L’orgoglio della croce

(di Gianfranco Amato su Avvenire del 19-04-2012) Non sono molti i cristiani che in Gran Bretagna hanno il coraggio di affrontare pubblicamente la potente ideologia del “politicamente corretto”. Uno di questi è il cardinale Keith O’Brien, arcivescovo di Saint Andrews ed Edimburgo, che nei giorni scorsi, cogliendo gli spunti del tempo pasquale, ha lanciato l’ennesima sfida. Questa volta ha preso di mira la deriva crocifobica che sembra imperversare nel Regno Unito.

La questione è tornata recentemente alla ribalta in seguito al ricorso presentato alla Corte europea dei diritti dell’uomo da un gruppo di dipendenti cristiani vessati sul posto di lavoro o licenziati per il fatto di portare al collo una croce. Dopo aver perso in tutti i gradi di giudizio, infatti, i lavoratori hanno deciso di rivolgersi alla Corte di Strasburgo, trovandosi di fronte, tra l’altro, l’ostinata opposizione del governo conservatore britannico guidato da David Cameron.

La tesi è nota: poiché portare indosso una croce non è previsto come precetto religioso, tale atto rappresenterebbe un’intollerabile ostentazione vietata dal neutralismo del politically correct. Ed è per questo motivo che, quindi, è possibile discriminare i cristiani dai credenti in altre fedi nelle quali l’esibizione dei propri simboli religiosi rappresenta un vero e proprio obbligo.

Una delle più recenti sentenze dell’Alta Corte britannica in materia, ad esempio, ha ribadito che la proibizione a una ragazza sikh di portare a scuola il kara – il braccialetto sacro – configura un vero e proprio atto di discriminazione religiosa. Lo stesso non vale per la croce dei cristiani.

Dal pulpito della cattedrale di Saint Andrews, O’Brien ha invitato tutti i credenti a portare «con orgoglio (proudly) un simbolo della croce sui propri indumenti ogni giorno per tutta la vita». «Io so – ha precisato il cardinale – che molti di voi già tengono indosso
una croce di Cristo, non come ostentazione né come provocazione sul posto di lavoro o in un luogo di divertimento, ma come un semplice richiamo al valore del ruolo di Gesù Cristo
nella storia del mondo, e come segno del fatto che state cercando di vivere secondo i princìpi cristiani la vostra esistenza quotidiana.

Non posso non gridare la mia preoccupazione – ha proseguito – per il crescente fenomeno di marginalizzazione della religione, in particolare di quella cristiana, che si sta diffondendo in alcuni ambiti». Il cardinale ha poi concluso ricordando come «la Santa Pasqua sia il tempo ideale per ricordarci la centralità della croce nella nostra fede», e ribadendo la sua «speranza che un numero sempre maggiore di cristiani ricorra alla pratica devozionale di esibire, in modo semplice e discreto, un piccolo crocifisso come simbolo della propria fede».

Di fronte alla deriva persecutoria contro questo simbolo, che evidentemente continua a essere considerato stultitia gentibus, la provocazione risulta coraggiosa: ogni cristiano porti indosso il signum redemptionis. Ci sono due modi infatti per controbattere l’odio del mondo verso la Croce. Uno è quello di chi preferisce subire passivamente e in silenzio, quasi vergognandosi di quel simbolo di morte e risurrezione. C’è, invece, chi intende reagire, ricordando gli ammonimenti di san Paolo ai Galati: il cristiano non deve gloriarsi «nisi in cruce Domini nostri Iesu Christi». La Croce è, in realtà, l’unico motivo di vanto per i credenti. E i nuovi persecutori dovranno rendersene conto.

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