L’Unione Europea e il suo futuro

L’Unione Europea e il suo futuro
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«Due ‘anatre zoppe’, Macron e Scholz, e un ex brutto anatroccolo sovranista trasformatosi in cigno, Giorgia Meloni. Questo resta dell’Europa dopo il sisma elettorale». Queste parole dell’editorialista Antonio Polito, sul “Corriere della Sera” dell’11 giugno, esprimono l’essenza del risultato elettorale delle elezioni europee. Il motore franco-tedesco dell’Unione Europea è in “panne”, e Giorgia Meloni si afferma come l’unico premier europeo che ha accresciuto e stabilizzato il suo consenso popolare dopo due anni di governo. 

C’è da aggiungere che la grande sconfitta di queste elezioni è la sinistra storica. Il partito che su scala europea ha raccolto il maggior numero di voti è il Partito Popolare, di linea moderata, mentre ovunque perdono socialisti e verdi. L’Spd tedesco, il più antico partito socialista d’Europa, fondato nel 1863, è stato superato dalla Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), il partito “sovranista” fondato nel 2013. Dalla Francia all’Austria, dalla Germania alla Spagna i partiti “sovranisti” o, più generalmente di “centro-destra”, nelle loro diverse declinazioni, avanzano in ogni paese. Il mito dell’Europa immigrazionista, globalitaria e inclusiva riceve un duro colpo, confermando l’esistenza di un inarrestabile processo di de-globalizzazione che, dopo l’attentato delle Twin Towers, ha avuto le sue espressioni nella crisi finanziaria del 2008, nella guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina sviluppatasi sotto la presidenza Trump e nella pandemia del coronavirus. Lo spettro del “colpo di Stato globale”, caro a un certo neo-complottismo si allontana, mentre si profila con chiarezza il vero male di cui soffre l’Europa: l’instabilità politica e la confusione intellettuale e morale.

Chi governerà infatti il Parlamento europeo che si aprirà il 16 luglio a Strasburgo con la proclamazione dei deputati che costituiranno i nuovi gruppi politici? Dal punto di vista aritmetico, esiste ancora una maggioranza tra il Partito Popolare, il Partito Socialista e il gruppo liberale del Renew, ma ora i numeri sono esigui per assicurare la stabilità di questo schieramento. Socialisti e liberali, usciti perdenti dalle elezioni, non saranno in più in grado di condizionare le scelte del PPE, che non potrà fare a meno di volgersi a destra, considerando, ad esempio, la possibilità di un appoggio di Giorgia Meloni e del premier della Repubblica ceca Petr Fiala. I partiti sovranisti, però, sono divisi tra il gruppo dei Conservatori e Riformisti (ECR), di cui fa parte Giorgia Meloni e quello di Identità e Democrazia (ID) a cui appartiene Marine Le Pen. Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán, dovrà a sua volta scegliere a quale gruppo aderire. Ma anche tutti insieme, i loro voti sommati a quelli del PPE non raggiungono la maggioranza richiesta.

Sotto questo aspetto il nuovo Parlamento europeo è più fragile del precedente e non sarà facile trovare una voce comune, soprattutto nel settore che oggi è il più importante, quello della politica estera. I partiti di destra, usciti vincitori dalla competizione, condividono l’idea di frenare l’immigrazione selvaggia, di opporsi all’ideologia ambientalista e di ridurre il potere coercitivo dell’Europa, soprattutto in campo economico, ma sono divisi davanti al problema di fondo che oggi affronta l’Europa: l’esistenza di due guerre, in Ucraina e in Medio Oriente, che minacciano la libertà dell’Occidente. Su questo punto esiste ormai una linea di divisione che traversa la sinistra e la destra e che è alimentata dalla “guerra ibrida” russa e cinese.

Negli anni Ottanta del Novecento, la propaganda sovietica inventò lo slogan “Meglio rossi che morti” per spingere la sinistra europea e i movimenti pacifisti ad opporsi all’installazione dei missili Pershing 2 americani, che avrebbero dovuto far fronte ai missili SS20 schierati dai russi per colpire l’Europa occidentale. Il ricatto psicologico era quello di far circolare nell’opinione pubblica la falsa alternativa tra la pax sovietica e la guerra nucleare.

Oggi l’Unione Sovietica è crollata, ma Vladimir Putin, che ne è l’erede, ha obiettivi che allora sarebbero sembrati irrealizzabili: lo smantellamento della Nato, l’isolamento dell’Europa dagli Stati Uniti, la neutralizzazione dei paesi che facevano parte dell’ex-Cortina di ferro: in una parola la sottomissione dell’Europa al progetto egemonico russo. Per ottenere questo traguardo l’arma è, come ieri, soprattutto psicologica. Sul nuovo slogan “la pace, non la catastrofe nucleare” si sono ritrovati d’accordo, in un talk-show televisivo del 10 giugno, il generale Roberto Vannacci, eletto con oltre 500.000 voti come indipendente nelle file della Lega, e il professore e opinionista Angelo D’Orsi, nostalgico dichiarato del comunismo. Chi vuole resistere alle mire espansionistiche di Putin o del mondo islamico viene accusato di essere un “nemico della pace” che vuole portare l’Europa alla apocalisse nucleare.

Il problema di fondo resta però di capire, qual è la pace a cui si vuole tendere e qual è la causa, vera e profonda, dei pericoli che ci minacciano. Il leader della Lega Matteo Salvini ha definito “criminale” il presidente francese Emmanuel Macron per le sue dichiarazioni in favore dell’invio di soldati francesi o della Nato in Ucraina. La qualifica attribuita al premier francese non è impropria, ma per ragioni molto diverse da quelle avanzate da Salvini. Macron può essere considerato tecnicamente un criminale, perché è il presidente di un Paese che ha inserito il crimine dell’aborto nella propria costituzione, presentandolo addirittura come un “messaggio universale”.

Il capovolgimento pubblico e ostentato dell’ordine naturale e cristiano non può rimanere senza conseguenze. Solo il rispetto di quest’ordine morale assicura la pace, mentre la sua violazione porta inevitabilmente a guerre e sconvolgimenti sociali di ogni genere. 

Ricordare queste verità spetta soprattutto alla Chiesa. Papa Francesco parteciperà al G7, che si svolgerà dal 13 al 15 giugno in Puglia, sotto la guida dell’Italia. Si tratta della prima volta in cui un Pontefice interviene al vertice del gruppo, che comprende anche Stati Uniti, Canada, Francia, Regno Unito, Germania e Giappone.  Quale occasione migliore per ricordare davanti ai potenti della terra che esiste una legge naturale e divina che non si può impunemente trasgredire e che solo il ritorno a questa legge rappresenta la strada per ritrovare l’unica vera tranquillità nell’ordine, che è la pace di Cristo? Se così non sarà, il cammino verso l’auto-distruzione dell’Occidente, che passa anche attraverso il cedimento ai ricatti di Putin, seguirà inesorabile il suo corso. 

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