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Meglio le elezioni anticipate del nulla attuale

(di Danilo Quinto) Si chiamano NEET. La sigla, che in inglese sta per “Not in Employment, Education or Training”, (giovani non impegnati né nella scuola né nel lavoro). In Italia, i minori di 25 anni in questa situazione, sono pari al 21% del totale. Nel Sud, i giovani disoccupati rappresentano quasi il 40%. Mentre i dati ISTAT annunciano che nell’ultimo semestre la disoccupazione totale ha raggiunto il 12%, uno studio di Confindustria rileva che negli anni della crisi l’Italia ha perso il 15% del settore manifatturiero e la produzione industriale è scesa del 25%, rispetto al punto massimo, toccato nel 2007.

Le aziende italiane chiudono ad un ritmo di 36 al giorno. Quelle che hanno avviato una procedura di fallimento o un concordato preventivo, sono 126mila. Tra queste, 9mila aziende storiche, con più di 50 anni di attività. Nel solo mese di agosto 2013 sono state autorizzate 75,3 milioni di ore di cassa integrazione. Rispetto ad agosto 2012, si è registrato un aumento del 12,4%. L’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e per lo Sviluppo Economico) prevede che alla fine del 2013 il PIL italiano sarà sceso dell’1,8%. Si potrebbe continuare a lungo con questa litania di dati, che la stampa italiana si guarda bene dall’approfondire. Quel che invece fa la stampa europea (“Le Monde”, “The Guardian”), che sbeffeggia il nostro Paese, considerato non in grado di uscire dalla recessione, diversamente da quanto hanno già fatto le altre economie europee. C’è addirittura chi sostiene – “The New York Times” – che «l’economia italiana sarà l’unica, tra le prime sette al mondo, per la quale quest’anno si prevede un arretramento».

Che fare di fronte a questa situazione? Innanzitutto, prendere atto che gli esecutivi degli ultimi due anni, non sono stati in grado di governare il Paese. Sia Mario Monti sia Enrico Letta, non sono riusciti neanche a indicare le riforme necessarie per affrontare la crisi economica. Nessun intervento strutturale sulla spesa pubblica, che incida sull’enorme debito pubblico. Nessuna misura che renda meno opprimente la presenza della burocrazia. Tanto meno, provvedimenti sul costo del lavoro, per imprese e lavoratori e sul carico fiscale, che è il più alto in Europa.

Solo nelle ultime settimane ci si è accorti che le risorse per la ripresa economica ci sono. Si è notato, ad esempio, che l’insipienza della classe politica che governa le Regioni è riuscita a spendere il 50% delle risorse europee del 2007-2013 e si è creata l’Agenzia per la Coesione Territoriale, per tentare di non perdere l’opportunità della programmazione 2014-2020. Sul fronte interno, qualcuno ha indicato che pur esiste la Cassa Depositi e Prestiti, che tra i suoi compiti principali ha quello di gestire il risparmio postale: 230 miliardi di euro. Sarà usata – dice il Governo – come strumento di “politica industriale” e pare siano utilizzabili 95 miliardi di euro, attraverso interventi mirati nel settore delle infrastrutture, delle amministrazione locali, delle imprese. Una buona trovata, sperando che qualcuno non pensi di salvare Telecom, come propongono in molti.

La realtà amara è che questo Paese non merita – e abbiamo il dovere di dirlo a gran voce, proprio in quanto cattolici – di sacrificare il suo destino in base all’esistenza della tecnocrazia, che diventa potere o delle “larghe intese”. Questo Paese, ha bisogno di una generazione di politici diversa da quella attuale e se occorressero dieci turni di elezioni anticipate per ottenere questo risultato, sarebbe incomparabilmente meglio del nulla che ci viene proposto. Se vi fosse qualcuno che ha a cuore il bene comune, dovrebbe prendere le sue decisioni su questi presupposti e non su interessi e profitti personali. Si dice: tutto andrebbe a rotoli, se non ci fosse il Governo. Siamo convinti che il bene da tutelare non è l’indice dello spread, ma la dignità del Paese. (Danilo Quinto)