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Australia, una legge contro il segreto confessionale

Aria di regime a livello internazionale, ormai, come prova il fatto che in Australia, in territorio di Canberra, lo scorso 7 giugno sia stata varata una legge contro il segreto confessionale e contro la libertà di coscienza di Vescovi e sacerdoti. La normativa impone ai religiosi di denunciare i colpevoli di abusi sui bambini, che ammettano le proprio colpe nel Sacramento della Confessione.

Come noto, il diritto canonico proibisce ai confessori di violare il segreto confessionale sotto pena di scomunica automatica. Ma questa nuova legge, che entrerà in vigore il 31 marzo prossimo, pone i confessori di fronte all’alternativa o d’incorrere nella dura sanziona canonica oppure di rischiare di finire a processo davanti ai magistrati statali in caso di rifiuto. Senza contare che in tal modo si scoraggiano i responsabili di colpe gravi quali i reati di pedofilia dal confessare i propri peccati.  Spesso il confessore non può denunciare peraltro il proprio penitente, non conoscendo l’identità di chi stia dall’altra parte della grata.

Contro tale legge ha protestato vigorosamente l’arcivescovo di Canberra, mons. Christopher Prowse: “I sacerdoti sono vincolati dal Sacro voto ad osservare il segreto confessionale. Senza quel voto, chi sarebbe disponibile ad ammettere le proprie colpe, cercare il saggio consiglio del sacerdote e ricevere il misericordioso perdono di Dio?“, ha affermato. Non si capisce, poi, perché l’accanimento sembri riguardare il solo segreto confessionale e non, ad esempio, il segreto professionale di avvocati, medici e giornalisti. A meno che non sia una forma di discriminazione ad indurre a ritenere il Sacramento della Penitenza di serie “B” rispetto alle libere professioni… (T. M.)