L’omicidio di Vincent Lambert e le responsabilità della comunità scientifica internazionale

(Alfredo De Matteo) Il quarantaduenne francese Vincent Lambert è morto la mattina del 11 luglio scorso nell’ospedale di Reims dove era ricoverato; o meglio, è stato ucciso tramite privazione prolungata di acqua e cibo da medici e giudici che hanno rinnegato i principi basilari della deontologia medica e del diritto. Ma Vincent Lambert è una vittima della spietatezza dell’odierna società relativista e del nuovo criterio di definizione della morte che ha completamente stravolto i parametri di accertamento della morte stessa nonché la concezione filosofica che ne è alla base. Se prima infatti l’uomo era considerato un insieme integrato, cioè il risultato della fusione armonica dei diversi elementi di cui è composto (corporei e spirituali) nel quadro di un’organizzazione unificata, con l’introduzione del criterio della morte encefalica l’uomo non è più considerato tale, ma un insieme le cui funzioni vitali di base sono in un certo qual modo disgiunte dalla sua essenza. Per meglio dire, se il cervello, l’organo che svolgerebbe la funzione di integratore somatico centrale secondo il rapporto di Harvard del 1968, risulta compromesso l’uomo seppur vivo sarebbe in realtà morto, ossia un mero agglomerato di organi, tessuti e funzioni fisiologiche. Si tratta dunque di una concezione medica e filosofica contraria alla ragione e al buon senso a cui tuttavia è stata assegnata del tutto arbitrariamente piena dignità scientifica. Nella dicitura medica si distinguono diversi stati di coscienza che vanno dal coma alla morte cerebrale passando per lo stato vegetativo a quello di minima coscienza; i parametri clinici dei diversi stati sono spesso sovrapponibili tra loro con alcune minime differenze che risultano essere il frutto di una mera distinzione semantica piuttosto che il risultato di una classificazione oggettiva.Inoltre, la scienza ha ormai ampiamente dimostrato che la parola irreversibile non è più applicabile agli stati di coscienza; ciò significa ad esempio che un paziente in cosiddetto stato vegetativo può evolvere in una condizione di minima coscienza.

Vincent Lambert era considerato un paziente in stato vegetativo permanente a seguito dell’incidente stradale cui era rimasto vittima nel 2008, ma secondo molti, tra cui il direttore del centro ricerche sul coma dell’Istituto neurologico Besta di Milano, egli si trovava in stato di minima coscienza in quanto era in grado di girare la testa, muovere qualche parte del corpo in risposta ad una domanda e financo piangere. Eppure, secondo diverse sentenze e perizie medico legali Vincent Lambert era praticamente un vegetale. Si è dunque trattato di un utile escamotage per giustificare la soppressione di un innocente? Certamente, ma anche la conseguenza logica dello stravolgimento dei criteri di accertamento della morte, della riduzione dell’essere umano allaf unzionalità di un singolo organo, il cervello. Del resto, se l’essenza vitale dell’uomo risiede nell’intelletto le labili distinzioni tra i diversi stati di coscienza finiscono per passare in second’ordine, primo perché risulta difficile se non impossibile accertarli con esattezza (in quanto arbitrarie e legate a complessi test diagnostici), in secondo luogo perché un cervello gravemente danneggiato comporta necessariamente un altrettanto grave compromissione dell’essenza stessa della persona umana. Pertanto, ciò che veramente conta non è determinare il grado di coscienza di sé di un malato bensì l’assunto filosofico sotteso al nuovo criterio di accertamento della morte, che porta a discriminare tra vite degne e indegne di essere vissute. Il tetraplegico Vincent Lambert dal giorno del suo incidente ha perso assieme ad alcune funzioni del suo cervello la dignità di essere umano; così come la perdono le migliaia di persone che ogni anno vengono dichiarate cerebralmente morte e depredate dei loro organi vitali allo scopodi ingrossare la fiorente macchina dei trapianti. (Alfredo De Matteo)

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