NATALE: una meditazione del padre Faber

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Arrestiamoci sul declivio della collina, consideriamo la notte che s’incupisce e pensiamo alla vasta superficie della terra, che si estende all’intorno e assai lontano da questo santuario nuovo e oscuro, che Iddio è in procinto di santificare con una consacrazione così autentica. Gran parte della terra è occupata negli affari di Roma. I corrieri si affrettano in varie direzioni per le grandiose strade imperiali. Gli interessi delle grandi colonie impiegano e tengono occupati numerosi statisti e governatori. La grande città di Roma è essa pure il centro di un’attività intellettuale e pratica, che esercita la propria influenza fino agli estremi e remoti limiti dell’impero. Su certe intelligenze, specialmente su quelle dotate di una tempra più filosofica, lo sviluppo della corruzione morale o altre questioni sociali esercitano un grave incubo. Vi sono anche gli avvocati, che concentrano tutta la loro applicazione sulle cause loro affidate. Immense armate, vere repubbliche, sorgono rapidamente per essere tosto le capricciose padrone del mondo. Ma in nessuna parte su cui incombe la politica romana, si scorge traccia della Grotta di Betlemme. Nessuna ombra profetica si protende sulla scena. Tutto ha l’apparenza della stabilità. Il sistema, per quanto vasto sia, agisce come una macchina perfettamente costruita. Nessuno dubita di altro. Non sarebbe facile al mondo essere più indifferente per Iddio come si trovava allora, né essere in minori relazioni con Dio com’era in quella circostanza. Nessuno si curava di scoprire l’intervento divino, a eccezione forse di qualche oracolo che, traviando la verità, turbava poche persone, la cui superstizione nel mondo pagano assomigliava di più ad una religione. Nella reggia dei Cesari, chi pensava a questo Cesare non ancora nato nella Gotta? Quante volte sembra che Iddio mandi alle nazioni uno spirito di torpore, che le privi dei loro sensi precisamente quando Egli è in procinto di visitarle; e questo modo di agire non costituisce un giudizio pronunciato contro di esse, ma invece un geloso desiderio di assicurare il proprio ritiro e l’invisibilità della propria azione!

Dentro quel mondo romano c’è anche un mondo greco. V’ha un mondo d’intelligenza, di pensiero, di discussione, onorevole distrazione per i vinti, rifugio per coloro che perdettero l’indipendenza nazionale. Vi sono molte menti, che escogitano sistemi su sistemi. Vi sono molte persone, che trovano la vita sufficientemente occupata dall’interesse, che offre loro uno sterile eclettismo. C’è tutto un mondo d’innumerevoli pensieri; eppure pochi di essi sono per Iddio. Ovunque s’intuisce una larva di verità sfigurata; dappertutto si notano indizi di ciò che la ragione può eseguire unita ai tristi indizi di ciò ch’essa non ha potuto compiere. Ma i più sicuri sistemi saranno inceneriti dal Sapiente non ancora nato, nascosto in questa Grotta. La sua filosofia sarà opposta alla loro. Il fanciullo cristiano della moderna Betlemme possiede nel suo Catechismo più di ciò che Platone poté immaginare, mentre è dotato di una sapienza pratica che lo stoico potrebbe ammirar e invidiargli.

Il mondo della filosofia aveva bisogno del Bimbo di Betlemme. Non era però conscio di quella necessità, come non sospettava la venuta di quel Bambino; e benché abbia cercato la verità per tante centinaia di anni, non la riconoscerebbe quando verrebbe e la guarderebbe in faccia. Il vento mormora attraverso le pianure prive di foglie, tra le quali scorre l’Ilisso, ma in quella patria della scienza chi mai pensa che, quando giungerà mezzanotte, il Dio sconosciuto dalle impotenti scuole di Atene sarà un Bimbo muto sulla terra?

D’intorno vi è il mondo più vicino e più ristretto, nel quale si agita il malessere giudaico. Una nazione vinta dà sempre un penoso spettacolo. Ma giammai lo spettacolo è più triste di quando essa non fa che agitarsi in una sedizione sterile e inefficace, senza mai elevarsi all’eroismo di una generosa crociata per la libertà. Tali erano le condizioni del popolo ebreo durante la santa Notte.


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Il censimento determinava certamente inefficaci propositi sui Maccabei, da parte di coloro che non godevano lo stipendio di qualche impiegato romano. C’era un’obbedienza forzata allo straniero e il bruciante ricordo delle antiche memorie. C’erano gli intrighi delle fazioni interne e una cupa larva di nazionalità, che preferisce trattenere i suoi lamenti, anziché innalzarsi all’energica pazienza, la quale attende la circostanza conveniente di tentare un colpo deciso per ottener la libertà.

