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Bolivia: scontro tra Morales e la Conferenza episcopale

Attaccare la Chiesa Cattolica sembra esser diventata una priorità, almeno per alcuni Capi di Stato: dopo il presidente delle Filippine, infatti, ora è quello della Bolivia, Evo Morales, spalleggiato dal suo ministro di Giustizia, Hector Arce, ad attaccare l’intera Conferenza episcopale del suo Paese, definendola «di destra», discriminatoria ed, in quanto tale, fortemente critica verso il neo-cardinale Toribio Ticona, ch’egli definisce un «indio amico di un altro indio», in realtà da sempre vicino alla Teologia della Liberazione .

Da notarsi come questo non sia un buon periodo per Morales: si sono moltiplicate le manifestazioni critiche verso il suo regime: l’accusa è quella d’essere un «dittatore», specie da quando, il 21 febbraio del 2016, decise di ignorare totalmente il referendum, che gli avrebbe impedito di ricandidarsi per il suo quarto mandato.

Ma l’accusa sconcertante è quella rivolta da un gruppo di attiviste boliviane residenti in Italia, presenti in San Pietro al Concistoro dello scorso 28 giugno, Concistoro cui partecipò anche Evo Morales, ovviamente ospite del suo amico neo-card. Ticona. Per l’occasione, le attiviste hanno esposto la bandiera boliviana e indossato magliette con le scritte «21F» (ovvero 21 febbraio, la data del referendum) e «Bolivia dijo NO» ad indicare come Morales stia violando i diritti umani in patria.

A quel punto il racconto delle donne pone molti interrogativi: affermano di esser state avvicinate, al termine della celebrazione, da alcuni addetti alla sicurezza. Una parte di loro è stata invitata ad uscire, un’altra è stata invece condotta presso la Gendarmeria vaticana: quella maglietta contro il presidente Morales, ospite in Vaticano e amico del Papa. In un comunicato-stampa, diffuso dal gruppo di attiviste, si specifica che il fermo sarebbe durato «per diverse ore»: «È inaccettabile il trattamento al quale alcune di noi sono state sottoposte. Siamo un movimento pacifico e non violento». E poi proseguono, dicendo d’esser state interrogate, alcune sarebbero state minacciate di revoca del permesso di soggiorno in Italia, infine avrebbero dovuto firmare una dichiarazione di espulsione dal Vaticano, senza che ne fosse rilasciata loro una copia. Un racconto decisamente agghiacciante con pesanti accuse verso il corpo diplomatico boliviano in Italia e in Vaticano, il cui rappresentante presso la Santa Sede, Cesar Caballero Moreno, avrebbe dal canto suo smentito di aver mai ordinato di trattenerle, non avendo potere sulla Gendarmeria  – che non ha rilasciato dichiarazioni – o sulle guardie svizzere, pur senza esprimersi nel merito dell’operazione di Polizia condotta. Una vicenda, che ha dell’incredibile e sulla quale v’è da sperare che le autorità competenti facciano presto chiarezza.