Memoria della prima canonizzazione collettiva

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Quattro giorni fa, il 12 marzo, si è celebrato un anniversario particolare: i 400 anni della prima canonizzazione collettiva della Storia della Chiesa, quando papa Gregorio XV (1554-1623), un anno prima di morire, santificò Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Filippo Neri, Isidoro l’agricoltore. Quattro colonne della Controriforma ed un laico, un contadino spagnolo vissuto fra l’XI secolo e XII secolo.

È veramente impressionante vedere la stucchevolezza con la quale sono stati rappresentatati qua e là queste eccezionali figure, impostate ideologicamente sul registro del “culturalmente corretto”, dove non appare minimamente la loro pugnace difesa per la fede e per la Chiesa attaccata e minacciata dal Protestantesimo, che produsse una vera e propria guerra di religione, che tante vittime ha mietuto, fisicamente e spiritualmente. 

Ognuno di questi giganti, non certo “feriali”, ha inciso con caratteristiche proprie nel rivitalizzare e difendere la Chiesa uscita dal Concilio di Trento, che ha condannato gli errori del protestantesimo: la militanza di sant’Ignazio da Loyola (1491 ca.-1556) divenne scelta obbligata per questo soldato che depose le armi per impugnare la Croce; la missionarietà di san Francesco Saverio (1506-1552) che, seguendo il milite di Cristo Ignazio, diffuse con un coraggio eroico e per primo il Vangelo in Asia; il riformismo carmelitano di santa Teresa d’Avila (1515-1582) insegnò che riformare non è rivoluzionare, ma ritornare alla forma originaria per non perdere la dottrina della tradizione della Chiesa con annessi metodi e stili, perché essere cattolici implica avere connotati tipicamente cristici e mariani; la facoltà di attirare anime, in particolare quelle dei giovani, fu il talento soprannaturale dell’ironico e mistico Filippo Neri. 

In questo mondo occidentale in cui vige il “credo” alla globalizzazione senza identità e alla “fratellanza universale”, senza passare attraverso il Crocifisso del Salvatore e la Sua Sposa cattolica (leggasi anche: Chiesa universale), questi quattro Santi, insieme ad altri formidabili testimoni del tempo, hanno dimostrato e continuano a dimostrare che senza lotta non è possibile dirsi cattolici: soltanto attraverso le grazie che hanno ricevuto con la loro indefettibile Fede sono riusciti ad essere collaboratori vincenti del e per il Regno di Dio.

«Non l’abbondanza del sapere sazia e soddisfa l’anima, ma il sentire e il gustare le cose interiormente», è un’espressione che usava sant’Ignazio, ma è ciò che avrebbero potuto affermare tutti i santi canonizzati quel 12 marzo del 1622. Proprio perché ognuno di essi aveva interiorizzato la Verità rivelata, l’avevano assaporata fino in fondo, anche con le sofferenze e le dure prove: furono in grado di molto conoscere e molto approfondire, rimanendo, tuttavia, preziosamente umili e, nonostante ciò, o forse proprio per questo, altamente autorevoli ed ascoltati. Chi declama la propria fede, senza vergogna e senza presunzione, attira l’attenzione non come fa il cercatore di follower, ma come colui che si fa portavoce del Signore, avendo ribrezzo della fama propria, ma agendo esclusivamente per la Gloria di Dio e per la salvezza eterna delle anime.

«Chi vuole altra cosa che non sia Cristo, non sa quel che vuole. Chi domanda altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che domanda. Chi non opera per Cristo, non sa quel che fa» così istruiva san Filippo Neri, sicuro che chi «cerca consolazione fuori di Cristo non la troverà mai». Anche queste indicazioni di vita sono esattamente ciò che pensavano i suoi compagni di canonizzazione, ma non solo, esse sono quella saggezza cattolica di cui è rivestita tutta la Tradizione della Chiesa, mirabile nella sua saldezza e stabilità perché innestata nelle verità trinitarie che non hanno intrecci con le aleatorie e fallaci teologie moderne.

I Santi canonizzati quattro secoli fa avevano ben presente che cos’è la persona, sempre in balia della debolezza causata dal peccato originale e sempre in balìa delle tentazioni del mondo; proprio per questo difendevano con amore immenso tutti i loro assistiti mediante sia la conoscenza dell’unica Verità portata dal Cristo sia dei Sacramenti. Tutto ciò fu sufficiente per mietere abbondanti raccolti. 

Ha detto papa Francesco durante l’omelia di sabato 12 marzo nella Chiesa del Gesù di Roma, celebrando sia il IV centenario delle canonizzazioni, sia l’anno ignaziano (20 maggio 2021-31 luglio 2022, per commemorare la conversione del santo spagnolo, avvenuta a Pamplona nel 1521, dopo le ferite riportate sul campo di battaglia): «I Santi che ricordiamo oggi sono stati dei pilastri di comunione. Ci ricordano che in Cielo, nonostante le nostre diversità di caratteri e di vedute, siamo chiamati a stare insieme». Le sue parole dimostrano il suo forte timore di divisioni in seno alla Chiesa ed è normale perché quando le alte gerarchie fanno troppo riferimento alle istanze del mondo è evidente che i credenti non solo piangono per lo spreco, ma insistono per riottenere ciò che solo dà vita alla Chiesa, ovvero la linfa di Cristo, unica Vite. 

Il Papa ha poi proseguito: «Siamo spesso tentati, nella Chiesa e nel mondo, nella spiritualità come nella società, di far diventare primari tanti bisogni secondari. È una tentazione di ogni giorno far diventare primari tanti bisogni secondari. Rischiamo, in altre parole, di concentrarci su usi, abitudini e tradizioni che fissano il cuore su ciò che passa e fanno dimenticare quel che resta. Quanto è importante lavorare sul cuore, perché sappia distinguere ciò che è secondo Dio, e rimane, da quello che è secondo il mondo, e passa!», ma ciò che passa è ciò che è sentimento, non ciò che è ragione, logica e, dunque, tradizione, visto che essa permane nel tempo e non potrà mai passare di moda, come invece tutte quelle idee che portano la Chiesa degli uomini ad aprirsi al mondo, così tanto da venirne essa stessa intossicata.

La comunione della Chiesa si forma e si rinsalda attraverso la difesa dell’unica Verità, altrimenti si disperdono forze ed intenti. Stare insieme per seguire un ideale di unione forzata, senza il collante del Crocifisso è impossibile, come sta dimostrando la fratellanza laica di un Occidente incapace di affrontare la realtà per quella che è, realtà che prima o poi pretende il conto. Come sta avvenendo oggi, con la pandemia e la guerra in Europa… ma soprattutto con la carestia spirituale, con i peccati divenuti “valori” essenziali e definiti «diritti civili», veri e propri “fiori all’occhiello” della libertà, dell’uguaglianza, della fratellanza pagane (divorzi, sterminio abortivo, sparito il sacro timor di Dio manipolazione genetica, Gay pride, eutanasia…). Questa desolazione spirituale, dove non contano più né timor di Dio né anima, la sperimentiamo da gran tempo ed è per tale ragione che questi Santi, a 400 anni dalla loro canonizzazione, sono da conoscere per quello che sono stati veramente e non per quello che la propaganda ecclesiale di oggi dice di essi, censurando e stravolgendo i loro atti, per non ricordare e trasmettere più chi erano i cattolici, la nostra vera identità.

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