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Chiesa e immigrazione, no ad un Cristianesimo apolide

Tra i più lucidi critici della politica immigrazionista della Santa Sede, lo scrittore francese Laurent Dandrieu, che parlerà a Roma il prossimo 18 ottobre alle ore 18.30 presso la sede di Fondazione Lepanto, in piazza Santa Balbina 8, è già stato intervistato sul numero 123 del mensile Radici Cristiane, nell’aprile scorso, proprio a partire dal suo ultimo libro, Église et immigration: le grand malaise. Le pape et le suicide de la civilisation européenne, che tante ripercussioni ha avuto sulla stampa internazionale e che offrirà lo spunto anche dell’imminente appuntamento.

Caporedattore di cultura presso il settimanale francese Valeurs actuelle ed esperto di questioni religiose, Dandrieu ha evidenziato su Radici Cristiane come la carità debba «anche e soprattutto in politica essere prudente, non mettere in pericolo il bene comune, ciò che finirebbe per ritorcersi contro quegli stessi che si intende soccorrere; deve essere giusta, non spogliare Pietro per vestire Paolo, deve essere efficace: non promettere soccorsi, che non si sia in grado poi di dare;… Il dibattito è indispensabile, perché col suo discorso angelico sull’islam, presentato continuamente come se non avesse alcuna relazione con la violenza e perfettamente suscettibile d’integrarsi in Europa, la Chiesa fa sfortunatamente parte di quelle élites, che contribuiscono a mantenere questo “letargo degli Europei”. Tale errore conduce alla catastrofe non solo l’Europa, ma la Chiesa stessa: come rievangelizzare dei popoli, a cui viene spiegato che la loro legittima preoccupazione di sopravvivenza altro non è se non un ripiegarsi su di sé, un’eccessiva cautela e che l’amore della propria identità dev’essere interamente sacrificato all’imperativo dell’accoglienza dell’altro?».

A coloro che, in occasione dell’uscita del suo libro, lo hanno accusato di avere una visione identitaria del Cattolicesimo, Dandrieu ha risposto di avere, in realtà, «molto semplicemente, una visione cattolica del Cattolicesimo! Lungo tutta la sua storia, il Cattolicesimo ha saputo mantenere un equilibrio tra l’appello alla fraternità universale, che ci invita a guardare a ciascun uomo come ad un fratello in nome della comune paternità divina, e la necessità di vivere in comunità naturali, dalla famiglia alla nazione. Necessità che non è solo materiale ma spirituale, poiché queste comunità sono il contesto naturale della carità e la mediazione necessaria per accedere all’universalità. Per questo Giovanni Paolo II poté parlare di “un valore religioso” della “fedeltà all’identità nazionale”. Oggi certamente v’è chi sogna un Cattolicesimo apolide, totalmente scaduto nell’universalismo e nell’”unità della famiglia umana”: costui dimentica che il Cristianesimo è una religione incarnata e che un universalismo che non affondi le proprie radici nelle identità particolari è condannato ad un umanitarismo confusionario. Così scrisse Pio XII nella sua enciclica Summi Pontificatus: “Né è da temere che la coscienza della fratellanza universale, fomentata dalla Dottrina cristiana, e il sentimento che essa ispira, siano in contrasto con l’amore alle tradizioni e alle glorie della propria patria o impediscano di promuoverne la prosperità e gli interessi legittimi, poiché la medesima Dottrina insegna che nell’esercizio della carità esiste un ordine stabilito da Dio, secondo il quale bisogna amare più intensamente e beneficare di preferenza coloro che sono a noi uniti con vincoli speciali. Anche il divino Maestro diede esempio di questa preferenza verso la sua terra e la sua patria, piangendo sulle incombenti rovine della Città Santa».

Si preannuncia di grande interesse, pertanto, l’imminente conferenza di Laurent Dandrieu, che avrà per tema: «Immigration: le pape a-t-il fait une croix sur l’Europe? ovvero immigrazione: il papa ha fatto una croce sull’Europa? (M.F.).