L’ombra dei leader occidentali dietro le scelte cristianofobiche…

Hollande ObamaPare proprio che si stenda l’ombra dei principali leader occidentali dietro scelte che sono o che potrebbero presto rivelarsi cristianofobiche. Accade in Francia, accade negli Stati Uniti.

Primo caso: le Femen, incredibilmente assolte e addirittura risarcite dopo l’irruzione profanatrice nella Cattedrale di Notre-Dame a Parigi, avrebbero il sostegno del Presidente francese François Hollande e del primo ministro Manuel Valls: a dirlo sono loro stesse, in particolare la loro leader, Caroline Fourest, nel libro da lei scritto ed interamente dedicato alla sua “compagna” ucraina, Inna.

Qui racconta dell’aggressione che lei e le sue seguaci condussero contro un corteo di Manif pour tous. Si fecero arrestare dalle forze dell’ordine, assicurandosi d’esser sistemate sul furgone della Polizia. Soltanto cinque minuti dopo, Fourest ricevette sul suo telefonino una chiamata dall’attuale premier (allora ministro degli Interni) Valls. Voleva sapere se fossero effettivamente state fermate, assicurando poi loro che avrebbe chiamato il Prefetto e si sarebbe informato. Durante il trasporto in Commissariato, di nuovo: Fourest ricevette un sms, questa volta direttamente da François Hollande, «preoccupato dell’aggressione» subita dalle Femen, cui espresse il proprio personale sostegno. Lei ne approfittò per chiedergli di fare pressioni a chi di dovere: «Ciò che egli promise», scrive. In effetti, una volta giunte a destinazione, furono immediatamente ed incredibilmente rilasciate in blocco.

Commenta Yves de Kerdrek sul settimanale francese Valeurs Actuelles, dopo aver dedicato ampio spazio alla notizia: «Con questo volume le Femen hanno firmato il loro crimine: la cristianofobia che le fa vivere, il terrorismo ch’esse esercitano ed il loro godere della blasfemia sono sostenute dall’Eliseo e da colui che oggi è il primo ministro. Tutto ciò non giustifica la sentenza del 10 settembre [quella relativa all’assoluzione dopo il blitz sacrilego a Notre-Dame-NdR]. Ma la rende anzi ancor più insopportabile».

Col secondo caso ci spostiamo negli Stati Uniti, ma la sinfonia non cambia: la Camera dei Rappresentanti ha approvato il progetto di Barack Obama d’armare e di addestrare i “ribelli” siriani, che oggi si dicono pronti a fermare il sedicente “Stato islamico”. La decisione è stata assunta con una maggioranza peraltro ampia, 273 voti contro 156. Per questo verranno stanziati ben 500 milioni di dollari. Il testo deve ancora essere adottato anche dal Senato prima della promulgazione presidenziale, ma ora la decisione è veramente ad un passo dall’entrare in vigore. La Presidenza Usa procede come un tritasassi, evita il dibattito in aula proponendo il provvedimento come una banalissima variazione di bilancio e non fornisce dettagli sulle modalità di erogazione del materiale bellico. Ma il rischio che in questo modo, ancora una volta, finisca in possesso del terrorismo islamico, comunque lo si chiami, e che si ritorca di nuovo contro chi l’ha fornito, è altissimo. E’ già successo in Iraq. Ed in Libia, come giustamente fatto notare da Barbara Lee, deputato democratico eletto in California: «Ci sono troppe domande rimaste senza risposta, perché io possa sostenere tale emendamento – afferma – Come faremo a garantirci che le armi americane che forniremo ai ribelli siriani non finiscano in cattive mani, come accaduto coi ribelli che sosteniamo in Libia?». Del resto, negli ultimi decenni la politica estera degli Stati Uniti è stata costellata di tali svarioni ed i guai, che oggi ci troviamo ad affrontare, sono “figli” – a dir poco – di tali “errori di valutazione”. Che pare non siano ancora finiti.

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