No al registro delle unioni civili a Varese

(di Gianfranco Amato su Cultura Cattolica del 01-07-2012) Anche a Varese è approdata l’iniziativa di istituire il registro comunale delle unioni civili.
La proposta, che pare goda di un sostegno bipartisan, è stata formalmente presentata dal consigliere Rocco Cordi (SEL) lo scorso 11 giugno, e verrà discussa al Consiglio comunale del prossimo 12 luglio.
I cosiddetti “registri delle unioni di fatto”, che con tanta enfasi, ma con poco seguito, sono adottati da alcuni comuni italiani, non solo non hanno, per sé, alcuna rilevanza giuridica, ma nella misura in cui sono funzionali a mettere sullo stesso piano, nelle politiche sociali, la famiglia rispetto a tali unioni, contrastano con i principi generali dell’ordinamento giuridico. Occorre, infatti, tenere ben presente, la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato. Il matrimonio e la famiglia rivestono un interesse pubblico, e come tali, devono essere riconosciuti e protetti. Le unioni di fatto, invece, sono la conseguenza di scelte e comportamenti privati, e su questo piano privato dovrebbero restare. Il loro riconoscimento pubblico, con la conseguente elevazione degli interessi privati al rango di interessi pubblici, sarebbero pregiudizievoli per la famiglia fondata sul matrimonio, e costituirebbero un’evidente ingiustizia rispetto al principio fondamentale secondo cui ad un diritto corrisponde un dovere. A differenza delle unioni di fatto, infatti, nel matrimonio si assumono pubblicamente e formalmente impegni e responsabilità di rilevanza per la società, esigibili sul piano giuridico.
La proposta di istituire anche a Varese il registro delle unioni civili rischia, quindi, di apparire un’iniziativa meramente ideologica, priva di concreti effetti giuridici, quasi una sorta di inutile inseguimento di chi, d’altra parte, rifiuta di assumersi qualsiasi responsabilità pubblica. Ad esempio, di chi rifiuta gli obblighi derivanti dagli articoli 143 (diritti e doveri reciproci dei coniugi), 144 (indirizzo della vita familiare e residenza della famiglia) e 147 (doveri verso i figli) del Codice Civile.

Come ha lucidamente evidenziato Sua Eminenza il Cardinal Dionigi Tettamanzi in un articolo pubblicato sull’Osservatore Romano il 5 settembre 1998, l’introduzione dei cosiddetti registri comunali delle unioni civili, che «per definizione, rifuggono da ogni forma di regolamentazione sociale», significa «compromettere la certezza del diritto». «Con l’istituzione del “registro delle unioni civili”», precisa infatti il Cardinale nel citato articolo, «si riconosce uno speciale status giuridico di famiglia a persone che liberamente hanno rifiutato e rifiutano proprio lo status di famiglia, con tutti i correlativi diritti e doveri: in tal modo è lo stesso soggetto pubblico (il Comune) a cadere in una palese e intollerabile contraddizione».

«Si aggiunga poi», prosegue Tettamanzi, «che il soggetto pubblico pone un atto giuridico a senso unico: mentre si assume delle obbligazioni nei confronti dei conviventi, questi non si assumono nessuna obbligazione», e «in tale prospettiva, è paradossale che sia lo stesso soggetto pubblico a farsi responsabile del rifiuto della dimensione sociale della convivenza familiare e del riconoscimento dell’individualismo più marcato: con l’equiparazione famiglia-unioni di fatto, il soggetto pubblico accetta un’ingiusta e deleteria “dissociazione” tra diritti e doveri: ai conviventi riconosce i diritti, ma da essi non esige i doveri».

«Come si vede», conclude il porporato, «l’equiparazione – mediante l’iscrizione a registro – delle unioni di fatto alla famiglia è contraria a ogni coerente articolazione dei rapporti tra diritti e doveri e, proprio per questo, sovverte alla radice il vivere sociale, oltre ad essere un vero e proprio vulnus alla Costituzione vigente»; anche per questo occorre chiedersi «quale possa essere la “legittimità” di simili deliberazioni dei Comuni, dal momento che a questi non sono attribuite competenze propriamente legislative (almeno in questo campo), ma, al più, compiti solo amministrativi».

Dubbi giuridicamente assai fondati, ai quali se ne può aggiunger uno di carattere sociologico: il riconoscimento pubblico delle convivenze private non rischia di diventare un modello sociale diseducativo? Un rapporto che i giovani possono trovare più comodo del matrimonio, in quanto privo di tutti i doveri di questo ultimo, cioè i doveri di coabitazione, di fedeltà, di assistenza morale e materiale, di collaborazione secondo le capacità, il dovere di rendere conto alla legge del proprio comportamento verso gli altri membri della famiglia, il dovere di istruire e mantenere i figli, finanche il divieto di ottenere il passaporto senza il consenso del coniuge? Conviene davvero alla comunità civile un vincolo sociale così flebile, così privato ed insindacabile, che si può interrompere senza neppure l’obbligo di preavviso? E’ saggio investire risorse pubbliche (cioè dei contribuenti) per soddisfare scelte private? Scelte che non vogliono un impegno verso tutti? La risposta dovrebbe essere semplice: no.

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