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«Ave Eva», a Bolzano, non rilettura, ma dissacrazione

Non è una semplice reinterpretazione, non è nemmeno una nuova chiave di lettura, è autentica dissacrazione, quella che venerdì prossimo andrà in scena – oltre tutto – in una chiesa, quella dei Tre Santi, e all’indomani presso il Chiostro dei Domenicani, a Bolzano, per concludere la tournée presso la Michael Pacher Haus di Brunico: stiamo parlando dello spettacolo Ave Eva, esempio di teatro-danza, che tuttavia ruota attorno a due figure bibliche emblematiche, Eva e Maria Maddalena di Magdala.

Già l’abbinamento non pare dei più felici. Da una parte pone Eva, che, con Adamo, trasmise alla propria «discendenza la natura umana ferita dal loro primo peccato, privata quindi della santità e della giustizia originali» (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 417); dall’altra, Maria Maddalena (di Magdala), proclamata santa dalla Chiesa Cattolica, colei che Gesù liberò da sette demoni, che divenne Sua discepola seguendoLo sino al monte Calvario, cui per prima Egli apparve poi dopo la Risurrezione per portare il lieto annunzio. E’ evidente quanto strumentale e riduttivo sia accomunarle entrambe sotto una comune «condanna» trasmessa «dal corpo e dalla sessualità», liquidarle come «peccatrici» e trasformarle, proprio per questo, in «donne forti» capaci di «scelte coraggiose».

La “rilettura” del Testo sacro si rivela, in realtà, una contraffazione del medesimo: se il teatro-danza di Elena Widmann propone l’immagine di Progenitori pronti ad uscire da una condizione di armonia ed eternità per generare la vita, la Bibbia ci dice come in realtà, attraverso loro e la loro colpa, sia entrata «la morte nella storia dell’umanità» (Rm 5,12); se sul palco si offre l’immagine dell’Eden come di un grembo dal quale occorre uscire per entrare nella vita reale, nella storia umana, viceversa nella Sacra Scrittura la Caduta indica la cacciata «dal giardino dell’Eden», ad oriente del quale furono posti «i cherubini e la fiamma della spada folgorante», non per accompagnarli cortesemente fuori dal Giardino, come vorrebbe la finzione teatrale, bensì per estrometterli, escluderli e «per custodire la via all’albero della vita» (Gen 3, 24) da un eventuale, loro ritorno; se lo spettacolo propone la trasgressione come un’assunzione di responsabilità per una vita autonoma ed un’immissione dell’umanità nei conflitti propri dell’esistenza, quasi si trattasse di un atto benemerito ed in qualche modo dovuto, il Catechismo imputa «la scelta disobbediente dei nostri progenitori» ad «una voce seduttrice, che si oppone a Dio», pronta «per invidia» a farli «cadere nella morte. La Scrittura e la Tradizione della Chiesa vedono in questo essere un angelo caduto, chiamato Satana o diavolo» (n. 391).

Quanto a Maria Maddalena di Magdala, se sul palcoscenico diviene colei che sperimenta su di sé la liberazione dalle paure più profonde, per i Padri della Chiesa, nella letteratura cristiana medioevale ed in altri autori viene esaltata in Oriente come «isapóstolos» (pari ad un apostolo) ed in Occidente come «apostola apostolorum» (apostola di apostoli), a testimonianza del suo ruolo di annunciatrice del Vangelo alla sequela di Cristo.

Già l’abbinamento tra danza orientale e Sacra Scrittura può sembrare fuori luogo; ma ancor più lo è l’impianto dissacratorio di Elena Widmann, più proteso ad estremizzare un tentativo emancipatorio di Eva e di Maria Maddalena che ad approfondirne l’autentico ruolo nel piano di Salvezza di Dio. E stupisce davvero come una simile interpretazione possa trovar posto in chiese, conventi e strutture ecclesiali… (M. F.)