Martin Mosebach: È lecito a un cattolico criticare il papa?

(di Martin Mosebach) Riportiamo la prefazione dello scrittore Martin Mosebach all’edizione tedesca del libro di Roberto de Mattei Apologia della Tradizione pubblicato nel febbraio 2017 dalla casa editrice Sankt-Grignion Verlag di Altoetting, con il titolo Verteidigung der Tradition. Die unüberwindbare Wahrheit Christi. Il saggio è stato già tradotto in francese e portoghese ed è in corso di traduzione in inglese e in spagnolo.

È lecito a un cattolico criticare il Papa?

I Gesuiti, quando nel secolo XVII furono costretti ad abbandonare il Giappone, alle loro comunità, che non sapevano quando avrebbero potuto rivedere un sacerdote cattolico, diedero l’indicazione molto concreta di interrogare chiunque si presentasse loro come cattolico sul suo rapporto con la Vergine Maria e con il Papa. Era un criterio estremamente facile da applicare. 

In duemila anni l’edificio della teologia cattolica è cresciuto sino a diventare un palazzo quasi immenso,  che nasconde tra le sue mura non solo sale che si succedono armonicamente, ma anche oscuri labirinti, non solo terrazze con vedute magnifiche, ma anche camere nascoste e volte sotterranee.

La religione cattolica è senza dubbio la più complicata del mondo, sconosciuta soprattutto  tra i suoi stessi fedeli. Eppure, i Gesuiti, costretti a lasciare da soli i fedeli da loro convertiti, non avevano scelto una formula malvagia indicando Maria e il Papa come i caratteri distintivi essenziali rispetto ad altre denominazioni cristiane. La Vergine sta per la fede nella nascita soprannaturale del Figlio di Dio, per la vittoria sul peccato originale e per la chiamata di ogni essere umano alla santità e alla resurrezione della carne.

Il Papa è espressione della costituzione gerarchica della Chiesa, per il suo carattere liturgico e per la presenza in essa dello Spirito Santo. È il Papato che ha conferito alla Chiesa cattolica la sua durata, che non ha esempi nella storia del mondo. Sconvolgimenti epocali, fratture culturali, cambiamenti di mentalità, catastrofi politiche, perdita delle terre d’origine e le numerose secolarizzazioni non sono riusciti a porre termine alla continuità della Chiesa.

La sua venerabile età parla già di per sé di quel che in duemila anni non è potuto tramontare, malgrado essa abbia dovuto difendersi da attacchi provenienti da ogni direzione possibile, fronteggiando, anche troppo spesso, un odio profondo e radicale. Essa ha dimostrato di possedere una forza che è negata a qualunque altra istituzione umana. Se si prova a prescindere dalle fonti soprannaturali di questa sua energia – cosa che è ovviamente molto difficile – allora si vede bene che questo ministero regale e sacerdotale del servus servorum, erede del pescatore giudeo e degli imperatori romani, è l’unica istituzione del mondo che è riuscita a resistere lungo un periodo di tempo davvero incredibile.

Alcuni papi furono giustiziati, altri  schiaffeggiati, altri ancora deportati e privati di ogni bene o insultati come la prostituta di Babilonia e dileggiati per la loro impotenza;  tuttavia, a nessuno dei nemici del Papato è riuscito di sconvolgerlo al punto da mettere seriamente in questione la sua durata e continuità. 

Una particolarissima contraddizione domina il ministero del Papa: dopo che la Chiesa ebbe fatte proprie le forme dell’istituzione imperiale romana, non ci fu alcuna monarchia secolare, all’interno del Cristianesimo, che abbia superato i papi per splendore autocratico e, allo stesso tempo, nessun’altra istituzione che sia rimasta altrettanto lontana da quello che nel comunismo fu definito come il culto della personalità.

Pietro era una persona incline alla paura e all’entusiasmo, che nell’ora decisiva si rivelò inaffidabile. Eppure è proprio questa figura che Gesù Cristo chiamò a essere il suo vicario ed è questa la figura che restò, poi,  costantemente nella memoria e nella coscienza della Chiesa anche durante i pontificati segnati dal massimo potere terreno.

La Chiesa ha sempre saputo che il Papa è solo il rappresentante di Gesù e che, come legislatore, è vincolato alla Rivelazione, che, a sua volta,  non è confinata negli Evangeli, ma si sviluppa negli insegnamenti dei padri della Chiesa. Il dogma dell’infallibilità papale, che agli occhi dei nemici della Chiesa presupponeva un’insopportabile pretesa di potere, non significa nulla d’altro che la sottomissione del Papa alla Tradizione, come è stato ancora ripetuto da Benedetto XVI.

Roberto de Mattei è originario di una famiglia siciliana, ma non ha uguali quanto a Romanitas. Questo storico cattolico non ha mai provato la tentazione di imbellettare le crisi che la Chiesa ha vissuto lungo il suo pellegrinaggio nella storia, né, tanto meno, si è lasciato intimorire dagli stereotipi delle leggende nere intessute dai nemici della Chiesa, come, per esempio, intorno ai papi del Rinascimento.

