Meditazione per l’Epifania

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(Cristiana de Magistris) Il viaggio dei Re Magi dal lontano Oriente fino alla culla di Betlemme è un’eloquente immagine del nostro viaggio dall’oriente del mondo al porto beato dell’eternità, dove, meglio dei Magi su questa terra, vedremo Dio come Lui Si vede e Lo ameremo come Lui si ama.

I Magi compirono un lungo viaggio materiale, pieno di pericoli, di difficoltà e di incertezze. Anche il nostro viaggio ha tutte le sue luci e le sue ombre, i suoi chiaroscuri, ma la bella stella della fede guida anche noi, immancabilmente, verso l’eternità beata che ci attende. Se l’uomo è detto viator, viatore, cioè viaggiatore su questa terra, è appunto perché è in viaggio.

Ma questo viaggio verso l’Eterno ha un carattere tutto speciale. Non è un viaggio materiale, come quello dei Magi, ma un viaggio d’amore. San Gregorio dice che avanziamo verso Dio gressibus amoris, coi passi della carità; la carità, infatti, può sempre aumentare: è per questo che l’uomo è detto viatore, perché può sempre avanzare nel cammino dell’amore; e se si ferma, cioè se cessa di amare, cessa anche di essere viatore, terminando il suo viaggio senza aver raggiunto la meta.

Ma come si avanza nella carità? La carità è una virtù infusa da Dio nella nostra anima col battesimo e con la giustificazione. Essa non può aumentare quanto all’oggetto, che è Dio e il prossimo per amor di Dio. Badiamo bene: il prossimo non in sé stesso ma per amor di Dio, dunque senza escludere nessuno, ma anche senza dividere con alcuna creatura l’amore dovuto a Dio solo. Se la carità non può aumentare quanto all’oggetto, può e deve aumentare quanto all’intensità, e in questa crescita di intensità sta il nostro progresso spirituale, dunque il nostro viaggio a passi d’amore. Come cresce l’intensità della carità? Essendo una virtù infusa da Dio non cresce in modo diretto con i nostri atti di carità, i quali – senza poter produrre questa crescita – tuttavia la meritano e dispongono la nostra volontà a riceverla. La carità aumenta in noi quanto più si radica nella nostra volontà e la determina più profondamente verso il bene, allontanandola dal male con atti sempre più generosi, e ciò avviene grazie all’aumento dei meriti dovuti alle nostre opere buone e alle sante Comunioni ben fatte.


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Secondo san Tommaso, per mantenere il fervore nella vita spirituale occorrono atti intensi di carità, anzi, atti sempre più intensi: ciò significa che ogni nostro atto di carità dovrebbe essere più inteso del precedente, perché quanto più ci avviciniamo al Fine, che è Dio, e dunque alla fine del nostro viaggio d’amore, più intensamente siamo attirati da Dio, e per conseguenza procediamo più velocemente secondo la legge dell’accelerazione dei corpi, che cadono più rapidamente quanto più si avvicinano alla terra che li attira. Il cammino spirituale, il cammino di perfezione di cui parla santa Teresa d’Avila, non è un cammino uniformemente lento, né uniformemente costante, ma uniformemente accelerato, e perciò «coloro che sono in stato di grazia – dice san Tommaso – tanto più devono crescere spiritualmente quanto più si avvicinano al termine del loro viaggio verso l’eternità», specie perché questa carità, di cui consideriamo l’aumento, sussisterà per sempre in cielo. Il grado di carità che avremo raggiunto alla fine del nostro terreno pellegrinaggio rimarrà in eterno.

Ma sappiamo che la carità ha un nemico, ed è il peccato. Se è mortale, il peccato distrugge completamente la carità; se è veniale, la diminuisce in modo indiretto e, se il peccato veniale è abituale, predispone al mortale. San Tommaso, però, ci ricorda che purtroppo esistono anche atti che, pur non essendo peccati, sono atti di carità imperfetti (remissi), i quali, benché meritino una ricompensa, non ottengono l’aumento di carità che dovrebbero, per via del poco fervore con cui sono compiuti. Questi atti sono forse il pericolo più grande dei buoni cristiani, dal quale preserva la legge dell’accelerazione, se vi si è fedeli.

Il peggiore nemico dell’uomo, per il quale rischia di perdere il fine della sua esistenza che è la vita eterna, è dunque il peccato. Il 2020 si è chiuso additando nel Covid 19 il massimo male che attanaglia l’umanità. Ma questa prospettiva è falsa e ingannevole. Il massimo male per l’uomo è e sarà sempre il peccato – che lo allontana da Dio, suo Creatore, Redentore e sua eterna ricompensa – di cui il Covid è semmai una conseguenza. «Il minimo peccato veniale – scriveva il padre Garrigou-Lagrange – è un male più grande di tutte le sofferenze, di tutte le disgrazie, di tutte le rovine, di tutti i mali puramente fisici». È un male così grande che il disordine causato dal peccato anche solo veniale, dice san Tommaso, è in un certo senso più grande del disordine generato dal peccato originale, poiché col peccato veniale (e tanto più mortale) agiamo personalmente contro Dio, L’offendiamo deliberatamente e meritiamo non il Suo odio, ma la Sua collera.


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Se la pandemia non è che la conseguenza del peccato, la soluzione non sta nei vaccini, ma nella conversione dell’uomo e nel suo ritorno a Dio, fine ultimo della sua esistenza, a Cui tendere con una carità sempre crescente. A questo fine non occorrono eroismi dirompenti: un’azione insignificante fatta con grande carità glorifica Dio e accresce i nostri meriti più di un atto anche eroico ma fatto con minore carità.

Possiamo credere che i Magi accelerassero il loro viaggio verso Betlemme man mano che vi si avvicinavano, attratti soprannaturalmente da quel Divino Bambino che, dalla Sua culla misteriosa come da una cattedra, attirava i loro cuori e reggeva il mondo. Chiediamo a questi santi Re, primizie della gentilità, questi nostri cari antenati, di accelerare il nostro viaggio gressibus amoris, con passi d’amore sempre più ferventi, sempre più decisi, sempre più degni del loro unico Oggetto, Dio, Che già vediamo ed amiamo nell’oscurità luminosa della Fede. (Cristiana de Magistris)


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