Magdi Cristiano Allam: Libia, consigli all’Italia

(Fonte “Il Giornale” del 7 marzo 2011) Magdi Cristiano Allam chiede al premier di imboccare la strada di un “Piano Marshall” per garantire la pace nel Mediterraneo: “La tragedia a poche miglia dal nostro Paese è una catastrofe”

 


Caro presidente Sil­vio Berlusconi, nel nostro incontro privato a Roma lo scorso 25 gennaio mi ha colpito il profondo senso di amarezza per l’ingrati­tudine che lei avverte poi­ché, a fronte di una gran­de generosità che ispira il suo rapporto con il prossi­mo specie se in difficoltà, si ritrova a essere trattato quasi fosse un nemico dell’umanità.

Ebbene og­gi lei, più di ogni altro lea­der europeo, per la sua dote di imprenditore di successo e per la specifici­tà della re­altà cultu­rale, socia­le ed eco­nomica de­gli italiani, può riscat­tarsi a te­sta alta ed essere an­noverato tra i grandi della Sto­ria pro­muoven­do il «Pia­no Berlusconi per lo svi­luppo umano e la pace tra i popoli del Mediterra­neo ». La tragedia umana che si sta consumando sull’al­tra sponda del M­editerra­neo costituisce indubbia­mente una catastrofe per quelle popolazioni in ter­mini di vittime e di distru­zioni.

 

Al tempo stesso, piaccia o no, dobbiamo ammettere che è anche una nostra sconfitta per esserci fin qui limitati a considerare la dimensio­ne mater­iale delle relazio­ni bilaterali e multilatera­li senza curarci della di­mensione «spirituale», ovvero del rispetto dei di­ritti fondamentali della persona che sono l’essen­za della nostra comune umanità, della condivi­sione dei valori che sono alla base della democra­zia sostanziale che non si esaurisce nel processo elettorale, dell’afferma­zione dello stato di diritto che garantisce tutti senza alcuna discriminazione e vincola tutti senza alcu­na eccezione.

Eppure la straordinarie­tà delle rivolte popolari che agitano gran parte dei Paesi a Sud e a Est del Mediterraneo, che han­no già portato all’allonta­namento dal potere dei capi di Stato in Tunisia e in Egitto e stanno facen­do vacillare la tirannia di Gheddafi che sta perpe­trando un genocidio ed è già stato denunciato dall’ Onu per crimini contro l’umanità, offrono una rara opportuni­tà all’-Euro­pa di volta­re pagina se riuscirà a leggere corretta­m ente l’evolversi della situa­z­ione senza scadere in in­fondati parallelismi con il nostro 1989 obnubilati dal fascino dello sponta­neismo della piazza, a va­lutare criticamente il no­stro passato che ci ha vi­sto ahimè complici dei dittatori pur di aver garan­titi il petrolio e il gas, i fon­di sovrani e l’accesso ai lo­ro allettanti mercati, ad assumere delle scelte sag­ge e lungimiranti che sal­vaguardino i nostri legitti­mi interessi nel medio e lungo termine in un con­testo di condivisione del­lo sviluppo umano, della giustizia sociale, dello sta­to di diritto, della demo­crazia sostanziale e della pace tra i popoli del Medi­terraneo.

Ebbene affinché que­sta prospettiva si traduca in realtà è necessario con­seguire tre obiettivi:

1) Risolvere alla radice la piaga della sofferenza econo­mica favorendo l’avvento del ceto medio per colmare il di­vario tra una casta che mono­polizza la ricchezza e una maggioranza fin troppo pove­ra, incentivando la crescita dei micro, piccoli e medi im­prenditori avvantaggiando principalmente i giovani che mediamente costituiscono tra il 60 e il 70 per cento delle popolazioni a Sud e a Est del Mediterraneo.

