L’ultimo addio al cardinale Dominik Duka

L’ultimo addio al cardinale Dominik Duka
FONTE IMMAGINE: Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/) - Autore: David Sedlecký

Sabato scorso, 15 novembre, nella celebre cattedrale gotica dei Santi Vito, Venceslao e Adalberto, ha risuonato il Requiem di Antonín Dvořák. Praga è stata teatro delle esequie di uno degli ultimi testimoni della persecuzione comunista: il cardinale Dominik Duka, arcivescovo di Praga e Primate di Boemia. Il Requiem del celebre compositore ceco è riecheggiato come un’icona musicale di resistenza e fedeltà, in perfetta sintonia con la vita del porporato scomparso. Più di trenta vescovi, il cardinale di Cracovia e il primate d’Ungheria, sono giunti per questa solenne celebrazione, alla quale hanno preso parte tutti i presidenti viventi della Repubblica Ceca e una delegazione ufficiale del governo slovacco.

Dominik Jaroslav Duka fu arcivescovo di Praga e Primate di Boemia dal 2010 fino alla rinuncia all’incarico nel 2022. In precedenza, era stato vescovo diocesano e provinciale dei domenicani, un ruolo che durante il comunismo dovette esercitare clandestinamente, dopo la revoca del permesso statale al ministero sacerdotale. Nel 1981 venne condannato a causa della sua attività “sovversiva”, cioè per il suo apostolato sacerdotale segreto, e trascorse il periodo di detenzione insieme a Václav Havel, futuro primo presidente del Paese libero. Una volta liberato, fino al 1989, lavorò come disegnatore tecnico nella fabbrica Škoda di Plzeň.

Il cardinale Duka si distingueva per l’intelligenza vivissima e la vastità del sapere. Durante la persecuzione comunista organizzò incontri segreti per approfondire la formazione intellettuale e spirituale dei religiosi, in particolare dei domenicani. Nessuno tra coloro che lo hanno conosciuto ha mai mancato di ricordarne la lucidità, la memoria storica e l’ampiezza di vedute.

Fu anche promotore della traduzione ceca della Bibbia di Gerusalemme e delle opere di san Tommaso d’Aquino. Grazie a questa iniziativa, si sta completando la pubblicazione dell’intera Summa Theologiae in occasione degli 800 anni dalla nascita dell’Aquinate.

Il suo stile pastorale univa la dignità liturgica, la fedeltà alla Tradizione e un profondo amore per la patria, il cui patrimonio culturale e spirituale egli considerava parte integrante dell’identità cattolica. Il suo servizio alla Chiesa universale è testimoniato anche dai dubia del 2023 relativi all’esortazione Amoris Laetitia. Già nel 2015, durante il Sinodo sulla Famiglia, aveva espresso critiche alle proposte del cardinale Walter Kasper contenute nel volume dei cinque cardinali. Nel 2022 criticò pubblicamente e con fermezza il cardinale Reinhard Marx e il presidente dei vescovi tedeschi per le accuse rivolte al Papa emerito Benedetto XVI nel contesto degli abusi. Negli ultimi anni fu anche tra i più decisi oppositori del Cammino sinodale tedesco e un critico severo dell’accordo tra la Santa Sede e il governo di Pechino, che ai suoi occhi evocava direttamente la sofferenza vissuta nel carcere comunista.

La vita del cardinale Dominik Duka è intimamente legata alla storia della Chiesa cattolica sotto l’oppressione comunista. Per lui il comunismo non fu solo un regime politico, ma l’occasione di seguire una scuola di fedeltà in cui si provava l’autenticità della fede. L’esperienza più dura giunse nel 1981, quando venne accusato di sovversione per la sua attività nel ramo clandestino dell’Ordine domenicano e rinchiuso nel carcere di Plzeň-Bory, dove trascorse quindici mesi. Raccontava quel periodo senza patetismi, ma con profonda serietà: «In carcere si comprende cosa significa vivere senza verità. E cosa significa vivere dalla verità». Il ritmo di preghiera domenicano, la fiducia silenziosa in Dio e la solidarietà tra i detenuti divennero il suo pane quotidiano.

Ripeteva spesso che la dittatura non fu soltanto un male, ma anche uno specchio in cui si rivelava chi, nella Chiesa, rimaneva saldo e chi no. La sua esperienza personale della sofferenza non generò amarezza, ma speranza: la convinzione che Dio opera soprattutto lì dove i regimi cercano di ridurre al silenzio la Sua voce.

Le solenni esequie celebrate sabato scorso nella cattedrale di Praga, durate oltre tre ore, hanno coronato l’ultimo viaggio di questo pastore che nemmeno il regime tirannico riuscì a piegare. La bellezza della liturgia, arricchita da numerosi elementi tradizionali, evocava le parole che il cardinale stesso pronunciò nel 2012 nel suo libro di conversazioni. Ricordando il funerale di Otto d’Asburgo nella cattedrale di Vienna, affermava: «Questa liturgia non è nostalgia del passato, ma espressione del desiderio della Tradizione».

Dopo la sua nomina alla sede di San Vito, affrontò anche la questione della proprietà della cattedrale, dove oggi si sta completando un organo monumentale, tra i più grandi d’Europa. Considerava la sua costruzione come l’ultimo passo verso il compimento definitivo di quel grande tempio che custodisce la memoria della corona boema – il luogo in cui egli stesso ha trovato riposo. I presenti hanno potuto ascoltare per la prima volta il suono di questo capolavoro durante la deposizione del Cardinale nella cripta.

Per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio, secondo il suo stesso desiderio, è risuonato il celebre brano Va’ pensiero del Nabucco di Giuseppe Verdi, simbolo dell’anelito dell’uomo alla liberazione dalla schiavitù. Anche i fedeli riuniti nella cattedrale di Praga hanno pregato affinché il Signore liberi l’anima del suo fedele servo, già prigioniero del comunismo, e lo accolga tra i Suoi eletti nella gloria del cielo. 

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