Basta “sudditanza”, la gente in piazza per urlare “no” all’aborto

(di Mauro Faverzani) V’è più di un merito in questa seconda edizione della Marcia nazionale per la Vita: l’aver catalizzato l’adesione di più di 150 sigle, oltre a parrocchie e gruppi spontanei; aver fatto sentire a circa 15 mila persone la necessità di uscire dalle proprie case, per essere a Roma domenica 13 maggio e partecipare a questo meraviglioso evento.

Ma v’è anche – e forse soprattutto – un altro merito: aver reso chiaro agli occhi di tutti quanto la gente normale, le famiglie con i loro figli, le associazioni, vogliano non solo sentir parlare dei valori non negoziabili, in primis la Vita, ma vogliano difenderli, scendere in piazza, combattere contro i luoghi comuni della secolarizzazione o di certa “fede da sagrestia”, che sarà anche “adulta”, ma che -forse proprio per questo – non riesce a parlare ai cuori. Allora, a questo popolo, fatto da persone di buon senso, oltre che di fede, non basta più dirsi “per la Vita”: esso vuole urlare con forza il proprio “no” all’aborto, all’eutanasia ed a tutti gli altri attentati bioetici, che oggi vengono perpetrati sotto false spoglie.

Come ha recentemente ricordato “Il Foglio”, questa Marcia ha rappresentato “una sfida all’indifferenza ed alla tiepidezza interna allo stesso mondo pro life italiano ed al mondo cattolico, spesso spaventato dai temi della vita, considerati pericolosi perché ‘dividono la comunità’”. Chi fino a ieri ha taciuto, ha criticato -quasi sotto voce, quasi in codice, per non pubblicizzare troppo l’evento- può darsi che oggi, constatato il successo, si ricreda e ritenga a questo punto più strategico cercare di metter il cappello sull’iniziativa, per non esser spazzato via.

Il fatto – bello – è che sulla Marcia per la Vita nessuno può mettere il cappello: perché una delle sue caratteristiche migliori è stata data proprio dalla sua spontaneità, dalla sua genuina autonomia rispetto a “sponsor” o “padrini”, politici e non. Anzi proprio ai partiti è stato imposto di lasciare a casa le loro bandiere, le loro insegne, perché questa voleva essere -ed è stata effettivamente- la Marcia della gente comune, che non ne può più delle chiacchiere, perché ha sete di Valori.

Questo evento segna anche – ed in modo ultimativo – la fine di certo, malinteso “collateralismo” clerical-politico, più evidente ai tempi della Democrazia Cristiana, ma ancor oggi presente in certi “salotti”, sia pur in modo più sordido. Collateralismo, che ha da sempre cercato di piegare la Dottrina Sociale della Chiesa alle convenienze di bottega del partito. Non a caso la legge sull’aborto è stata firmata da un Presidente del Consiglio democristiano, Giulio Andreotti, e da altri quattro ministri dc, Tina Anselmi, Francesco Bonifacio, Tommaso Morlino e Filippo Maria Pandolfi.

E non a caso chi dello Scudocrociato è stato espressione politica non ha mai affondato il fendente contro quella scelta sciagurata, definita dal Beato Giovanni Paolo II “un atto di violenza”. Mai, neppure quando chiamato alla guida di quella che fino a ieri è stata la massima espressione aggregativa pro life italiana. Col 13 maggio, giorno evidentemente benedetto dalla Madonna di Fatima, il popolo della vita, ha dimostrato di voler finalmente cambiar pagina, ha dimostrato di non poterne più di certi equilibrismi politici, anzi di voler dare una svolta ed imprimere un nuovo senso alla presenza cattolica nella società.

La presenza di chi non è più disposto a tacere, non vuol più esser “suddito” o di “serie B”, ma vuole anzi affermare -nella latitanza collettiva- i propri Valori, quelli del diritto naturale, quelli del buon senso e del vero bene comune, pronta anche a scendere in piazza ed  mostrare la propria faccia, per urlarli, per difenderli, per diventare testimonianza ed apostolato attivo. Questo ha significato la Marcia per la Vita, questo caratterizzerà non più solo la prossima edizione, ma un modo nuovo per tutti di vivere la propria fede.   Mauro Faverzani

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