L’obiezione di coscienza non piace: depositato esposto per difendere la legge 194

Roma. Dopo il caso di Jesi, i pro-choice corrono ai ripari e depositano un esposto alla Procura della Repubblica. Sono troppi gli obiettori di coscienza, con oltre il 91% dei ginecologi. Nel Lazio, in 12 ospedali su 31 non si presta il servizio.
La richiesta: l’interruzione di gravidanza deve essere garantita dallo Stato.

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28 ottobre 2012
Legge 194 e obiezione di coscienza: depositato esposto alla procura di Roma

Il segretario dell’Associazione Luca Coscioni, Avv. Filomena Gallo, e il Presidente nazionale dell’AIED – Associazione Italiana per l’Educazione Demografica, Mario Puiatti, hanno depositato presso la Procura della Repubblica di Roma un esposto-denuncia sulla violazione nel Lazio della legge 194/78 che regolamenta l’interruzione volontaria della gravidanza.

Nella regione del Lazio infatti, secondo i dati raccolti dalla LAIGA, in 12 ospedali su 31 non si presta il servizio dell’interruzione di gravidanza, questo anche in considerazione che ben il 91% dei ginecologi sono obiettori di coscienza.
Scopo di questo esposto è dunque quello di chiedere alla Procura della Repubblica di Roma di indagare la situazione di illegittimità in cui versano le strutture ospedaliere pubbliche indicate, e dunque valutare l’esistenza di ipotesi di reato perseguite dal codice penale.

La legge 194, stabilisce che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste di IVG. Dunque, fermo restando la possibilità per i medici di sollevare obiezione di coscienza, non è previsto che tale obiezione debba essere pagata dalle donne che – rivolgendosi a strutture consultoriali od ospedaliere – si trovino di fronte alle serie difficoltà causate dall’assenza o dalla scarsezza di personale non obiettore. La legge prevede anche che “la Regione ne controlla e garantisce l’attuazione anche attraverso la mobilità del personale”. Dunque, affida alle istituzioni l’obbligo di organizzare le strutture sanitarie in modo tale da garantire l’attuazione della legge. Il servizio di IVG che la legge annovera fra i servizi sanitari pubblici che devono essere garantiti non può dunque trovare ostacolo nell’obiezione di coscienza, in quanto laddove la struttura ospedaliera non fornisca tale servizio incorrerà nelle maglie repressive dell’art. 340 c.p., che punisce “chiunque, fuori dei casi preveduti da particolari disposizioni di legge, cagiona una interruzione o turba la regolarità di un ufficio o servizio pubblico o di un servizio di pubblica necessità”. Il tenore della norma è chiaro e preciso: l’interruzione di un servizio pubblico o anche solo il turbamento della sua regolarità – a qualsiasi titolo – sono puniti dall’ordinamento giuridico proprio al fine di evitare che l’intera comunità possa patire le conseguenze di un disservizio con importanti ripercussioni sulla salute delle pazienti.
In definitiva il raccordo e il bilanciamento tra le convinzioni morali del medico ed il rispetto dei diritti del cittadino dovrebbe comportare che ogni struttura sanitaria sia nelle condizioni di garantire un servizio previsto dalla legge alla pari di ogni altro diritto sanitario.

A seguito del Convegno “Obiezione di coscienza in Italia: Proposte giuridiche a garanzia della piena applicazione della legge 194 sull’aborto”, svoltosi a Roma il 22 maggio scorso, abbiamo inviato a tutte le Regioni proposte concrete per garantire, oltre il diritto all’obiezione, il diritto delle donne ad abortire. Tra le proposte vi era la possibilità di bandire concorsi riservati a medici non obiettori.

Non abbiamo ricevuto nessuna risposta, conseguentemente, visto il perdurare del disservizio, l’esposto-denuncia diventa un atto dovuto affinché siano accertate le responsabilità e le violazioni di legge in capo in questo caso alla Regione Lazio e alle aziende preposte.

Fonte: http://www.womenews.net/spip3/spip.php?article10958
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24 ottobre 2012
Aborto e difficoltà in Lazio. Denuncia Radicali e Aied