2) Affermareunaconcezio­ne sostanziale della democra­zia che si fonda sulla condivi­sione dei valori non negoziabi­li della sacralità della vita di tutti, della centralità della di­gnità della persona e del pri­mato della libertà di scelta, compresa la libertà religiosa degli ebrei e dei cristiani e di conversione dei musulmani senza essere condannati a morte per apostasia. In parti­colare bisogna arginare l’asce­sa al potere degli integralisti e degli estremisti islamici che praticano la dissimulazione per partecipare alle elezioni e, una volta egemonizzato il potere, uccideranno la demo­crazia sostanziale, imporran­no la ditta­tura islamica e tente­ranno di abbattere la nostra ci­viltà in crisi valoriale e identi­taria perché ci vergogniamo delle nostre radici giudaico­cristiane e siamo sempre più succubi della dittatura del re­lativismo al punto che non sappiamo più chi siamo, rac­cordandosi con i pionieri del califfato islamico che sono già tra noi arroccati nelle mo­schee, nelle scuole corani­che, negli enti assistenziali e finanziari islamici, nei tribu­nali sharaitici che noi abbia­mo concesso in ossequio all’ ideologia dell’islamicamente corretto.

3) Accreditare il riconosci­mento del diritto all’esistenza di Israele quale Stato del popo­lo ebraico come un principio non negoziabile, parte inte­grante e indissolubile dei rap­porti bilaterali e multilaterali con l’Unione Europea. Dob­biamo porre fine all’ideologia dell’odio contro Israele e gli ebrei nell’interesse di tutti, perché da sempre viene stru­mentalizzata per perpetuare le dittature bellicose e aggres­sive, mantenere i popoli arabi e islamici in uno stato di sotto­missione, bloccare la crescita economica e la giustizia socia­le, negare la democrazia so­stanziale e sabotare la pace tra i popoli.

Se siamo d’accordo su que­ste premesse, caro presidente Berlusconi, arriviamo al dun­que. Diciamo subito che se non vuole ripetere l’insucces­so della Confer­enza economi­ca per il Medio Oriente e il Nor­dafrica avviata dagli Stati Uni­ti a Casablanca nel 1994 e so­spesa a Doha nel 1997, del Par­tenariato euro-mediterraneo avviato a Barcellona nel 1995 e ormai lettera morta, dell’ Unione per il Mediterraneo annunciata nel 2008 a Parigi e che non ha mai visto la luce; e se vuole andare oltre alle sem­plici d­ichiarazioni di buoni in­tenti come la «Banca per lo svi­luppo del Mediterraneo» an­nunciata da Craxi nel 1990, di un «Piano Marshall» per i Ter­ritori p­alestinesi da lei annun­ciato nel 2009 e la promessa fi­nora disattesa dei leader dei G-8 all’Aquila di donare 20 mi­l­iardi di dollari all’Africa entro il 2012, dobbiamo innanzitut­to convincerci che l’investi­mento a favore dello sviluppo delle popolazioni e della pace nel Mediterraneo non è un’ opera di beneficenza; al con­trario corrisponde alla promo­zione dei nostri legittimi inte­ressi economici nonché alla salvaguardia della sicurezza e della pace nostra e dei nostri figli. Anche in poli­tica, quella degli statisti che hanno a cuore l’interesse della prossima ge­nerazione e non quella dei politi­canti che si preoc­cupano solo della prossima elezione come sottolineò De Gasperi, vale la regola che preveni­re è meglio che curare le con­seguenze delle malattie. Finora abbiamo colleziona­to errori su errori.

Sbagliare è umano, perseverare sarebbe diabolico. Vorrebbe dire che ci vogliamo veramente del male. Non dobbiamo più oc­cuparci solo della dimensio­ne ma­teriale dei rapporti bila­terali o multilaterali. Non pos­siamo pertanto assegnare a una banca il compito di pro­muovere lo sviluppo concepi­to solo in termini economici. Smettiamola di favorire solo i potentati economici interes­sati alle grandi opere dai di­scutibili benefici per la mag­gioranza della popolazione.

Se ci vogliamo ve­ramente bene e se vogliamo il bene dei nostri dirimpet­tai, mettiamoli nel­la condizione di es­sere loro i protago­nisti della loro stes­sa emancipazione economica, dia­mo loro gli stru­menti finanziari e formativi in un contesto politico e giuridico favorevole affinché da emargi­nati si trasformino in micro, piccoli e medi imprenditori. Facciamolo con la logica di chi è interessato a riscattare la loro dignità, aiutandoli affin­ché non debbano più chieder­ci aiuto. Prendiamo esempio dal Premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus che con­cede il microcredito a chi non è in grado di dare garanzie bancarie scommettendo sul­la sua umanità. Il 98% dei pre­stiti elargiti dalla sua Grame­en Bank (Banca del villaggio) viene restituito e a beneficiar­ne sono, al 94%, donne giova­ni, analfabete e sottomesse.

