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Correzione filiale, le riflessioni di un sacerdote firmatario

La vasta ed importante eco mondiale riscossa dalla «Correzione filiale», tra entusiasmi, consensi, adesioni, critiche, tentativi di boicottaggio e minimizzazioni, è stata tale da indurre già diversi dei primi firmatari ad entrare pubblicamente nello specifico delle proprie, profonde motivazioni.

Uno di questi, un sacerdote italiano, è rimasto amareggiato dopo l’articolo di Luciano Moia, Sull’Amoris Laetitia sette manipolazioni contro il Papa, pubblicato sul sito di Avvenire con tanto di intervista al teologo, mons. Giuseppe Lorizio. Lo definisce «un condensato di equivoci, confusione e manipolazione della verità».

Vi si sostiene, ad esempio, che gli autori della «Correzione» abbiano attribuito al Pontefice frasi mai sostenute, fingendo di non sapere come le sette proposizioni non siano citazioni testuali, bensì illustrino errori, individuabili tanto nell’Amoris Laetitia quanto in parole, atti e omissioni del Papa: «Errori seminati, per lo più, non in modo “rigido”, cioè esplicito, bensì fluido, ma comunque ben percepibili».

A partire dall’«errore-principe», già «a livello metodologico: non si vuole più che le situazioni dei divorziati siano “catalogate o rinchiuse in affermazioni troppo rigide” (Amoris Laetitia, n. 298). Detto in altre parole si dà il benvenuto alla “confusione”, perché effettivamente la verità sulla castità, cui sono tenuti anche i divorziati risposati e i liberi conviventi, viene ritenuta troppo rigida». In proposito, «è curioso notare come teologi “aggiornati” attribuiscano a Francesco un’infallibilità permanente su tutto, anche su Amoris Laetitia, mentre bypassano, disprezzano o dimenticano contenuti infallibili del Magistero del beato Paolo VI (esempio, Humanae Vitae) e di Giovanni Paolo II (esempio, Veritatis Splendor)».

I fautori della Amoris Laetitia e «della teologia avveniristica detestano “l’elenco dei permessi e dei divieti”» o «l’”esplicitazione legalistica”… Parole strumentali adatte per diffamare e calunniare studiosi cattolici  come “giansenisti”, “farisei”, eccetera». Se, nel suo articolo, Moia s’illude che «il sensus fidelium odierno rifiuti le “rigidità dottrinali”», in realtà, scrive il sacerdote italiano, sono «strati di clero e popolo» ad avere un «sensus fidei riprogrammato e deformato in questi anni da maestri come Karl Rahner, Carlo Maria Martini e altri. Già durante il pontificato benedettiano, in ambienti Cei, qualcuno era certissimo che sarebbe venuto il tempo della Comunione a quei divorziati risposati» per nulla intenzionati «a vivere da fratello e sorella. Ecco il tempo! Ma le verità di fede e morale non si mettono ai voti e non cambiano col mutar di tempi, pontificati e lobbies. La nuova sensibilità pastorale e teologica, promossa da Moia e Lorizio, è relativismo, perché suppone che la verità del dogma sia rigida, mentre solo una “verità” non-rigida, dunque fluida, sarebbe capace di accoglienza, misericordia, tenerezza,… Conosciamo bene la “tenerezza” di alcuni teologi e pastori avveniristici verso colleghi, confratelli, subalterni! Casi clericali di diffamazione, calunnia, stalking e mobbing ci sono ben noti».

Un humus spirituale e pastorale tale, insomma, da far passare chi viva con coerenza la propria fede dalla parte del torto: «Moia ci accusa di essere pre-conciliari. Mons. Lorizio ci dipinge come cattivi, ripetendo lo slogan buonista per cui l’Eucaristia non è per i perfetti, ma per coloro che sono in cammino e, a tal fine, si industria anche a manipolare il Concilio di Trento. Infatti, se da un lato ripete con il Concilio (Decreto sulla Riconciliazione, cap. XII) che nessuno ha la certezza assoluta di essere in grazia e di essere predestinato, dall’altro però dimentica di dire che lo stesso Concilio ribadisce, contro gli eretici, la distinzione tra peccato mortale e peccato veniale».

Da qui, la domanda rivolta a Moia e a mons. Lorizio: «Parlare ancora oggi di peccato mortale e distinguere tra peccato mortale e peccato veniale vuol dire essere rigidi dottrinali? Se sì, saremmo in compagnia di Giovanni Paolo II!». Altre domande: «Le relazioni sessuali tra due conviventi o divorziati risposati sono peccati mortali? Se i due conviventi o divorziati risposati non vogliono rinunciare a quelle “intimità” possono essere validamente e lecitamente assolti e poi ricevere la Comunione? O questa è casistica troppo rigida, senza amoris laetitia? No, Lutero e modernismo non sono “fantasmi”, come vuol farci credere mons. Lorizio, ma sono fortemente attuali e influenti. L’articolo di Avvenire li evoca e li promuove. Addirittura Lorizio si rallegra che finalmente abbiamo maturato oggi, “nella storia”, una comprensione più profonda della teologia di Lutero! Perché non comprendere anche i Decreti del Concilio di Trento?».

Da qui, la conclusione da parte del sacerdote, estensore di queste riflessioni: «Grazie anche ad Avvenire siamo convinti che la “Correctio” fosse un atto dovuto».

Nei giorni scorsi già altri firmatari della «Correzione filiale» erano intervenuti pubblicamente, entrando nel merito dell’iniziativa. Come mons. Antonio Livi, che ha dichiarato: «La Chiesa è allo sbando, ma solo per chi si lascia sbandare. Mi è sembrato opportuno, nel momento presente, rivolgere questo accorato appello al Papa, affinché metta un freno, per quanto in suo potere, alla deriva antidogmatica di certa teologia tendenzialmente eterodossa (da Karl Rahner e Teilhard de Chardin a Hans Küng e Walter Kasper), che è diventata egemone nei centri di formazione ecclesiastica, nell’episcopato cattolico e persino nei dicasteri pontifici, arrivando a inquinare il linguaggio e i riferimenti teologici di taluni documenti del Magistero pontificio, come è avvenuto con l’esortazione apostolica Amoris Laetitia». Un simile appello «è moralmente lecito e canonicamente legittimo», poiché «non intende accusare il Papa di eresia, ma lo richiama rispettosamente a non favorire ulteriormente la deriva chiaramente ereticale, che inquina la vita della Chiesa. Il che significa, in pratica, chiedergli rispettosamente la rettifica di alcuni suoi indirizzi pastorali, che sono risultati ambigui o fuorvianti, soprattutto perché contrari a una tradizione dogmatica e morale ormai consolidata, fatta propria dal Magistero solenne e ordinario dei suoi immediati predecessori. La “Correctio filialis” afferma che la prassi pastorale del Papa sta contribuendo alla diffusione delle eresie, sia per gli argomenti che adopera nei suoi discorsi e documenti (argomenti chiaramente desunti da consiglieri ben noti per la loro cattiva dottrina), sia per le sue decisioni di governo (nomine di alcuni e dimissioni o allontanamento di altri), che finiscono per conferire potere e prestigio nella Chiesa ai teologi, che tali eresie da tempo insegnano, mentre allontana da sé e dai dicasteri della Santa Sede i teologi di retto criterio».

Riflessioni, tutte queste, molto chiare e non eludibili… (M.F.)