Il segretario dell’Associazione Luca Coscioni, Filomena Gallo, e il Presidente nazionale dell’Associazione Italiana per l’Educazione Demografica (Aied), Mario Puiatti, hanno depositato presso la Procura della Repubblica di Roma un esposto-denuncia sulla violazione nel Lazio della legge 194/78 che regolamenta l’interruzione volontaria della gravidanza.
Nella regione del Lazio infatti, denunciano le associazioni in una nota, ‘in 12 ospedali su 31 non si presta il servizio dell’interruzione di gravidanza, questo anche in considerazione del fatto che ben il 91% dei ginecologi sono obiettori di coscienza’. Scopo di questo esposto, spiegano i promotori, e’ dunque quello di ‘chiedere alla Procura della Repubblica di Roma di indagare la situazione di illegittimita’ in cui versano le strutture ospedaliere pubbliche indicate, e dunque valutare l’esistenza di ipotesi di reato perseguite dal codice penale’.
La legge 194, stabilisce che gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’espletamento delle procedure previste di IVG. Dunque, rilevano le associazioni, ‘fermo restando la possibilita’ per i medici di sollevare obiezione di coscienza, non e’ previsto che tale obiezione debba essere pagata dalle donne che, rivolgendosi a strutture consultoriali od ospedaliere, si trovano di fronte alle serie difficolta’ causate dall’assenza o dalla scarsezza di personale non obiettore’. La legge, ricordano, ‘prevede anche che la Regione controlla e garantisce l’attuazione delle ivg pure attraverso la mobilita’ del personale. Dunque, affida alle istituzioni l’obbligo di organizzare le strutture sanitarie in modo tale da garantire l’attuazione della legge’.
Il servizio di IVG che la legge annovera fra i servizi sanitari pubblici che devono essere garantiti, concludono Aied e Associazione Coscioni, ‘non puo’ dunque trovare ostacolo nell’obiezione di coscienza’.

Fonte: http://www.aduc.it/notizia/aborto+difficolta+lazio+denuncia+radicali+aied_126369.php
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1 dicembre 2012
Il Consiglio d’Europa contro l’obiezione anti-aborto

di Mara Brunori

La notizia non ha trovato grande risalto su quotidiani e Tg nazionali, ma è di grande attualità e importanza: lo scorso 23 ottobre la Ong belga IPPF En (International Planned Parenthood Federation European Network) e l’italiana LAIGA (Libera Associazione Italiana dei Ginecologi per l’applicazione della Legge 194) hanno presentato ricorso contro lo stato italiano in sede europea, ricorso che lo scorso 10 novembre è stato dichiarato ricevibile.

Al centro di tutto questo una legge da sempre nel mirino di partiti cattolici e chiesa: la L.194/78 – Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”.
Secondo le due associazioni l’Italia sta violando il diritto alla salute delle donne e quello a non essere discriminate, in quanto non rispetterebbe il diritto all’interruzione di gravidanza (IVG) previsto dalla legge suddetta a causa dell’aumento dell’obiezione di coscienza e della scarsa regolamentazione della stessa.
Tutto inizia i primi di ottobre con una lettera scritta da Laiga al ministro della Salute Renato Balduzzi (e p.c. alla ministra del Lavoro e delle Pari Opportunità Elsa Fornero), in cui viene sottolineata la discrepanza tra i dati ufficiali e i dati raccolti nella regione Lazio riguardo l’applicazione di questa legge. Viene inoltre richiamata l’attenzione sulla questione dell’aborto farmacologico tramite la RU-486, ancora poco o per nulla utilizzata sul nostro territorio nonostante sia entrata a far parte dei farmaci ammessi in Italia nel dicembre 2009.

L’invito di Laiga al governo tecnico è di prendere posizione e impegnarsi nella ricerca di soluzioni tecniche. Consapevole però dei limiti del ministro della Salute (Balduzzi è un noto esponente pro-life), Laiga procede con un ulteriore passo. Insieme alla Planned Parenthood redige un rapporto dal contenuto allarmante, da cui emerge come l’obiezione di coscienza in Italia abbia raggiunto un livello talmente imponente da mettere in dubbio la futura applicazione della 194. In particolare, denuncia il pericolo della completa disapplicazione di questa legge entro i prossimi cinque anni proprio a causa del sempre minor numero di medici e personale sanitario non obiettore.

Ma entriamo nel dettaglio dell’obiezione di coscienza, e delle conseguenze che ne derivano.
L’obiezione di coscienza è espressamente prevista dall’ art. 9 della L.194, e consente a personale medico e sanitario-ausiliario di astenersi da pratiche abortive per convinzioni di natura etico-religiosa. Esonera quindi dal compimento di procedure specificamente e necessariamente destinate alla IVG, mentre impone l’obbligo di assistenza pre e post-intervento, oltre all’effettuazione dell’operazione in caso di serio pericolo per la salute/vita della donna, pena la radiazione dall’Albo Professionale.
Il fenomeno negli ultimi anni ha avuto un notevole incremento: secondo la Relazione del Ministero della Salute sull’applicazione della 194 dell’8 ottobre 2012, le percentuali relative agli obiettori relative all’anno 2010 sono così distribuite:
Ginecologi 69.3% ;
Anestesisti 50.8% ;
Personale non medico (ostetriche e infermieri) 44.7%
Tutte le figure professionali mostrano un aumento di 5-10 punti percentuali rispetto al 2005.
I dati riportati si riferiscono alla media nazionale, ma va evidenziata la consistente differenza esistente tra regioni (al Sud il dato supera l’80%) e quella tra le varie strutture sanitarie: all’interno della stessa regione non è improbabile trovare ospedali con un numero di obiettori nella media e altre in cui la quasi totalità dei medici è obiettore.

