Meglio che i lefebvriani accettino l’accordo con Roma (per salvare Roma)

(di A.Gnocchi e M.Palmaro su Il Foglio del 27/01/2012) L’accordo si farà oppure no? Il dialogo fra la Santa Sede e la Fraternità San Pio X, fondata da monsignor Marcel Lefebvre, è entrato in una fase decisiva. L’esito di questo dialogo sta a cuore innanzitutto a Benedetto XVI, che lo ha promosso e alimentato personalmente; sta a cuore a tutti i sacerdoti, i religiosi e i laici che fanno parte della Fraternità; e sta a cuore a tutta quella più vasta parte del mondo cattolico che lefebvriana non è, ma che si colloca nell’area della tradizione.

Per motivi diversi, anche il cattolicesimo progressista e il mondo laico osservano con grande attenzione, e qualche nervosismo. Insomma: la partita che si sta giocando è importante e difficile, ma l’accordo non è impossibile. Molte resistenze potrebbero cadere, se solo si considerasse che, per quanto si discuta di questioni dottrinali, lo si fa per via diplomatica, anche perché è in discussione la sistemazione canonica della Fraternità San Pio X. Se si può comprendere il disorientamento di Roma davanti alle esitazioni della Fraternità, si deve comprendere anche la perplessità della Fraternità San Pio X quando lamenta che Roma chiede quanto non ha chiesto a nessun altro per potersi fregiare della sdrucciolevole categoria ecclesiale detta “piena comunione”. Come uscirne?

Rendendosi conto che nessuna delle due parti può far pagare all’altra un prezzo inesigibile: da un lato, Roma non può chiedere alla Fraternità di rinnegare la sua identità; dall’altro, i lefebvriani non possono pretendere che Roma perda la faccia, con una resa incondizionata e con una fiabesca trasformazione verbale dell’attuale mondo cattolico, che è obiettivamente un coacervo di molte contrastanti cose.

Il successo della trattativa richiede uno sguardo che sappia tenere insieme fede e realismo. Da una parte, una visione soprannaturale: il credere che la chiesa è a Roma, comunque e in ogni caso, nonostante stia attraversando una delle crisi più gravi della sua storia; d’altra parte, la strada stretta del realismo, che punti a dare alla Fraternità la possibilità di “fare l’esperienza della tradizione”, secondo una formula coniata proprio da Lefebvre nel 1988. Nella storia della chiesa ricorre spesso la figura del nano che si carica sulle spalle il gigante. Si tratta di un compito che, oltre al rigore dottrinale e morale, richiede umiltà e carità e la consapevolezza che Roma si aiuta stando a Roma. Non sono argomenti nuovi per gli eredi di monsignor Lefebvre.

Più passa il tempo, più si rischia di pensare che esista solo un’alternativa tra due vie: la sirena di chi invita a non firmare perché le condizioni della chiesa sono troppo gravi; e la sirena di chi invita a firmare senza discutere perché in fondo va tutto bene. L’una e l’altra via non si confanno al senso più intimo di un’istituzione sorta in seguito alla indiscutibile crisi abbattutasi sulla chiesa dopo il Concilio Vaticano II.

Come spesso capita quando si prospetta un bivio, in realtà esiste una terza alternativa che, in questo caso recita più o meno così: la questione deve essere conclusa al più presto, in vista del bene di tutta la chiesa. In tale operazione, la Fraternità San Pio X non può essere lasciata sola davanti a una responsabilità tanto grande. E in questo fa da garante Benedetto XVI. Non si può negare che questo Papa abbia caratterizzato il proprio pontificato rimettendo in onore la Messa gregoriana, ritirando la scomunica ai vescovi della Fraternità e avviando i colloqui dottrinali sui punti caldi: tutte condizioni richieste dagli eredi di Lefebvre.

Questo fatto non può essere ignorato né dalla Fraternità San Pio X, né dai negoziatori che rappresentano Roma. I quali sanno benissimo che c’è più cattolicesimo nella comunità lefebvriana – canonicamente irregolare – che in molte comunità regolarissime interne al mondo cattolico. E’ giunta l’ora di mettere finea questo paradosso, con un atto di buona volontà e insieme di buon senso. Da entrambe le parti. Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro

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