«Maggio ’68» e modernismo pedagogico

(di Giovanni Tortelli) Nel precedente articolo «Maggio ‘68», la rivoluzione del nulla insistevo sull’essenzialità del carattere di rivoluzione culturale della contestazione del ’68 in quanto veicolo di un nuovo impianto totalizzante di conoscenza che si sostituiva in modo repentino, antitetico e manifesto a quello precedente.

Il pensiero nullificante di Sartre e dei nouveaux philosophes – che costituiva chiaramente l’arché entro la quale si muoveva tutto il preteso rinnovamento pedagogico della contestazione studentesca – era attualissimo nel 1968, ma non era altro che l’ultima versione aggiornata di quella filosofia postmoderna che da Kant in poi, a partire dalla rivoluzione francese, aveva chiuso all’uomo le porte della vita soprannaturale, aveva ridotto la religione a un fatto tutt’al più personale e ridimensionato la Chiesa nei suoi valori e nel suo magistero universale.

Ma per la Chiesa – la quale, va ricordato, esercita la sua azione educativa sia nelle scuole della società civile attraverso accordi presi con gli Stati, sia direttamente attraverso le scuole cattoliche – quel pensiero filosofico scettico, ateo e agnostico era da considerarsi un pericolo tutto sommato meno insidioso, perché esterno, rispetto al modernismo, che invece vi covava dentro e si insinuava sia nel metodo di insegnamento dei maestri cattolici che nel modo di apprendimento dei discepoli cattolici, futura classe docente.

Proprio all’indomani della Pascendi, il modernismo mostrava di non aver per nulla rinunciato alla sua lotta contro la fede, i dogmi e la tradizione, secondo il sinistro auspicio dell’eretico Ernesto Buonaiuti: «Giorno verrà in cui la nostra intima fede, traboccando dalle nostre anime, e chiedendo il riconoscimento ufficiale nel coro di solidarietà che essa avrà saputo guadagnare, romperà le barriere limitate dell’ortodossia cattolica e raccoglierà nel suo seno quanti religiosamente operano il bene fra gli uomini. Quel giorno, la teocrazia del Vaticano, come il Sommo sacerdozio di Gerusalemme, avrà compiuto, e non gloriosamente, la sua missione nel mondo».

Gherardini insegnava, nel suo magistrale Quod et tradidi vobis, che il fine unico del modernismo è sempre stato quello di ribaltare il principio della «perfetta unione di pensiero e d’intenti» («eodemsensueademque sententia»: I Cor. 1,10) dei membri della Chiesa.

Quel giorno auspicato da Buonaiuti cominciò ad albeggiare col Concilio Vaticano II il quale, si sa, rinnovò la Chiesa intra et extra, facendola diventare «pastorale», «non dogmatica», «ideologica», «misericordiosa», «aperta», «collegiale», «amicale», «sensibile ai bisogni», «comprensiva», «ecumenica», «al servizio», «democratica, sociale e solidale».

Tutto un sistema di motivazioni e di funzioni e una nuova terminologia veniva a soppiantare e ad affermarsi sulla sua originale natura cattolica, dogmatica, gerarchica, giuridica, papista, romana, curiale, tanto «vecchia ed immobilista» in quanto – si accusava – lontana dalla quotidianità.

Questa volta il modernismo era stato fatto entrare attraverso la porta principale di un concilio “cattolico” e aveva colpito gli interna corporis della Chiesa con un’operazione semplicissima: grazie a opportune variazioni ermeneutiche, si era fatto ruotare l’asse ecclesiale in senso storicistico scollegando Scrittura e Tradizione dal Magistero, separando cioè le due fonti della Rivelazione dalla loro dipendenza apostolica per collegarle invece allo svolgimento storico in corrispondenza a eventi, fatti, attese, pressioni e situazioni del tutto emergenti e contingenti.

A ragione Roberto de Mattei, nella sua storia del Concilio, parla di «correlazione» fra il Concilio e il Sessantotto studentesco e dimostra che «la svolta conciliare» – che non può essere assunta come causa della contestazione – tuttavia «favorì a sua volta l’esplosione della rivolta studentesca».

È esatto parlare di «correlazione» fra i due eventi che a distanza di pochissimi anni l’uno dall’altro determinarono il Novecento come pochi altri, perché la correlazione, che esclude la consequenzialità, lascia sempre intravvedere un terreno comune fra due elementi.

