in quanto logicamente decisiva: infatti, se tutti gli atti di Magistero fossero sempre chiari e perfetti e godessero – per il solo fatto di essere pronunciati dal Pontefice – della infallibilità (senza considerare, ad esempio, il tenore del documento, le circostanze in cui il pronunciamento è svolto, il fatto che un insegnamento sia relativamente nuovo o reiterato, etc. etc.), ovvero se ogni “flatus vocis” del Romano Pontefice dovesse essere considerato dogma e richiedesse sempre e comunque l’assenso interno dei fedeli, la questione sarebbe chiusa in partenza.

In realtà il Magistero della Chiesa costituisce certamente un unico corpo (contenente ciò che la Chiesa ci propone a credere), di cui tuttavia non tutte le affermazioni hanno lo stesso valore; in altre parole, non tutti i pronunciamenti – sebbene autenticamente proposti – richiedono il medesimo grado di assenso. I “dubia” dei Cardinali servono anche a chiarire che valore possano avere una risposta nel corso di un’intervista su un aereo e una lettera privata ad alcuni Vescovi (indicati dal SIg. Walford quasi come interpretazioni definitive), entrambe non pubblicate sugli “Acta Apostolicae Sedis”. Certamente tutte e due sono pronunciamenti del Papa, ma, come afferma “Lumen Gentium” 25, il grado di adesione si deve dedurre “dal carattere dei documenti, o dall’insistenza nel proporre una certa dottrina, o dalla maniera di esprimersi”:

Chiediamoci, a mo’ di esempio: “Le interviste papali in aereo e le lettere private di un Pontefice esigono – di per sé – lo stesso grado di assenso dell’insegnamento sulla contraccezione proposto da documenti quali ‘Casti Connubii’, ‘Humanae Vitae’, ‘Familiaris Consortio’ etc. oppure si possono nutrire delle perplessità nei confronti delle suddette interviste o lettere”? La risposta ci vien data dal Magistero stesso, a cominciare dall’istruzione “Donum Veritatis” del 1990 “sulla vocazione ecclesaiele del teologo”, peraltro citata anche dal Sig. Walford:

“Può tuttavia accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a seconda dei casi, l’opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento. II che lo spingerà innanzitutto a verificare accuratamente quale è l’autorevolezza di questi interventi, così come essa risulta dalla natura dei documenti, dall’insistenza nel riproporre una dottrina e dal modo stesso di esprimersi […]. In ogni caso non potrà mai venir meno un atteggiamento di fondo di disponibilità ad accogliere lealmente l’insegnamento del Magistero, come si conviene ad ogni credente nel nome dell’obbedienza della fede. Il teologo si sforzerà pertanto di comprendere questo insegnamento nel suo contenuto, nelle sue ragioni e nei suoi motivi. A ciò egli consacrerà una riflessione approfondita e paziente, pronto a rivedere le sue proprie opinioni ed a esaminare le obiezioni che gli fossero fatte dai suoi colleghi. Se, malgrado un leale sforzo, le difficoltà persistono, è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato” (sottolineature nostre).

Inoltre Papa Francesco, al § 2 di “Amoris laetitia”, scrive:

“La complessità delle tematiche proposte ci ha mostrato la necessità di continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione dei pastori e dei teologi, se è fedele alla Chiesa, onesta, realistica e creativa, ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza”.

In base ai testi esaminati possiamo dire che, se è necessario approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, e se è possibile ad un semplice teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato, quanto ciò potrà esser compiuto lecitamente da membri della Chiesa docente, per di più Cardinali, cioè i primi consiglieri del Papa?

Sempre nell’ambito di questo genere di obiezioni, il Sig. Walford si premura di affermare che non è possibile una “correzione formale” del Papa in materia di fede; egli afferma che “In termini di azioni personali come la correzione di San Paolo verso San Pietro, il cui comportamento, secondo San Paolo, era contrario a quello di un Papa, oppure alla peccaminosità dei Papi medievali, allora sì, è possibile una correzione, ma in relazione a questioni di fede o di morale insegnata come parte del magistero non è possibile”.

Questa affermazione vien confutata dalla storia della Chiesa, che ci offre il caso di due Papi, il primo condannato, il secondo corretto, per motivi esclusivamente dottrinali.

Il primo Papa pluricondannato fu Onorio I († 638), irreprensibile nella sua vita privata, ma oggettivamente responsabile di aver favorito l’eresia monotelita. Non entriamo nel merito della questione se oggi si possa considerare formalmente eretico o meno; certamente fu scomunicato (post mortem) e ricevette quattro condanne: la prima da parte del Concilio Costantinopolitano III (680–681), la seconda da Papa Leone II (683), la terza dal Concilio di Nicea II (787), la quarta dal Concilio Costantinopolitano IV (869–870).

