Morte cerebrale: comprovata tesi scientifica o mera ipotesi?

(di Alfredo De Matteo) Un bambino di 4 anni, Davide Chini di Guidonia (Roma), è morto dopo essere rimasto soffocato da un pezzetto di wurstel finitogli di traverso. Da ciò che si evince dalle scarne cronache riportate dai giornali, la sera del 10 maggio scorso Davide, che già non respirava più, è stato trasportato al presidio medico di Guidonia dove gli operatori sanitari sono riusciti a rianimarlo dopo più di venti minuti di manovre, dopodiché il bambino è stato trasferito in eliambulanza al policlinico Gemelli di Roma in condizioni gravissime.

Dopo cinque giorni di agonia il piccolo è deceduto e i genitori hanno acconsentito alla donazione degli organi. Questa in sintesi la ricostruzione dell’accaduto fatta dai media, da cui però non risulta ben chiara la causa della morte del bambino che sembra essere stata per arresto cardiaco.

Occorre tener presente che il prelievo degli organi è possibile anche da donatore a cuore fermo, ossia da pazienti in assenza completa di attività cardiaca e di circolo almeno per il tempo necessario affinché possa essere certificata la perdita irreversibile di tutte le funzioni encefaliche; tempo che in Italia è di 20 minuti (lo stesso tempo che ci è voluto per rianimare il piccolo Davide) mentre negli altri paesi dell’Unione europea oscilla tra i 5 e i 10 minuti …

Del resto, l’obiettivo principale della comunicazione massmediatica in tali casi non è di informare correttamente ma di marcare in maniera positiva la scelta della donazione, che viene immancabilmente descritta come un gesto di grande generosità. Ora, sappiamo che gli organi vitali non possono essere prelevati da un cadavere propriamente detto, perché già in stato di degenerazione, ma, giocoforza, da un paziente ancora in vita.

Con l’introduzione del concetto di morte cerebrale, ratificato nel 1968 da un comitato della Harvard Medical School istituito proprio allo scopo di risolvere il problema etico legato alla pratica dei trapianti, alle categorie classiche di vita e di morte è stata arbitrariamente aggiunta una terza categoria che potremmo definire delle persone vive ma morte, ossia presunti cadaveri che hanno il cuore e la circolazione perfettamente funzionante, una efficiente funzione respiratoria seppur supportata da apparecchiature, normali funzioni renali, epatiche nonché digerenti, e che possono addirittura portare a termine delle gravidanze.

Oltre a cozzare innanzitutto col buon senso tale nuova categoria medica e filosofica manca di basi scientifiche certe e verificabili. In effetti, come abbiamo già avuto modo di sottolineare in altre occasioni, la constatazione della morte si basa sull’osservazione dei segni inequivocabili della morte stessa, ossia l’inizio del processo di decomposizione dell’organismo, che costituiscono il vero punto di non ritorno.

Che la morte cerebrale manchi di validità scientifica lo dimostra il fatto che in essa non possono essere riscontrati tali segni definitivi, anzi, e che le procedure utilizzate per certificarla non sono univoche. Se andiamo ad analizzare le procedure utilizzate nei diversi paesi europei, infatti, scopriamo che il tempo minimo di osservazione della morte, ossia il tempo di accertamento del silenzio cerebrale, varia dalle 2 ore della Danimarca fino alle 12 ore di Austria e Germania, mentre è discrezionale nel Regno Unito; per quel concerne l’esame EEG, esso è facoltativo in diversi paesi, obbligatorio in altri e addirittura non previsto nel Regno Unito. Gli Inglesi negano qualsiasi valore all’EEG e sono a favore di una concezione di morte cerebrale fondata esclusivamente sull’assenza di riflessi del tronco cerebrale.

Anche nelle altre procedure utilizzate per giungere all’accertamento della morte cerebrale, come l’invasivo test di apnea, non si registra un protocollo unico per tutti i paesi; potrebbe pertanto ipoteticamente accadere che in un dato momento lo stesso soggetto possa essere dichiarato morto nel Regno Unito, ancora vivo in Italia o in Germania. Si potrebbe obiettare che tali differenze nei parametri valutativi non pregiudichino la validità intrinseca del criterio di morte cerebrale.

In realtà, non fondandosi su prove certe e sempre ripetibili, la morte cerebrale si identifica esattamente con le procedure atte a diagnosticarla, che dovrebbero perciò essere quantomeno le stesse dappertutto. Non solo, documentate ricerche dimostrano che gli attuali test di accertamento della morte cerebrale non necessariamente indicano la perdita irreversibile di tutte le funzioni cerebrali conosciute, bensì l’eventuale cessazione delle sole funzioni corticali.

A prova di ciò diversi autori adducono la conservazione della funzione endocrino-ipotalamica che si osserva nei pazienti cerebralmente morti, la presenza di minime tracce di attività elettrica, la responsività agli stimoli esterni (aumento frequenza cardiaca e pressione sanguigna in seguito all’incisione chirurgica prima del prelievo degli organi), la conservazione dei riflessi spinali.

Sulla base di queste e altre gravi criticità, è possibile affermare che il criterio della morte cerebrale manca, come minimo, di validità scientifica e che dunque dovrebbe essere definitivamente abbandonato. Occorre tener presente che la definizione di morte cerebrale costituisce un pericolo reale per tutti, indipendentemente dal consenso personale alla donazione degli organi.

Infatti, la procedura attualmente in vigore nel nostro paese prescrive in ogni caso l’accertamento obbligatorio della morte cerebrale, nei casi in cui la condizione clinica del paziente possa evolvere in tal senso. In altri termini, al termine del periodo di osservazione previsto dalla legge colui che viene dichiarato cerebralmente morto viene comunque privato di tutti i sostegni che lo mantengono in vita.

Non solo, secondo Paul Byrne, il neonatologo di fama internazionale che nel dicembre del 2017 visitò il piccolo Alfie Evans, «Questa visione [n.d.r.: il criterio della morte cerebrale] ha un impatto enorme sui pazienti come Alfie. Se concepiamo le persone morte, e quindi non più degne di cure, quando il loro cervello non dà segnali di attività, si arriva a pensare che la persona con attività cerebrali minime abbia minore dignità. Se la misura della vita è il cervello allora diventa normale pensare che siccome parte del cervello di Alfie non appariva normale (aveva anche le convulsioni), allora il bambino era quasi morto e quindi non degno di cure. Non a caso, anche se Alfie era vivo, invece che ricevere la tracheotomia e le cure, hanno deciso, come se fosse normale, di farlo morire. Quando poi lo hanno visto respirare per quattro giorni anche senza la ventilazione, i medici, pur sorpresi, sapevano che avrebbe faticato a riprendersi senza cure adeguate» (La Nuova Bussola Quotidiana, 3 giugno 2018).

La realtà, dunque, ci pone dinnanzi il fatto che le diagnosi sono tutt’altro che infallibili e che continuando le cure intensive c’è chi potrebbe sopravvivere, come dimostra il caso di Taylor Hal, una ragazza dell’Iowa che nel 2011 venne dichiarata cerebralmente morta e pronta per essere espiantata poi improvvisamente risvegliatasi dal coma, la quale proprio in questi giorni ha ricevuto il suo diploma di laurea … (Alfredo De Matteo)

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