Mezzogiorno tra retorica e immondizia

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mezzogiorno(di Danilo Quinto) Roberto Saviano ha convocato per il 7 agosto la direzione del Partito Democratico, che avrà come tema il Mezzogiorno. Non sembri un paradosso. È bastato un editoriale dell’autore di Gomorra su Repubblica dell’altro giorno – «Caro premier il Sud sta morendo: se ne vanno tutti, persino le Mafie» – per convincere Renzi che è giunto il momento di affrontare la questione.

Come? Non si sa. Saviano dice: «Troppe volte ho sentito dire che è ormai inutile intervenire. Che il paziente è già morto. Ma non è così. Il paziente è ancora vivo. Ci sono tantissime persone che resistono attivamente a questo stato di cose e Lei ha il dovere di ringraziarle una ad una. Sono tante davvero. E tutte assieme costituiscono una speranza per l’economia meridionale. E Lei che ha l’ingrato ma nobile compito di mostrare che è dalla loro parte: e non da quella dei malversatori. Tra i quali, purtroppo, si annidano anche coloro che dovrebbero rigenerare l’economia».

La retorica di queste parole è stupefacente. Chi scrive è meridionale e sa, come tutti coloro che non hanno imparato la storia sui testi scolastici, che la crisi in cui si trova il Mezzogiorno – una situazione di «sottosviluppo permanente», come la definisce l’ultimo rapporto SVIMEZ – non è nè improvvisa nè imprevista. Dalla cosiddetta unità d’Italia ad oggi, il Sud ha vissuto un lento e inesorabile affondare, a tutti i livelli, nella disorganizzazione e nella conseguente disgregazione sociale.

L’ultima classe dirigente del Sud – quella dell’inizio del secolo scorso – aveva già individuato tutte le problematiche, ma non ebbe la forza di affrontarle. Da allora, il declino meridionale è stato inarrestabile e si è alimentato della “connivenza” di una parte assai consistente della società civile, che ha saputo solo distruggere ed allearsi – in modo omertoso – con la corruzione della politica e con la malversazione delle mafie.

Da decenni, tutte le statistiche sulla qualità della vita, propongono agli ultimi posti le province meridionali e quello che è accaduto a Napoli e oggi a Roma sull’immondizia, dà il senso – non solo metaforico – della situazione. In uno stesso Stato, esistono due realtà: una delle due è inferiore all’altra per tutto.

Per il reddito, per la qualità della vita sociale e per quella dei servizi essenziali, perfino per la bellezza estetica. Così, venti milioni di persone sopravvivono. Oggi, come cento anni fa. Commentava Tomasi di Lampedusa: «Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra». Ecco, credersi il sale della terra, senza coltivarla. Senza avere amore per la propria terra usando la retorica delle «tante persone perbene che vivono al Sud».

Se fossero perbene, quelle persone, dovrebbero smetterla di piangersi addosso, ma operare giorno dopo giorno per un cambiamento reale, abbandonando la logica perversa del principe di Salina: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi». Ci sono tante forze nel Sud che ancora vogliono che tutto rimanga com’è: sono loro i diretti beneficiari di questa situazione, alla stessa stregua di quei pochi che hanno governato e governano tuttora la crisi economica che ha devastato l’Occidente. La crisi del Sud – come quella europea – è etica, non economica.

È una crisi di principi, di valori, di mancanza di regole. Cosa potrà fare il povero Renzi rispetto a questa situazione? Nulla. Con le sue promesse, non si governa né si affrontano le crisi, Si possono dare “contentini” a questo o a quello o farsi dettare da uno scrittore i criteri di un intervento. Se nel Sud esistono competenze vere e credibili, si armino di coraggio, indichino progetti e li promuovano. Non deleghino a questo o a quello e non attendano una “bacchetta magica” che nessuno può avere, tanto meno i membri della direzione del PD. (Danilo Quinto)

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