Metropolitana C di Roma: una grande opera inutile

Metropolitana C di Roma(di Danilo Quinto) Insieme al Ministro per le Infrastrutture, Graziano Del Rio, il Sindaco di Roma ha inaugurato il 29 giugno la seconda tratta della linea C della Metropolitana. «Sono molto orgoglioso di questo risultato», ha detto Ignazio Marino. «Se avessi detto, all’inizio della consiliatura, quando ho visitato i cantieri, trovato la talpa smontata, le betoniere ai Fori e le proteste, di inaugurare 18 km di stazioni entro due anni nessuno ci avrebbe creduto».

Facendosi prendere un pò la mano, ha aggiunto: «In ognuna delle stazioni metteremo delle opere d’arte importanti proprio per ricordare l’importanza che ha la metro C per una città che è Capitale d’Italia. Qui, nella stazione Teano, metteremo il calco a grandezza naturale utilizzato per realizzare la copia del Marco Aurelio che è in piazza del Campidoglio».

Se si legge il rapporto conclusivo dell’autorità anticorruzione di Raffaele Cantone su una delle più costose opere pubbliche della storia del nostro Paese – 692 milioni di aumento dei costi, arrivati alla cifra di 3 miliardi e 739 milioni, con due tratti che devono essere ancora conclusi, uno nel 2016, un altro nel 2021 – non c’è in realtà nulla da festeggiare. In base ad una serie di dettagliati rilievi ‒ che hanno portato l’Autorità a rimettere gli atti alla Corte dei Conti, al fine di verificare il danno erariale e le eventuali responsabilità ‒ si descrive in quel rapporto il fallimento di questa grande opera.

Scrive l’Autorità: «Si è dato avvio all’appalto rinviando, in modo consapevole, la risoluzione della questione archeologica a una fase successiva, con evidenti responsabilità in sede di redazione e verifica del progetto correlate alla carenza, con riferimento all’intera opera in appalto, di adeguate indagini e/o studi per assicurare la fattibilità dell’intervento nel rispetto dei tempi e dei costi preventivati».

In parole povere: nonostante le ripetute segnalazioni e i pareri espressi dalla Sovrintendenza dei Beni Archeologici di Roma, si è proceduto, nell’affidamento dell’appalto, «rimettendo al Contraente generale le attività di progettazione delle indagini archeologiche e la loro esecuzione, anche di fatto contestuali all’esecuzione delle opere (stazioni, pozzi); pertanto, il ritrovamento di reperti archeologici nelle attività di indagine/esecuzione non può qualificarsi come evento di forza maggiore, ma costituisce circostanza insita nelle attività rimesse al Contraente generale».

In una città che è definita il più grande museo archeologico a cielo aperto del mondo e che contiene, nelle sue viscere, tesori estesi ancora nascosti e di portata inimmaginabile, si è progetto in sostanza “al buio”, sondando in corso d’opera. Una pura follia. Tanto che l’Autorità di Cantone, nella delibera finale, richiama «i soggetti coinvolti ad assumere ponderate decisioni circa il prosieguo dell’opera, atteso che, per la tratta T2, allo stato di fatto sono ancora concretamente da valutare tempi e costi di esecuzione nonché la stessa possibilità di realizzazione».

Fin qui, l’opera è stata contrassegnata da progetti e indagini archeologiche insufficienti, decine e decine di varianti in corso d’opera ‒ ne sono state contate 45 ‒ e un arbitrato, a causa del quale il Comune di Roma si è dovuto impegnare a pagare decine di milioni per oneri che secondo l’Autorità non dovevano essere riconosciuti. Che cosa ha, quindi, da festeggiare il Sindaco di Roma? Solo le responsabilità politiche – enormi ‒ delle amministrazioni precedenti e della sua, che certificano come in Italia le “grandi opere” costituiscano solo una “boutade” o uno “specchietto per le allodole”. Si fa credere di poterle realizzare, il più delle volte per pure esigenze elettorali e di immagine e si procede con una superficialità e una dabbenaggine che non si sognerebbe neanche un amministratore di un piccolo condominio. (Danilo Quinto)

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