Per quanto riguarda i papi mondanizzati di quel periodo per il cattolico, pur con la loro impressionante opera culturale, quel che conta è che nessuno di essi abbia in qualche modo intaccato il depositum fidei. Per quanto senza scrupoli questi papi abbiano portato avanti una politica principesca, arricchendo le loro famiglie, la tradizione della fede con loro è rimasta in mani sicure. Ciò non è, invece, avvenuto con papa Onorio, la cui condotta di vita era irreprensibile, ma che non seppe far fronte all’eresia ariana. Anche in questo caso, però, si può cogliere un segno dell’assistenza dello Spirito Santo nel fatto che, quanto meno, egli evitò di pronunciare una dichiarazione magisteriale che si collocasse esplicitamente nel senso degli Ariani.

Roberto de Mattei ha sottoposto la storia dei papi a una disamina severa, proprio avendo come presupposto la piena fedeltà al papa. Egli null’altro vuole se non che il Papa sia papa. Se critica un papa, è perché lo mette di fronte al Papato. In tal modo egli è sino in fondo coerente con la grande tradizione cattolica. Come chiaro esempio di ciò si ricordi la distinzione dantesca tra ministero e persona del papa nella sua visione dell’Inferno. 

Lì il Poeta ci mostra papa Bonifacio VIII conficcato a testa in giù nella buca infernale dei simoniaci – anche se oggi la storiografia ha recuperato un giudizio più temperato su questo sfortunato pontefice -, mentre, in un altro luogo dell’Inferno troviamo Guglielmo di Nogaret, legato del re di Francia, che aveva colpito sul viso proprio questo papa, perché, ci ricorda Dante, nella figura del papa egli aveva schiaffeggiato Cristo stesso. Anche santa Caterina da Siena, che definisce  il papa «dolce Cristo in terra» – e nessuno degli ammiratori di papa Francesco oserebbe oggi una simile formula – fu inflessibile, sin quasi alla molestia,  fustigatrice del papa che si tratteneva nell’esilio avignonese. 

Ciò potrà anche risultare come un’enormità a qualche cattolico rimasto fedele. Dopo il concilio Vaticano I sorse una teologia papalista che si spingeva ben oltre la definizione del ministero papale nella Tradizione cattolica. La  consapevolezza della stretta appartenenza del papa alla Tradizione finì per sbiadirsi, mentre gli eccessi di pretesa politica dei papi medievali trovarono  nei secoli XIX e XX un equivalente nell’esagerazione della sua potestà spirituale, così che ai fedeli più ingenui poteva sembrare che l’infallibilità si estendesse a ogni ambito possibile della vita e che il papa avesse sinanche l’autorità di sopprimere la Tradizione.

Quando questo avvenne su punti particolarmente sensibili – si pensi qui alla riforma liturgica di papa Paolo VI – emersero i primi dubbi su questa teologia, e proprio tra i cattolici particolarmente fedeli al papa: era divenuto chiaro che l’aver  trasformato il papa in un idolo costituiva un pericolo per la Chiesa. Fu ancora Benedetto XVI a richiamare il fatto che il papa non è il padrone della liturgia, ma è tenuto a custodirla e alimentarla come un tesoro ricevuto.

La gestione del proprio ministero da parte del papa oggi regnante solleva nuovi problemi. Da una parte essa è fortemente orientata al mondo non cattolico, cosa che si potrebbe anche fondare con il compito apostolico della Chiesa, non fosse che Francesco sembra preoccupato più di seguire l’agenda della comunicazione di massa che di trasmettere il proprium cattolico, mentre, dall’altra,  essa si è altrettanto decisamente distaccata dalla tradizione papale di esercitare il ministero di indirizzo nelle questioni spirituali e morali: oggi è, piuttosto, il Papa colui che solleva le questioni controverse, rifiutando, peraltro, di prendere delle decisioni su di esse.

Roberto de Mattei vuole mostrare ai propri lettori come, in una tale situazione, si possa rimanere cattolici fedeli al papa, senza però diventare ciechi e sordi. Egli mostra che è sbagliato immaginarsi la barca della Chiesa su una rotta tranquilla.

Il trionfo della Chiesa avviene in cielo, sulla terra essa lotta e anche se su di essa è stato profetizzato che le «porte degli inferi» non prevarranno, altrove si legge anche che Cristo al suo ritorno non troverà più fedeli sulla terra, se gli ultimi giorni non saranno abbreviati. Davvero non ci si può semplicisticamente quietare con argomenti del tipo: «La Chiesa ne ha già passate tante, sopravvivrà anche al secolo XXI», poiché il Cristianesimo è una religione dell’inquietudine, che può vincere o finire in ogni singola persona.

La camera bassa britannica conosce l’espressione «L’opposizione fedele a Sua Maestà». In questo senso si potrebbe definire Roberto de Mattei come «l’opposizione fedele a Sua Maestà.  La sua implacabile determinazione non scaturisce da una forma di pessimismo, ma è conseguenza del riconoscimento di un dato reale: la Chiesa, per quel che concerne la sua parte terrena,  appartiene ovviamente al mondo decaduto, così come, nella sua intierezza, essa è santa, pura ed eterna. (Martin Mosebach)

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