Il secondo Papa, che errò in alcuni dei suoi atti di magistero ordinario, fu Giovanni XXII (1249-1334). Egli venne ammonito dal nipote, il Card. Bertrand du Pouget (1280–1352), e così poté ritrattare, poco prima di morire, alcune affermazioni che oggi sarebbero considerate eretiche: Giovanni XXII aveva infatti sostenuto, in tre omelie pronunciate ad Avignone tra il 1 novembre 1331 e il 5 gennaio 1332, che le anime dei giusti non sarebbero ammesse alla visione beatifica subito dopo la morte o dopo aver terminato il Purgatorio, ma solo dopo la Resurrezione e il Giudizio universale. Anche in questo caso il motivo della correzione fu esclusivamente dottrinale.

Dobbiamo anche dire che il motivo per cui Pietro meritò l’ammonizione da parte di San Paolo, non fu solo “in termini di azione personale”; si trattò di un vero scandalo in materia di fede, in quanto il comportamento del primo Papa – sebbene egli stesso avesse le idee ben chiare (infatti si comportava da ipocrita; cf. Gal 2, 13) – non era secondo la verità del Vangelo (Gal 2, 14): avrebbe potuto indurre a credere che alcuni precetti della legge mosaica detenessero ancora una qualche forza obbligante, e che i pagani dovessero vivere alla maniera dei Giudei.

In ogni caso, i quattro Cardinali non hanno minimamente accennato, né nei “dubia“, né nella ultima lettera e richiesta di udienza, ad una possibile correzione; essa è, almeno per ora, più una preoccupazione di una certa frangia di ultra-allineati, che dei Cardinali stessi.

È evidente che questi ultimi non hanno certo piacere di andare verso una qualsiasi forma di scontro, ma cercano piuttosto, in tutti i modi, di parlare col Papa, per risolvere nella carità tutta la questione.

E ora prendiamo in esame gli argomenti del Sig. Walford, secondo i quali le preoccupazioni e i “dubia” dei Cardinali sarebbero infondati. Per far questo, mi limito a rispondere ad una serie di domande che l’autore della lettera pone ai cardinali stessi, verso la fine del suo testo.

D. 1 – “Era scandaloso il fatto che Dio usasse una prostituta pagana impenitente, Rahab, per aiutare ‘la storia della salvezza’?”.

R. – L’aiuto di Rahab a “la storia della salvezza” non è dovuto al fatto che fosse prostituta. Da questo fatto si può dedurre invece che anche le prostitute (per di più infedeli) possono fare opere buone, con l’aiuto della grazia attuale; ma ciò non implica che Rahab, pur avendo collaborato alla storia della salvezza, avesse avuto in quel momento la grazia santificante (condizione oggi imprescindibile per potere accostarsi all’Eucarestia).

D. 2 – “Era scandaloso il fatto che Gesù rimanesse in attesa di una donna adultera presso il pozzo di Giacobbe e che le concedesse immediatamente la grazia dell’evangelizzazione? Era scandaloso il fatto che non le dicesse di lasciare l’uomo con cui stava o di vivere come fratello e sorella?”.

R. – Il fatto riportato indica che chi è in stato di peccato può parlar bene di Gesù Cristo, e che non è richiesto essere in stato di grazia per farlo; al contrario è insegnamento costante della Chiesa che bisogna essere in stato di grazia per poter fare la Santa Comunione. Così insegnava San Giovanni Paolo II: “Desidero quindi ribadire che vige e vigerà sempre nella Chiesa la norma con cui il Concilio di Trento ha concretizzato la severa ammonizione dell’apostolo Paolo affermando che, al fine di una degna ricezione dell’Eucaristia, ‘si deve premettere la confessione dei peccati, quando uno è conscio di peccato mortale’ (Ecclesia de Eucharistia 36)”.

D. 3 – “Era scandaloso il fatto che Gesù avesse inserito un nuovo canone nella legge di Mosè per salvare una donna adultera dalla sentenza che meritava? In questo caso, lo spirito della legge ha superato quello della legge scritta per portarla alla salvezza?”.

R. – Lo spirito della legge ha perfezionato l’antica legge scritta, per portare alla salvezza quella donna, non semplicemente sottraendola alla lapidazione, ma liberandola anche dalla morte eterna.

