Ma davvero Biden è stato eletto Presidente? O no?

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(Maurizio Ragazzi) Che il Democratico Joe Biden sia stato eletto presidente appartiene, al momento, non alla realtà ma agli auspici dei suoi sostenitori cioè quella vasta coalizione che, oltre al partito Democratico (e restando negli USA, senza quindi interrogarsi sul ruolo di potentati stranieri), include sterminatori abortisti, grandi gruppi di potere, big tech, media ed altri limitatori della libertà d’informazione, (cosiddette) élites intellettuali, burocrazie ad ogni livello, contestatori e teppisti di professione, ed anti-trumpiani di ogni colore. Il fatto è però che la constatazione ufficiale dei risultati di un’elezione, anche negli USA, è retta da un procedimento legale. La proclamazione non spetta né alla CNN né alla Fox, e nemmeno l’auto-incoronazione di un ben poco plausibile novello Napoleone può sortire alcun effetto, che non sia solo una forma di pressione psicologica su chi si lasci condizionare. (Il presidente della Conferenza episcopale americana sembra si sia lasciato impressionare, data la sua dichiarazione che Biden «ha ricevuto un numero sufficiente di voti per la sua elezione» – ma non è proprio questa la questione davanti ai tribunali? – e che Biden diventa con Kennedy «il secondo presidente degli Stati Uniti a professare la fede cattolica» – cattolico perché battezzato come tale, sì, ma nei fatti poco o niente cattolico (termine improprio in questo contesto) perché abortista, sostenitore del “matrimonio” omosessuale, e negatore dell’obiezione di coscienza ai mali morali intrinsici)[1].  

Le scadenze relative al completamento del procedimento di attestazione dei risultati elettorali di quest’anno sono queste: (1) entro l’8 dicembre, gli stati certificano i loro rispettivi risultati; (2) il 14 dicembre, i 538 membri del Collegio Elettorale, convenuti nelle capitali dei rispettivi stati, esprimono il loro voto; e (3) il 6 gennaio, il Congresso federale, in seduta congiunta, conta i voti elettorali, decide su ogni eventuale obiezione, e proclama il vincitore per bocca del vice-presidente, che lo presiede[2]. Allo stato attuale, questo articolato procedimento non è neanche iniziato: anzi, in molti stati si stanno ancora conteggiando i voti!

Ma, si potrebbe obiettare, non sono queste nient’altro che mere formalità, dato che nella sostanza quasi tutte le fonti d’informazione (o, meglio, disinformazione) ci assicurano che Biden ha già vinto? Ebbene, se esiste un principio generale di cautela di “non dire gatto se non ce l’hai nel sacco”, il principio vale tanto più in queste circostanze, con una miriade di azioni legali, iniziate o annunciate, relative alle dubbie modalità di svolgimento delle elezioni[3], alle migliaia di voti per corrispondenza apparsi improvvisamente (e quasi tutti… stranamente per Biden), ai conteggi sospetti, agli ostacoli ad un controllo effettivo degli scrutatori, ai riconteggi automatici in alcuni stati che richiederanno tempo. Se solo si pensa che, nel 2000, la disputa fra Bush e Gore riguardava solo poche contee della Florida, ma la sua risoluzione richiese oltre un mese e due pronunce della Corte Suprema, si ha subito un’idea della complessità dell’attuale situazione, che coinvolge più stati dell’Unione. 

Per convincersi poi (sempre che uno sia disposto a farsi convincere dai fatti) che le azioni legali in corso non sono affatto pretestuose, ma sono invece l’ultima salvaguardia contro elezioni-farsa adesso e nel futuro, basta prendere in considerazione il caso della Pennsylvania, uno stato che di frodi elettorali se ne intende davvero[4].


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Già prima delle elezioni[5], il giudice costituzionale Alito aveva osservato come la Corte Suprema della Pennsylvania, contrariamente a quanto precedentemente stabilito dal legislatore dello stato[6], aveva permesso che il voto per corrispondenza arrivasse tre giorni dopo la data delle elezioni, e che sarebbe stato valido anche senza timbro postale. Queste assurdità, che espongono al rischio (se non alla certezza) di brogli, rendendo inattendibile l’intero sistema elettorale, sono confacenti ai tentativi dei Democratici un po’ in tutti gli stati d’indebolire ogni controllo sulla legalità dei voti espressi, sotto il pretesto “nobile” (si fa per dire, essendo questo aggettivo usato qui a sproposito) di non negare a nessuno il diritto di voto. (Sia ai vivi che ai morti?!)

