Messico: la lotta contro i narcos e l’impegno della Chiesa

Messico: la lotta contro i narcos e l’impegno della Chiesa

La grave ondata di violenza che si è scatenata in Messico dal 22 febbraio a seguito dell’uccisione da parte delle Forze dell’ordine di Nemesio Oseguera Cervantes, il narcotrafficante noto come “El Mencho”, provocando un centinaio di morti fra membri della Polizia e dell’Esercito, affiliati delle organizzazioni criminali e cittadini innocenti, ha suscitato prese di posizione anche da parte di autorità e organismi ecclesiali sul tema della lotta al narcotraffico. Fra i vari interventi segnaliamo il comunicato pubblicato il 23 febbraio dalla Confederazione latinoamericana e caraibica dei religiosi (Clar), con sede a Bogotá (Colombia), dal titolo: Nuestra solidaridad profética con el pueblo mexicano. 

Nella dichiarazione, firmata collettivamente dalla Presidenza dell’Organismo Internazionale di Diritto Pontificio eretto nel 1959 che unisce le conferenze nazionali dei religiosi di 22 Paesi, si sottolinea l’importanza, «in quest’ora di incertezza sociale», di ricostituire l’ordine e la pace sociale in Messico ripartendo «da strutture giuste e dalla conversione etica della società». 

I religiosi definiscono quindi il narcotraffico una «rete globale di morte» esortando a non tacere sulle responsabilità strutturali e a combattere le radici morali, culturali ed economiche della criminalità organizzata. 

«Di fronte al dramma che sta insanguinando il Messico e tanti popoli della nostra America Latina e dei Caraibi – affermano in proposito i religiosi –, non possiamo tacere di fronte alla responsabilità strutturale del narcotraffico come rete globale di morte. La lotta contro il traffico di droga non può ridursi alla persecuzione locale di produttori o intermediari, mentre si tace sulla corresponsabilità dei mercati che sostengono la domanda e dei sistemi finanziari che riciclano i loro profitti. Dove c’è consumo indifferente, c’è complicità; dove il profitto prevale sulla vita, si alimenta la catena della violenza».

Nella prospettiva del grande Giubileo della Morenita, che si celebrerà nel 2031, a cinquecento anni dalle apparizioni della Vergine Maria a san Juan Diego, i religiosi non mancano infine di innalzare il loro sguardo alla Madre di Dio. «In questo momento decisivo – si conclude infatti il comunicato –, imploriamo che in Messico si ritrovino la misericordia e la verità; che la giustizia e la pace si abbraccino di nuovo sul suo suolo ferito (cfr. Sal 85). Che Santa Maria di Guadalupe, Madre e Patrona del Messico, sostenga la fede che resiste, la speranza che non delude e l’amore che ricostruisce».

Come riconosciuto da Papa Leone XIV nel messaggio inviato pochi giorni dopo la pubblicazione della dichiarazione della Clar ai partecipanti al Congresso teologico pastorale sull’evento guadalupano, che si è chiuso il 26 febbraio a Città del Messico, «Santa Maria di Guadalupe è una lezione della pedagogia divina sull’inculturazione della verità salvifica. […] La Morenita manifesta il modo di Dio di avvicinarsi al suo popolo: rispettoso nel suo punto di partenza, intellegibile nel suo linguaggio e fermo e delicato nella sua guida verso l’incontro con la Verità piena, con il Frutto benedetto del suo ventre» (L’evangelizzazione non è mai scontata ma esige il dialogo con le culture, “L’Osservatore Romano”, 25 febbraio 2026, p. 2).

In effetti il caos ingenerato dal potere finanziario e militare dei cartelli della droga sta destando una preoccupazione crescente fra le autorità internazionali e, in particolare, dagli Stati Uniti per gli evidenti motivi di prossimità territoriale. Sebbene ad oggi non sia mai stato registrato un attacco dei narcotrafficanti sul suolo statunitense, l’eventualità di un intervento diretto di Washington nei Paesi che lasciano prosperare le organizzazioni e l’attività globale dei “signori della droga” è stata esplicitamente prospettata, sebbene definita dalla stessa presidente messicana Claudia Scheinbaum una violazione della sovranità territoriale. La sfida mortale apportata dalle nuove droghe, in particolare l’emergenza Fentanyl, con una media di 70mila morti l’anno nei soli Stati Uniti, giustificherebbe comunque la ripresa della guerra alla droga lanciata in prima battuta dalla dichiarazione dell’allora presidente Richard Nixon del 17 giugno 1971. 

Del resto, come attestato da voci qualificate a livello internazionale, come quella di don Sergio Omar Sotelo Aguilar, sacerdote, giornalista e direttore del Centro cattolico multimediale di Città del Messico, da anni impegnato in una lotta alla criminalità organizzata e alla corruzione che gli è costata minacce e attentati da parte dei boss del narcotraffico, il «Cartel Jalisco Nueva Generación, guidato da Osegura Cervantes, soprannominato “El Mencho”, ha esteso il suo potere in 21 Stati del Paese e in 70 nazioni del mondo», costituendo appunto una minaccia globale.

Negli ultimi anni, assicura il sacerdote, la pressione esercitata dall’opinione pubblica e dal governo degli Stati Uniti ha rinvigorito la spinta al contrasto delle illegalità portando ad operazioni diffuse come quella che ha permesso l’uccisione di “El Mencho”. Ma ancora non basta: «Il crimine organizzato si è rafforzato in modo inaudito, il suo potere è tale che esistono Stati che sono praticamente governati dai cartelli. Il potere militare ed economico del narcotraffico ha generato le proprie norme di governance, le proprie strutture economiche e ha imposto una cultura che promuove il narcotraffico come stile di vita» (Messico, alta tensione, intervista a cura di Federico Piana, “L’Osservatore Romano”, 25 febbraio 2026, p. 5).

La lotta contro la narcoeconomia, la narcopolitica e, soprattutto, la narcocultura, non dovranno quindi risparmiare le varie Chiese locali, permeando ormai ampi settori della vita sociale comunitaria. 

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