Nessuna condanna per terrorismo e “guerre sante”

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(Mauro Faverzani) L’allarme Coronavirus a livello mondiale rischia di far perdere di vista altre emergenze da tempo latenti in aree geopoliticamente critiche, come quella islamica. Pericolo viceversa rilanciato dalle cronache dei giorni scorsi, riportando purtroppo tutti alla triste realtà, come dimostra, ad esempio, il discorso tenuto pubblicamente a Istanbul lo scorso 8 marzo dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

(Mauro Faverzani) In esso ha chiarito come la crisi di migranti, scatenata al confine con la Grecia poco prima che la pandemia prendesse piede, fosse da intendersi come un atto ostile nei confronti dell’Europa, anzi una sorta di “guerra santa” islamica e, quindi, anche un tentativo di ristabilire l’impero ottomano e non semplicemente, come dichiarato all’inizio, una forma passiva di pressione su Nato ed Unione Europea per una redistribuzione dei rifugiati in fuga dalla Siria. «Questa tempesta, che sta scoppiando, è l’orda turca, o Signore! Conduci alla vittoria, perché questo è l’ultimo esercito islamico. Sì, questa tempesta, che si scatena, è il nostro esercito! Allah lo sostiene assieme alle preghiere di milioni di nostri amici. Questa tempesta è il cuore della nostra nazione. Tutti vedono e vedranno di cosa sia capace» ha, tra l’altro, dichiarato Erdogan. Parole, dunque, ben più minacciose della richiesta di una sorta di “corridoio umanitario” internazionale. Erdogan ha, tra l’altro, iniziato – non a caso – il suo intervento, citando una poesia di Yahya Kemal Beyath dal titolo 26 agosto 1922, con riferimento al giorno in cui la «Grande Offensiva», scatenata nel quadro della guerra d’indipendenza turca, schiacciò l’esercito greco, sbaragliandolo ed ammazzando o facendo prigioniera la metà dei soldati ellenici.

In effetti, secondo molti osservatori, il ruolo svolto anche nei giorni scorsi dalla Turchia nella crisi con la Grecia sarebbe stato molto più attivo di quanto si sia voluto far credere. L’emittente televisiva bulgara bTV ha accusato il governo di Ankara di aver spostato torme di immigrati al confine, dotandoli di gas lacrimogeni per inscenare la guerriglia, cui il mondo intero ha assistito. Alcuni video mostrerebbero stranieri costretti dai militari a scendere con la forza e sotto la minaccia di armi dagli autobus. Il che conferma l’analisi fatta da alcuni leader politici europei, tra i quali il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ha parlato espressamente di «un’invasione».

Siamo di fronte ad un chiaro segnale, certo, ma non al solo. L’università islamica egiziana d’al-Azhar, una tra le più antiche ed autorevoli al mondo, si è rifiutata di bollare i miliziani dell’Isis come «eretici». Lo ha rivelato un rapporto presentato lo scorso 20 marzo dal Memri-Middle East Media Research Institute. La decisione di astenersi in merito e di non emettere alcuna fatwa dipenderebbe dal fatto di non volersi scontrare con le organizzazioni più estremiste ovvero Isis, Fratelli Musulmani ed altri movimenti analoghi. Secondo il rettore del prestigioso ateneo, Muhammad Ahmad al-Tayyib, «se decidessi che sono eretici, sarei come loro», ha dichiarato, rispondendo alla questione posta da un gruppo di studenti dell’Università del Cairo. Il vicerettore, Abbas Shuman, ha quindi aggiunto: «Per quel che ne so, in tutta la storia di al-Azhar, mai nessuno, persona o movimento, è stato da essa accusato di eresia. Non è questa la missione di al-Azhar». Sei anni fa Abbas Shuman era giunto a dichiarare «terroristiche le azioni dell’Isis» (si noti: le azioni, non coloro che le compiono-NdR), definendole «incompatibili con il buon islam. Il male provocato da quest’organizzazione dev’essere combattuto» (si noti: il male provocato, non l’organizzazione in quanto tale-NdR), anche «col ricorso alla forza», ma – ed ecco la vera conclusione di tutto questo arzigogolato discorso – «i suoi membri non devono mai essere dichiarati eretici».


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La laconica posizione espressa da al-Azhar è stata duramente criticata dai media egiziani e percepita come una forma di reticenza nel cooperare alla lotta contro il terrorismo islamico. Secondo quanto scritto dal poeta egiziano Fatma Na’out sul quotidiano al-Masri al-Yawm, sarebbe ora che «al-Azhar si rendesse conto» di avere tra le mani la «bacchetta magica», per seppellire il terrorismo in Egitto e per sconfiggere l’Isis nel mondo: l’emissione di «una fatwa chiara e decisiva, che proclami eretico l’Isis» priverebbe di qualsiasi difesa «questi mostri», ha concluso. Da qui l’invito a non trasformarli in «fratelli nell’islam», che sarebbe «pertanto doveroso aiutare, anche quando pecchino, senza condizioni né riserve, in quanto musulmani».

I media egiziani accusano gli stessi programmi accademici di al-Azhar di promuovere l’estremismo ed il terrorismo. L’ex-ministro della Cultura, Gaber ‘Asfour, ha definito il sistema educativo della celebre università islamica «atrofizzato ed arretrato», stagnante e retrogrado. Tutte accuse respinte dai diretti interessati, che hanno accusato la stampa d’aver scatenato contro di loro una campagna denigratoria e scorretta. Ma le accuse loro rivolte restano. E sono pesanti. Per smontarle, non bastano le chiacchiere, occorrono i fatti. In Turchia come in Egitto ed altrove, ovunque cioè scorra del sangue per mano delle sigle terroristiche islamiche. 


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