C’è una similitudine tra la real­tà del Bangladesh, dove Yu­n­us ha iniziato l’attività del mi­crocredito, e quella di diversi Paesi della sponda meridiona­le e orientale del Mediterra­neo, considerando la percen­tuale dei giovani, della diffu­sione dell’analfabetismo e del­la condizione di sottomissio­ne della donna. Caro presidente Berlusco­ni, probabilmente è più frut­tuoso sul piano dell’immagi­ne e del riscontro immediato in termini di voti investire nel­la militarizzazione delle co­ste, nella costruzione di cen­tri di accoglienza e centri di espulsione, nell’ampliamen­to delle carceri che ospitano per oltre il 30% stranieri nono­stante siano circa il 5% della popolazione residente caval­cando l’onda pericolosa del razzismo.

Ma lei ha un’oppor­tunità unica­di fare un investi­mento di medio e lungo termi­ne per essere ricordato nella Storia d’Italia come uno stati­sta saggio e lungimirante, che ha scelto di agire anziché rea­gire, di prevenire anziché cu­rare, per assumersi intera­mente la propria responsabi­lità anziché tramandare ai fi­gli e ai nipoti un fardello in­sopportabile e ingestibile.

Promuova la nascita di una Fondazione che operi sull’al­tra sponda del Mediterraneo attraverso lo strumento del microcredito, accompagnan­d­olo con un percorso formati­vo che diffonda la cultura dei diritti fondamentali della per­sona, dei valori non negozia­bili, della democrazia sostan­ziale, della pace tra i popoli. Favorisca l’accesso al micro­credito ai giovani, soprattutto alle donne, che sono le più emarginate tra gli emarginati ma sono al tempo stesso la principale leva del cambia­mento. Non dia l’immagine del colonizzatore ma bensì del sincero benefattore che si prodiga per il bene autentico del prossimo. Che tuttavia non corrisponde all’elemosi­na. La Grameen Bank esige la restituzione del credito elargi­to perché il vero obiettivo è formare delle persone re­sponsabili capaci di ergersi a protagoniste della loro vita.

L’economista sudafricana Dambisa Moyo ha denuncia­to il fiume di denaro che dalle tasche dei poveri dei Paesi ric­chi vanno a finire nelle tasche dei ricchi dei Paesi poveri per­ché hanno alimentato i regi­mi africani dittatoriali e cor­rotti e hanno accreditato la cultura del parassitismo e del­la sottomissione tra i popoli. Ci insegna che gli africani più che di denaro hanno bisogno di formazione per riuscire ad essere pienamente se stessi a casa propria.

Questa è la soluzione da per­seguire nel Mediterraneo. Dobbiamo investire in quelle terre e a beneficio di quelle po­polazioni perché dobbiamo favorire il loro radicamento a casa loro. Non è nemmeno lontanamente immaginabile che l’Italia o anche l’Europa possano accogliere dall’oggi al domani 50mila o addirittu­ra milioni di disperati in fuga dalla guerra, dalla miseria o dall’ingiustizia sociale. Non abbiamo altra scelta che assu­mere con grande serietà la re­sponsabilità storica di pro­muovere lo sviluppo umano e la pace tra i popoli del Medi­terraneo. Lo dobbiamo fare per noi e per loro. Lei, presi­dente Berlusconi, oggi ha que­st­a opportunità unica e irripe­tibile.

Rifletta attentamente, si affranchi dai lacci e lacciuo­li del teatrino della politica, si elevi dalle miserie umane che ci appartengono ma che pos­siamo accantonare. Tutto ciò di cui oggi leggiamo e sentia­mo passerà in secondo piano se il nome di Silvio Berlusconi sarà abbinato al leader italia­no che ha saputo avviare sul­l’altra sponda del Mediterra­neo un contesto affine al no­stro, dove prevalgono l’amo­re per la vita, la considerazio­ne della dignità della perso­na, il rispetto per la libertà di scelta, la promozione di uno sviluppo finalizzato al bene comune, la pace tra i popoli.

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