Come tutte le nazioni in critiche condizioni, gli ebrei cercavano un liberatore e s’immaginavano continuamente di averlo trovato. In realtà essi avevano perduto il discernimento. La stessa magnificenza spirituale delle loro antiche profezie li accecava. Essi guardavano in tutte le direzioni piuttosto di orientarsi verso la Grotta di Betlemme; e quando il Messia venne, Egli riuscì per loro una pietra di scandalo, piuttosto che un soggetto di speranza; mentre versavano il proprio sangue per sostenere dei pretendenti, sparsero quello del loro vero Re nella delusione e nel disgusto.

La legione così splendida e dall’atteggiamento così marziale che doveva slanciarsi alla conquista e al riscatto del mondo, uscirà dalla Grotta di Betlemme, dopo passati quaranta giorni; ma gli occhi del popolo decaduto sono incapaci di riconoscere il celeste splendore di quella nuova tattica, che consegue trionfi nelle profondità dell’umiliazione. Il nuovo Maccabeo non assomiglia a quello le cui gesta sono registrate nelle tradizioni nazionali.


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Consideriamo ora un’altra pena. Le nazioni della terra da quell’epoca sono assai mutate. Ma considerate l’impero quasi immutabile della Cina, quella civiltà tanto progredita eppure così stazionaria, quell’impero che assume a capriccio il titolo di “celeste” perché il suo genio era così eminentemente ed esclusivamente materiale. Considerate quei fiumi che scorrono ricchi di acque attraversando numerosissimi giardini e che irrorano incessantemente la verzura delle pianure, i cui appezzamenti artisticamente combinati e diligentemente coltivati sembrano costituire un magnifico tappeto. Contemplate quelle graziose colline lavorate a declivi e a terrazze dove e dove ogni zolla di terra è economizzata, dove ogni polla d’acqua è utilizzata con la massima cura. Notate come quel vasto territorio sovrabbondi di vite umane, sicché non resta più posto per altre esistenze diverse da quelle umane. Vedete anche con quale esigenza, eppure in qual modo bizzarro, la tradizione, la legge e il costume hanno distribuito, organizzato e perfezionato quella vita umana! La stessa massa di quei corpi riuniti in un numero così rilevante richiama alla nostra mente il doloroso pensiero di tante anime che, malgrado la loro moltitudine, sono separatamente e individualmente considerate nell’occhio di Dio, ma anime che si perdono perché non si applica loro il prezioso Sangue. La Cina ha fatto sorgere nella nostra poca fede e nella nostra gretta carità più numerosi pensieri temerari relativamente a Dio, che tutte le altre nazioni della terra riunite insieme.

Restiamo imbarazzai quando meditiamo su quell’immensa moltitudine di vite umane, nella quale le età succedono alle età, mentre Iddio è tuttora così misconosciuto. Come la Cina Sentiva poco la necessità di un Redentore durante quella notte di dicembre e come continua anche attualmente nella sua apatia! Non c’è forse alcun angolo della terra, che abbia provato minori variazioni, come quell’immenso territorio, nel quale si agitano masse così incredibili di popolazione. Qual era allora la Cina, tale è anche attualmente; saggia eppur così ignorante, strana e tuttavia così pratica; civilizzata, eppur tanto retrograda; così ricca di risorse, eppur così disperata; così civilizzata, eppur ancora tanto barbara; talmente inalterabile e tuttavia avviata verso una così inevitabile decadenza. Eppure in Cina fu profuso per Cristo anche il sangue dei Martiri e nondimeno esso non è ancor divenuto seme visibile di una futura Chiesa. Se c’è una regione della terra, dove potremo vedere l’identità di ciò che avremmo potuto notare in quella prima vigilia di Natale, questa regione è appunto la Cina così strana, così attraente e nello stesso tempo così sconcertante.

Quando, durante quella fredda notte, le stelle diffondevano la loro luce indifferente sulle rapide onde di quei torbidi fiumi e sugli specchi stagnanti di quelle vaste risaie, quali erano allora i cuori dei cinesi nell’ignoranza di quanto stava per accadere, tali essi sono ancora attualmente in una ignoranza quasi ugualmente profonda. Ma specialmente i neonati nella Cina, ancor muti in culla, son divenuti l’ambita preda del Bimbo di Betlemme, per mezzo di un artifizio della grazia, che sembra così accondiscendente fino ad adattarsi alla condizione della religione cinese, che Iddio vorrebbe coprir delle sue benedizioni.


