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Hawaii, giudice sospende legge contro i centri pro-life

Qualche volta vince il buon senso. È capitato alle Hawaii: qui un giudice distrettuale ha bloccato e “congelato” la legge, che avrebbe obbligato i volontari dei centri no profit pro-life ad informare quanti si rivolgessero loro, ed in particolare le donne in attesa, sui metodi contraccettivi e sui servizi abortivi gratuiti o a basso costo.

Se fosse entrata in vigore, tale norma avrebbe costretto i centri pro-life a chiudere per motivi di coscienza. Non a caso. Anzi, fu studiata appositamente per questo, per obbligarli a cessare di esistere.

Una forma capziosa ed occulta, per tentare di spegnere chi ancora intenda dar voce a quanti non hanno voce, alle vittime innocenti dell’aborto, ai figli uccisi nel grembo materno.

Il metodo totalitario seguito è stato lo stesso già applicato (purtroppo con successo) in Germania; non solo: una legge simile è stata varata in California ed abrogata lo scorso giugno dalla Corte Suprema; e poi ancora in Inghilterra, quando si sono costrette le agenzie cattoliche per l’adozione ad affidare i bimbi anche alle coppie gay, pena la chiusura. Il metodo, in tutti questi casi, è sempre lo stesso, porre con le spalle al muro i centri pro-life e pro-family e si sta diffondendo sempre più, si sta cercando d’insinuarlo come un cuneo crudele contro la vita innocente e contro la famiglia nelle legislazioni di vari Paesi del mondo.

Un attacco incostituzionale, senza alcuna ombra di dubbio, degno di un regime dittatoriale, innegabilmente. Eppure sempre più frequente.  Alle Hawaii, provvidenzialmente, questo rischio è stato finora scongiurato. Almeno per ora. Ma fino a quando?