L’identità europea nel 2024: crollo o rifondazione?

Europa, cercasi politici con la spina dorsale
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Il 28 dicembre scorso è morto a Parigi il banchiere francese Jacques Delors (1925-2023), presidente in quota socialista della Commissione europea per tre mandati consecutivi (caso unico finora) tra il 1985 e il 1995, considerato uno dei padrini politici dell’Ue in quanto megastato tecno-finanziario continentale. Prima di approdare a Bruxelles l’ex capo servizio della Banca di Francia aveva ricoperto la carica di ministro dell’Economia (1981-1984) sotto la presidenza del cofondatore e poi segretario generale (1971) del Parti socialiste (PS), François Mitterrand (1916-1986).

Durante i suoi tre mandati alla guida della Commissione Ue, Delors elaborò e mise in atto la progressiva espropriazione della sovranità popolare attraverso l’istituzione del Mercato unico, la ristrutturazione della politica agricola comune e la predisposizione dell’Atto unico europeo, degli accordi di Schengen e soprattutto di quel il Trattato di Maastricht che istituì formalmente l’Unione europea, ponendo anche le basi per la creazione dell’euro.

Come denunciato a suo tempo dal prof. Roberto de Mattei, allora presidente del Centro Culturale Lepanto, in una lettera consegnata a Strasburgo a tutti i parlamentari europei l’11 maggio del 1992, il “progetto Delors” e il Trattato di Maastricht che ne ha costituito il passaggio decisivo hanno dissimulato con argomentazioni apparentemente “tecniche” l’espropriazione delle sovranità nazionali in quanto «la perdita da parte degli Stati europei della sovranità economica e monetaria significa in realtà la cessione di un elemento essenziale della sovranità politica».

Alla vigilia del 2024, che sarà il più grande anno elettorale di sempre perché si voterà in 76 Paesi del mondo oltre che per il rinnovo del Parlamento europeo, è lecito chiedersi se l’identità del Vecchio continente che dal Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa avrebbe dovuto avere il colpo finale (2003), dopo la morte di personaggi come Valéry Giscard d’Estaing (1926-2020) e Delors e il probabile crollo degli apparati che ne hanno continuato l’opera come quello macroniano, se non siano mature le condizioni per una rifondazione

Chi potrà proporre e guidare l’auspicabile rifondazione europea? Tendenzialmente i politici e dirigenti appartenenti ai partiti e movimenti di centrodestra, più o meno definiti o qualificabili come sovranisti, accomunati dall’avversione alle ideologie europeiste/pianificatorie veicolate nell’ultimo quarantennio dall’asse catto-socialista a Bruxelles, spesso nascoste dietro protagonisti o progetti “tecnici”.

Con la corsa alla Casa Bianca partita da diversi mesi ormai (si voterà per il 60° presidente degli Stati Uniti il 5 novembre 2024), è significativo che di qui al prossimo giugno, quando l’UE andrà al voto per rinnovare il Parlamento di Strasburgo, si potrebbe avere la prospettiva di un ritorno di Trump al Pentagono e di una predominanza dei Governi di centrodestra nel Vecchio continente rispetto a quelli di centrosinistra (attualmente siamo 12 a 8, con 6 esecutivi “centristi” ed uno, la Slovacchia di Robert Fico, non facilmente collocabile in quanto non prevedibile l’evoluzione del suo partito Smer, tradizionalmente orientato a sinistra ma con recenti posizioni sovraniste e filorusse).

Attualmente i Governi guidati da partiti di destra nei 27 Paesi UE sono tre: Italia, l’Ungheria di Viktor Orbán ed i Paesi Bassi del probabile nuovo premier Geert Wilders. Gli esecutivi composti da coalizioni nelle quali un partito conservatore è predominante sono invece nove: Croazia (Andrej Plenković), Grecia (Kyriakos Mitsotakis), Cipro (Nikos Christodoulidis), Lituania (Ingrida Šimonytė), Lettonia (Evika Siliņa), Svezia (Ulf Kristersson); Irlanda (Leo Varadkar), la Finlandia (Petteri Orpo), e Repubblica Ceca (Petr Fiala).

I Governi centristi, più o meno orientati verso il centrodestra o il centrosinistra ma comunque promotori o succubi della tecnocrazia europea, sono sei, ovvero: l’Austria (Karl Nehammer), il Lussemburgo (Luc Frieden), il Belgio (Alexander De Croo), la Bulgaria (Nikolaj Denkov), la Polonia (Donald Tusk) e l’Estonia (Kaja Kallas).

Paesi UE di centrosinistra sono otto: la Francia (Élisabeth Borne nominata da Macron), la Germania (Olaf Scholz), la Spagna (Pedro Sánchez), Malta (Robert Abela), la Slovenia (Robert Golob), la Danimarca (Mette Frederiksen), il Portogallo (António da Costa) e la Romania (Marcel Ciolacu). Fra questi si presume che la fine del decennio di egemonia dei socialisti in Portogallo alle elezioni politiche che si terranno il 10 marzo 2024, probabilmente faranno venir meno uno dei puntelli principali dell’asse catto-socialista europeo (l’attuale premier dimissionario da Costa, segretario generale del Partito Socialista, guida continuativamente il Paese lusitano dal 26 novembre 2015!).

La decadenza delle radici e quindi dell’identità europea richiede comunque di verificare e correggere i fattori culturali e valoriali che hanno minato tanto le prime quanto la seconda nel corso degli ultimi quattro decenni. La crisi è di civiltà, non di sistemi economico-monetari. Prima i leader e sostenitori dei partiti di centrodestra se ne renderanno conto e meglio sarà, soprattutto alla luce della partnership sempre più forte tra Cina e Russia.

Per quanto riguarda il nostro Paese, oltre alla sfida culturale appena accennata, se ne pone un’altra non meno decisiva per essere protagonisti della rifondazione europea. Si tratta della unione nello stesso gruppo parlamentare a Bruxelles di Fratelli d’Italia e Lega. Per Giorgia Meloni e Matteo Salvini, infatti, essere tagliati fuori, in quanto divisi in due distinti e minoritari gruppi parlamentari europei, dai meccanismi decisionali di Bruxelles pur essendo al Governo in Italia, potrebbe logorare l’alleanza interna fornendo un insperato argomento di critica pesante per le opposizioni, almeno in prospettiva… 

Non sarà rinfocolando la fiamma antieuropeista nel 2024 che si potrà uscire dal “progetto Delors”, ma condividendo un percorso strutturato di riforma, su basi identitarie e intergovernative, dell’Unione europea. Questo tanto più in chiave nazionale in una fase come l’attuale in cui il pensiero politico del maggiore partito della sinistra, il Pd, e quindi quello di Elly Schlein e collaboratori, sembra ripercorrere le medesime strade di Romano Prodi sulla presenza-succube o comunque non paritaria, dell’Italia nell’Ue.

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