Per questo Gesù non si è limitato a rimandarla libera, ma le ha anche detto di “non peccare più”; e così le ha garantito che non sarebbe più stata in condizione di non poter far altro che peccare.

La nuova legge dello Spirito infatti fa compiere tutti gli atti salutari, nonostante la debolezza dell’uomo dopo il peccato originale. Come insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica, al § 1972, “la Legge nuova è chiamata […] legge di grazia, perché, per mezzo della fede e dei sacramenti, conferisce la forza della grazia per agire”, quindi anche quella di non peccare più e di non commettere adulterio.

D. 4 – “Che cosa otteniamo spiritualmente nel combattere contro quelle anime piene di grazia appartenenti ai divorziati e risposati che sinceramente desiderano l’unione sacramentale con Gesù? Crediamo che non sia possibile ottenere nulla per loro? Le parole di Gesù: ‘Colui che viene a me, io non lo caccerò fuori’ (Gv 6, 37) non valgono dunque per loro?”.

R. – In primo luogo è da dimostrare che le anime dei divorziati risposati conviventi “more uxorio” siano piene di grazia. Questa affermazione ci fa pensare che il SIg. Walford non abbia ben chiara la distinzione tra grazia attuale (grazia che muove i peccatori a compiere buone azioni, preparandoli alla giustificazione, non necessariamente conseguita per il fatto di compiere i suddetti atti), e grazia santificante.

Inoltre, ribadire a tutti i cari fratelli che non sono in grazia di Dio che non possono ricevere la Santa Comunione non implica che si combatta contro di essi: come non combatteva contro di loro Benedetto XVI, quando affermava in “Sacramentum Caritatis” che “i divorziati risposati, tuttavia, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa Messa, pur senza ricevere la Comunione, l’ascolto della Parola di Dio, l’Adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli” (sottolineatura nostra) .

D. 5 – “Che cosa è cambiato dall’affermazione del Santo Papa Pio IX, secondo cui i matrimoni civili per i cattolici sono ‘nient’altro che un disonorevole e letale concubinaggio’ (Allocuzione ‘Acerbissimum vobiscum’), a Papa Benedetto XVI che afferma che le sofferenze di queste persone sono un ‘dono per la Chiesa’ (Incontro Mondiale delle Famiglie, 2 giugno 2012)?”.

R. – Le due affermazioni non sono contraddittorie, ma esprimono concetti diversi: le parole di Benedetto XVI ci insegnano che la sofferenza – data dalla consapevolezza di essere in peccato e di non poter accostarsi alla S. Comunione – può essere unita alle sofferenze di Cristo; da tutte queste sofferenze unite possono scaturire le grazie attuali sufficienti per muovere la volontà del peccatore stesso, in modo che egli possa un giorno vivere in grazia di Dio. Del resto Benedetto XVI, dal cui cuore è sgorgata questa altissima considerazione, non la considerava una premessa per potersi accostare ai Sacramenti in stato di peccato.

Considerazioni finali

1 – La lettera del Sig. Walford contiene gravissime imprecisioni e travisamenti, sia nella sua sintesi circa l’obbedienza al Magistero, sia negli argomenti portati a sostegno delle sue obiezioni e domande ai quattro Cardinali.

2 – Gli errori sono anche di natura logica, in quanto, come abbiamo visto, traggono conclusioni più ampie delle premesse: cosa c’entra, ad esempio, la prostituta Rahab con i divorziati civilmente risposati? Si tratta di un caso completamente diverso.

3 – Al pari di tutti coloro che vogliono coprire ad oltranza le ambiguità dottrinali presenti in “Amoris laetitia”, anche il Sig. Walford ripropone il falso dilemma “Comunione sì – Misericordia / Comunione no – durezza di cuore”, quando invece è misericordia spiegare a chi vive in stato di peccato perché non può accostarsi ai Sacramenti dei vivi. “Misericordia e verità s’incontreranno” (Sal 84 (85), 11).

A meno che non si voglia accusare di esser stato poco misericordioso proprio quel Papa che ha introdotto la festa della Divina Misericordia, che è stato portato in Paradiso ai primi vespri di quella stessa festa – segno di gradimento del Cielo – e che però ha sempre ribadito che chi vive in stato di peccato non può comunicarsi.

4 – E poi, diciamo la verità, se fosse così semplice risolvere i “dubia” dei Cardinali, perché il Papa non li riceve e non risponde? E se “Amoris laetitia” fosse così chiara come la presenta il Sig Walford, perché abbiamo tante indicazioni pastorali, di intere conferenze episcopali, così contrastanti?

 

Sandro Magister

L’Espresso