Ma se questi sono i dati… dove sta la libertà di scelta? La tanto agognata e illusoriamente raggiunta autodeterminazione? Dove sta il rispetto per le scelte delle donne? E il loro diritto alla salute? E quello a non essere discriminate? Dove sta il rispetto della legge da parte dei medici?
È importante sottolineare quest’ultimo aspetto, perché se è vero che nel ’78 – quando la legge è entrata in vigore – aveva senso tutelare i medici e poteva essere ingiusto costringerli ad effettuare una mansione aggiuntiva contraria alla loro etica, ora questo discorso non è, non dovrebbe più essere valido.
Sono trascorsi trentaquattro anni dall’entrata in vigore della L.194, ormai è assodato che l’aborto volontario e quello terapeutico sono parte delle competenze di ginecologi e ostetriche, allora perché ancora oggi viene data loro la possibilità di astenersi dallo svolgimento di una parte del loro lavoro?
In quali altre professioni è consentita questa stessa libertà?
Cosa spinge una persona dalle convinzioni etiche così forti a scegliere proprio una specializzazione che può entrare in contrasto con i propri ideali?
Sarà forse una forma di attaccamento al Giuramento di Ippocrate, che nel testo classico (ma non in quello moderno) recita: ”Non somministrerò ad alcuno, neppure se richiesto, un farmaco mortale, né suggerirò un tale consiglio; similmente a nessuna donna io darò un medicinale abortivo” ?
Indipendentemente da come la si pensi sulla questione della IVG, non andrebbe mai dimenticato che esiste una legge che la prevede e la regolamenta, e che quindi – almeno sulla carta – è un diritto delle donne. Certo, per la stessa legge è anche un diritto del medico rifiutarsi di eseguirla.
Ma se tutti i medici diventassero obiettori?

Questo scenario non è poi così lontano o esagerato, i dati parlano da soli. Negli ultimi anni si sta assistendo a un progressivo allungamento delle liste di attesa per le IVG, soprattutto in alcune zone d’Italia. Come se non bastasse pare che il ricambio generazionale sia esiguo: la maggior parte degli attuali non obiettori sono professionisti di 50-60 anni, persone quindi che più o meno direttamente hanno vissuto – magari anche sul piano militante – gli anni dell’approvazione della L.194 e ormai prossimi alla pensione. Chi prenderà il loro posto, dato che l’obiezione di coscienza riguarda sempre più spesso anche gli studenti è si sta trasformando da “eccezione” a “regola”?
La conseguenza di tutto questo è che il diritto alla salute della donna viene oggettivamente minato, fatto che comporta due discriminazioni: una di tipo sessuale (gli uomini possono accedere senza ostacoli a tutti i servizi sanitari pubblici, la donna no) e l’altra di tipo economico/di classe (una donna ricca può spostarsi verso un ospedale più lontano per effettuare l’IVG o rivolgersi a una clinica privata, ma le donne con problemi economici? O senza tetto? O Immigrate?).

È anche importante capire cosa spinge realmente un ginecologo a diventare obiettore. L’aspetto etico-religioso è davvero la motivazione principale, o serve solo a mascherare un fine più utilitaristico?
È evidente come le carriere di chi sceglie l’obiezione di coscienza siano spesso più facili, avvantaggiate. I non obiettori – quando in netta minoranza nella struttura ospedaliera – vengono in qualche modo isolati dai colleghi cattolici e dalla lobby annessa (CL in Lombardia), e vedono sfumare pian piano la prospettiva di una carriera: non solo si troveranno destinati ad attività di manovalanza e alla quasi esclusiva pratica di IVG a discapito delle altre attività ostetrico-ginecologiche, ma vedranno allontanarsi anche la possibilità di promozioni: non è un caso che i primari non obiettori di coscienza siano una rarità.
In questo articolo ho cercato di riassumere la complessità del tema dell’obiezione di coscienza, e di spiegare il contesto che ha spinto Laiga e Planned Parenthood a sottoporre il caso italiano all’attenzione del Comitato Europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa.

Naturalmente il Governo Italiano ha tentato di bloccare il procedimento chiedendo proprio al Consiglio d’Europa di dichiarare inammissibile il ricorso. Richiesta bocciata, a differenza del ricorso che viene invece dichiarato ricevibile.
La prossima tappa è il 6 dicembre, termine entro il quale il nostro governo dovrà inviare le proprie argomentazioni, a cui farà seguito la risposta della Planned Parenthood entro il 17 gennaio 2013.
Staremo a vedere se l’intervento europeo aiuterà l’Italia ad uscire da questa assurda situazione di negazione di diritti e libertà.

Fonte: XXDonne

Donazione Corrispondenza romana