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V’era pure il mondo dei barbari, nomadi o con dimora fissa. Le rozze culle della moderna civiltà si riempivano ormai d’immense moltitudini presso le sponde del mar d’Azof, al di là del Danubio e fra le pinete della Sarmazia. C’erano nazioni sempre in guerra, nazioni discese al livello dei più vili animali; popolazioni schiave di centinaia di religioni, tutte ugualmente feroci, sanguinarie, crudeli, degradanti. I nostri avi d’Inghilterra, con il corpo dipinto a tanti colori, durante la santa Notte erano rintanati nei loro antri di terra, in mezzo alle cupe felci e nelle loro foreste di agrifoglio, che la luna inargentava con i suoi pallidi raggi. In quella stessa notte del ventiquattro dicembre, le tribù messicane erravano lungo il golfo di California, attraversando le foreste e le dune sabbiose; vagavano rivestite di pelli di animali e di piume di uccelli, imitando le loro strida e celebrando così la vigilia della grande solennità del sorgere del sole, che si commemorava il giorno seguente. Ai primi raggi dell’astro diurno, i messicani avrebbero deposto le loro maschere selvagge per accingersi a benedire il sole che, secondo le loro erronee credenze, li aveva elevati sopra gli animali dei campi e gli uccelli dell’aria, facendoli ragionevoli.

Quando il primo gemito del Bambino Gesù risuonò nella Grotta, il melanconico fragore dei lontani mari dell’occidente si unì alle urla degli animali, che le persone imitavano in quella strana e pagana solennità simbolica. Il Bimbo di Betlemme era necessario a quelle moltitudini di creature care a Dio, prive di guida e che si sforzavano di venire a Lui in quella maniera così triste e selvaggia. Ma quei selvaggi non udivano e quindi non gustavano quella musica angelica, la quale vibrava per il cielo e che un giorno doveva temperar la loro ferocia, far curvare le loro teste al nome di Gesù con un amoroso rispetto e far fremere le loro vigorosa membra al soave contatto dell’acqua battesimale.

Da qualunque parte volgiamo lo sguardo, verso Roma, verso la Grecia, la Giudea, la Cina o verso i barbari, ovunque abbiamo la stessa visione. Dappertutto vige una sconcertante indifferenza relativamente alle cose di Dio; ovunque c’è la più completa ignoranza circa la prossima nascita di Gesù e nessuno suppone che il meraviglioso Bambino sia in procinto di far la propria meravigliosa comparsa nel mondo. Ogni ora di questa santa Notte era dall’umanità aggravata di un enorme peso di malizia e di peccato. A misura che i granelli di sabbia cadevano nell’orologio a sabbia e le gocce attraversavano la clessidra, le nazioni della terra colmavano la misura dell’iniquità, che la sola virtù del cuor di Maria Immacolata immediatamente arrestava, meritando di far anticipare il momento dell’Incarnazione.

Forse il piccolo numero di eletti nascosti, quelli rappresentati da Simeone e da Anna, provano nelle loro preghiere soavi fremiti, ai quali non sono abituati; quei perturbamenti divini, che rendono la pace interiore stranamente più radicata nell’anima. Così i servi di Dio spesso sanno in qual momento stia per venire Iddio e da qual parte Egli verrà. Inoltre i Santi, con le loro preghiere, riescono ad intuire le segrete operazioni di Dio, il qual eli ispira a pregare per la manifestazione di quelle cose ch’Egli sta per rivelare.  Non c’è forse una persona che in fervente preghiera, non sia ispirata di quello che pensa.

Se ci fosse concesso di contemplare il cuore dei Santi, vedremmo tutto ciò che collima di più con la vista di Dio invisibile; eccettuata soltanto la visione beatifica. Così senza dubbio, durante questa notte su alcune anime elette si riflettevano le immagini dei misteri di Betlemme, benché queste anime non conoscessero il significato della celeste bellezza, che le attirava e che infondeva novella forza alla loro vita interiore. Eppure la vita e la morte continuavano, come il solito, la loro alternativa e le anime che abbandonavano questa terra erano, come di consueto, giudicate dal Bambino ancora nel seno di sua Mamma. (Frederick W. Faber, Betlemme, tr. it. SEI, Torino 1950, pp. 140-148).

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