Qui, il terreno della correlazione consisteva nel comune retroterra che scuola laica e Chiesa impegnata nell’istruzione si ritrovavano alle spalle e al quale sia l’una che l’altra dovevano attingere nelle loro rispettive azioni educative: questo terreno comune era stato abbondantemente concimato sia da quella filosofia nichilista, sia da quel neoterismo modernista, in modo tale che lo studente laico e quello cattolico finivano per imparare le stesse cose.

I due modelli educativi, quello laico e quello cattolico, presentavano infatti la stessa caratteristica di obbedire al pluralismo culturale e all’autonomia dell’insegnamento. Fu insomma l’elemento educativo e culturale che fornì il collante per «correlare» Concilio e movimento del ’68, e che produsse da un lato un clero sempre più insofferente ai controlli formali e di merito della Chiesa, e dall’altro una generazione contestatrice in nome del nulla.

Il prodotto comune fu una cultura eterogenea, non selezionata, qualitativamente scadente e incontrollata, una cultura disobbediente e ribelle, facilmente attaccabile dall’errore. Le parole di don Milani sul suo metodo d’insegnamento alla scuola di Barbiana sarebbero state altrettanto bene sulla bocca di qualunque capo o capetto di Lotta Continua: «Bisogna avere le idee chiare in fatto di problemi sociali e politici. Non bisogna essere interclassisti ma schierati».

Padre Ernesto Balducci, grande estimatore di don Milani, scriveva che il prete di Barbiana «non trasmetteva ai ragazzi un annuncio religioso, ma un annuncio profetico-messianico il cui punto decisivo è il passaggio dallo stato d’inerzia allo stato di libertà, dallo stato di subordinazione allo stato d’autonomia».

Vien da chiedersi: ma non si rendevano conto sia don Milani che p. Balducci di muoversi, al massimo, nell’ambito dell’educazione civica e non del cristianesimo? Personaggi come don Lorenzo Milani, don Primo Mazzolari, p. Ernesto Balducci, p. David M. Turoldo, don Enzo Mazzi, don Zeno Saltini, don Giovanni Franzoni, don Andrea Gallo e i tanti altri che hanno cercato di coniugare il Vangelo alla prassi comunista e che hanno interpretato la loro vita come missione per il riscatto dei minimi, sono accomunati da un equivoco di fondo: hanno sempre dimostrato di credere che la verità, soprattutto quella evangelica, sia il risultato della creatività personale, dell’esperienza, e non invece un lumen che l’intelletto trova per fede e non crea.

Essi sono stati dei campioni dell’ideale modernista in quanto hanno percorso la via maestra tracciata dal modernismo, cioè il “sentimento”, ritenendo che l’anima religiosa trae solo da sé, e non da altri, l’oggetto e il motivo della propria fede. E su quell’idea personale (sentimento) di fede hanno condotto la loro azione imputando alla Chiesa di non sapersi allineare al loro particolare punto di vista (sentimento).

Tutti costoro, nella veste di educatori a vario titolo, e alla pari con la generazione contestatrice del ’68 che lottava contro un modello di studio definito oppressivo, hanno ritenuto che lo scopo dell’insegnamento fosse solo quello di creare esperienze, relegando nel nozionismo ogni tipo di conoscenza che fosse estranea al vissuto.

Corollario: la deviazione pedagogica modernista, dal momento che ascrive a conoscenza solo ciò che è esperienza o vissuto, ha riflessi nefasti anche sulla cognizione del bene e del male. Se la conoscenza dei neoterici consiste solo nell’esperienza, allora cade la distinzione cattolica fra ordine reale che risponde al vissuto, e ordine ideale che risponde all’intelletto e così – stando all’errore modernista – il male sarebbe solo quello che si sperimenta mentre non vi sarebbe più il male intenzionato, o immaginato.

Ma questa non è conoscenza, perché è conoscenza quando il male è presente nella mente ed è conoscenza l’esperienza attuale del male: il valore della castità, ad esempio, tanto più lo si conosce quanto meno lo si sperimenta. Lo sviluppo dell’errore modernista nel campo della morale porterebbe il discorso molto più avanti fino a coinvolgere, e del tutto naturalmente, la verità. (Giovanni Tortelli)

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