L’insurrezione sunnita in Siria

(di Carlo Manetti) Gli ultimi eventi siriani, vale a dire l’insurrezione armata contro il regime ba’athista del presidente Bashar Hafez al-Assad, si presenta come il punto di incrocio di due conflitti interni al mondo islamico. Da un lato, esso è il prolungamento delle cosiddette Primavere arabe, vale a dire delle insurrezioni armate contro i regimi di nazionalismo socialista arabo, insurrezioni volute dall’Amministrazione statunitense del democratico Barak Hussein Obama.

Esse rappresentano, nei fatti e nella strategia, la presa del potere da parte di quelli che, per comodità giornalistica, possiamo definire integralisti islamici-sunniti. L’appoggio delle Amministrazioni democratiche statunitensi all’integralismo sunnita trova la sua mente in Zbigniew Brzezinski ed ha portato l’Amministrazione Clinton alla creazione del primo Stato islamico in Europa dopo la cacciata dell’impero ottomano (Bosnia-Erzegovina); all’inedita nascita dell’islamismo terrorista in Somalia; alla creazione dei talebani ed alla loro presa del potere in Afganistan, ai danni del regime uscito dalla vittoriosa resistenza antisovietica; all’infiltrazione dei servizi segreti pakistani con elementi dell’integralismo deobandi (fondamentalismo sunnita del subcontinente indiano), fino al loro controllo dei medesimi ed all’organizzazione del colpo di Stato che ha portato al potere il generale Pervez Musharraf su posizioni islamiste ed anti-indiane, poi repentinamente mutate dopo il cambio di alleanze dell’Amministrazione Bush e la conseguente invasione dell’Afganistan.

Tale politica ha condotto l’Amministrazione Obama a realizzare le suddette Primavere arabe, che rischiano di vedere il fondamentalismo sunnita al potere dal Marocco allo Yemen, con l’eccezione dell’Algeria, dove la sanguinosissima guerra civile, succeduta al colpo di Stato del Fronte di Liberazione Nazionale (11 gennaio 1992) e perduta dagli islamisti, ne ha decimato il numero e colpito la capacità politica e militare in maniera tanto grave da non consentire loro di sfruttare questa occasione.

Dall’altro lato, questo conflitto segna un ulteriore tappa nello scontro che, fin dalla morte di Maometto (570 ca-632), contrappone i sunniti agli sciiti. Si potrebbe quasi dire che gli eventi siriani siano il prolungamento della guerra Iran-Iraq e dell’invasione statunitense della Mesopotamia. All’indomani della rivoluzione che depose lo Scià di Persia ed installò, in luogo del Trono del Pavone, la Repubblica Islamica dell’Ayatollah Ruhollāh Mustafā Mosavi Khomeyni (1902-1989), le monarchie wahabite della penisola arabica, nel timore di un contagio nei confronti delle loro minoranze sciite, hanno persuaso Saddam Hussein Abd al-Majid al-Tikriti (1937- 2006) ad invadere l’Iran, finanziando in gran parte l’operazione. Contro il pericolo sciita, il sunnita Ba’ath iracheno ed il fondamentalismo wahabita trovano un’alleanza, sostenuta da tutto il mondo arabo, con l’unica eccezione della Siria.

L’appoggio siriano a Teheran è dovuto al fatto che il Ba’ath al potere a Damasco è controllato dagli Alawiti, una setta sciita. Con l’invasione statunitense dell’Iraq, il potere in quel Paese passa dalla minoranza araba sunnita, di cui il Ba’ath iracheno era espressione, alla maggioranza sciita, sia pure con vastissime autonomie per le regioni settentrionali a maggioranza curda. È questo il punto di maggior forza raggiunto dagli sciiti, nella loro contesa con i sunniti nell’area mediorientale.

Ecco che l’insurrezione siriana rappresenta anche una significativa controffensiva sunnita. La questione religiosa si dimostra, anche nello scacchiere islamico, come l’elemento principe e come il fattore scatenante e determinante delle relazioni internazionali seguite al periodo di ibernazione culturale ed identitaria della Guerra Fredda. (Carlo Manetti)

Donazione Corrispondenza romana