L’intervento della Corte Suprema della Pennsylvania, comunque, sembra essere in contrasto con il dettato costituzionale sulle regole relative alle elezioni federali: secondo l’articolo I, sezione 4, della Costituzione americana, spetta al legislatore dello stato (non alle sue corti), ed eventualmente al Congresso federale, prescrivere tempo, luogo e modalità delle elezioni. (Potrebbe forse la lettera della legge essere più chiara di così?!) Proprio per questo, il giudice Alito è di nuovo intervenuto dopo le elezioni[7], ingiungendo a tutti gli uffici delle contee per le elezioni in Pennsylvania di attenersi a quanto già stabilito, cioè di (1) tenere i voti arrivati dopo il 3 novembre in luogo separato, sicuro e sigillato e, (2) qualora questi voti venissero conteggiati, farlo comunque separatamente dagli altri.

In definitiva, a differenza delle azioni legali che richiedono una raccolta dettagliata ed estesa di prove relative a voti fraudolenti, conteggi aggiustati, e violazioni del diritto di osservare gli scrutatori, quest’azione della Pennsylvania si basa su di una contestazione di diritto costituzionale (cioè incentrata sulle regole elettorali cambiate in corsa dalla Corte Suprema di quello stato contro le prerogative del legislatore), senza bisogno di fornire prove sui voti espressi[8]. E’ vero che resterebbe ancora da calcolare se l’esclusione di questi voti illegali sarebbe sufficiente ad una vittoria di Trump in Pennsylvania. Ed è altrettanto vero che le azioni legali promosse in altri stati presentano le loro complessità. Resta comunque il fatto che intraprendere queste azioni è assolutamente meritorio (anzi, essenziale), sia per accertare i risultati di queste elezioni, sia per continuare la battaglia contro la prospettiva assai concreta di elezioni-farsa nel futuro.  


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Stando così le cose, gli annunci televisivi di un Biden vincitore, e le auto-proclamazioni, non sono altro che teatrino, il cui unico scopo è quello d’imporre questo risultato indipendentemente dall’esaurimento delle apposite procedure. Ciò segnala come purtroppo, nell’America di oggi, la sete di potere di tanti sia disposta a marciare sul cadavere della democrazia americana, trasformando il suo sistema elettorale in quello di una repubblica delle banane. (Maurizio Ragazzi) 

[1] Il testo della dichiarazione è in https://www.usccb.org/news/2020/president-us-bishops-conference-issues-statement-2020-presidential-election. La dichiarazione è criticata a fondo da Mons. Viganò: https://www.lifesitenews.com/opinion/archbishop-vigano-slams-us-bishops-conference-for-claiming-biden-is-second-catholic-president

[2] https://ballotpedia.org/What_are_the_steps_and_deadlines_for_electing_the_President_of_the_United_States%3F_(2020). Si veda, per i passaggi necessari in ogni stato, https://www.ncsl.org/research/elections-and-campaigns/after-the-voting-ends-the-steps-to-complete-an-election.aspx


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[3] Limitandosi solo alle azioni legali già in corso che sta seguendo, questo sito ne elenca più di 20: https://www.scotusblog.com/election-litigation/

[4] Per una carrellata dei casi più eclatanti di corruzione politica in Pennsylvania in tempi moderni, si veda https://www.pennlive.com/ midstate/2016/07/capitol_corruption_parade.html. La Heritage Foundation ha una tabella con il dettaglio delle frodi elettorali: https://www.heritage.org/voterfraud/search?state=PA. Se i casi di frode nei voti per corrispondenza sono un classico (https://philly.newspapers.com/clip/7122385/1993-election-fraud/), per completezza la Pennsylvania non poteva farsi mancare il caso di un giudice condannato per corruzione legata a falsa certificazione di risultati elettorali: https://justthenews.com/politics-policy/elections/phillys-long-history-corruption-includes-judge-convicted-bribery-cast.   

[5] https://www.supremecourt.gov/opinions/20pdf/20-542_i3dj.pdf.

[6] Nonostante la Pennsylvania voti tradizionalmente per il candidato Democratico alle elezioni presidenziali (salvo la vittoria di Trump nel 2016), l’Assemblea Generale della Pennsylvania (il legislatore) è attualmente a maggioranza Repubblicana (mentre il governatore è Democratico). Quindi, ancora una volta, un legislatore a maggioranza Repubblicana vede frustrata da una corte una sua decisione politica, pur se adottata in base a prerogative costituzionali a lui riservate. 

[7] https://www.supremecourt.gov/orders/courtorders/110620zr_g31i.pdf.

[8] Si veda la nota di Alan Dershowitz in https://thehill.com/opinion/white-house/525118-can-president-trump-win-his-election-challenges-in-court.

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