Liceità dei vaccini: approfondimenti morali

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(Tommaso Scandroglio) Uno dei molti dubbi sorti intorno alla liceità morale dell’uso dei vaccini ricavati da feti abortiti, tema che abbiamo affrontato qualche settimana or sono da queste stesse colonne, riguarda la relazione tra sperimentazione su embrioni (vivi), ritenuta eticamente non accettabile, ed uso di materiale biologico per fini terapeutici (come nel caso dei vaccini), uso considerato moralmente lecito. In breve: perché sarebbe da condannare la sperimentazione sugli embrioni ed invece da accettare la produzione ed uso di vaccini ricavati da quegli stessi embrioni?

Avvaliamoci di alcuni esempi. L’atto materiale di estrarre alcune cellule staminali dall’embrione nello stadio precocissimo di blastocisti è informato dal fine buono della ricerca (fine prossimo) per trovare (fine secondo) possibili cure a varie patologie. Il fine di suo è buono, ma a questo effetto buono si accompagna, tra i molti, un effetto moralmente negativo. Nella stragrande maggioranza dei casi l’embrione morirà o comunque subirà gravissimi danni alla sua integrità fisica. Dunque già qui potremmo dire che non vi è proporzione tra effetti positivi, minimi, ed effetto negativo, di notevole gravità. L’atto allora sarà giudicato dalla ragione come inefficace proprio perché le modalità dell’atto (maggiori effetti negativi rispetto agli effetti positivi) non sono consone al fine buono e lo snaturano facendolo diventare malvagio.

Però si potrebbe così obiettare: se con il sacrificio di un embrione potessimo salvare 1.000 vite allora il gioco varrebbe la candela perché gli effetti positivi supererebbero quelli negativi. Ma c’è un inciampo. Il ricercatore non ha chiesto il permesso alla persona, nel suo stadio di sviluppo embrionale, per sperimentare su di lei, né può essere richiesto ai genitori perché non si possono sostituire al figlio in questa scelta personalissima. La mancanza di consenso rientra nelle modalità dell’atto ed è una di quelle circostanze che possono eticamente incidere sul fine ricercato, sulla natura dell’atto trasformandola da astrattamente buona in concretamente malvagia. Così l’Istruzione Donum vitae della Congregazione per la Dottrina della Fede: «la sperimentazione non direttamente terapeutica sugli embrioni è illecita. Nessuna finalità, anche in se stessa nobile, come la previsione di una utilità per la scienza, per altri esseri umani o per la società, può in alcun modo giustificare la sperimentazione sugli embrioni o feti umani vivi, viabili e non, nel seno materno o fuori di esso. Il consenso informato, normalmente richiesto per la sperimentazione clinica sull’adulto, non può essere concesso dai genitori i quali non possono disporre né dell’integrità fisica né della vita del nascituro» (4).

Il fine voluto denominato «ricerca» diventa nel concreto, a causa della mancanza di consenso, «reificazione» del nascituro. In altri termini la specie morale (il che cosa vado a compiere) non è più sperimentare/ricercare/curare ma reificare, ossia cosificare la persona. Quindi si usa, si abusa di una persona perché non si rispetta la sua dignità. Né più né meno di quello che accadeva con gli esperimenti condotti dai nazisti su ebrei, persone disabili, etc. Così la già citata Donum vitae: «Usare l’embrione umano, o il feto, come oggetto o strumento di sperimentazione rappresenta un delitto nei confronti della loro dignità di esseri umani che hanno diritto allo stesso rispetto dovuto al bambino già nato e ad ogni persona umana» (4).


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Di contro invece, tenendo altresì in conto di altri accorgimenti che incidono sulle modalità dell’atto che qui non possiamo indicare, una sperimentazione su persona consenziente è lecita. Ad esempio la sperimentazione dei vaccini su volontari è lecita, nel rispetto di alcune condizioni tra cui, appunto, il consenso. Dunque la sperimentazione sugli embrioni vivi – eccetto nel caso in cui la sperimentazione sia orientata ad un fine terapeutico a vantaggio dell’embrione stesso –  è un atto malvagio. Invece un intervento di carattere terapeutico sull’embrione, preceduto anche da un eventuale atto di sperimentazione, è di per sé atto moralmente lecito, stante l’assenza di consenso, perché non si usa strumentalmente la persona per un beneficio di cui lei non godrà, ma l’effetto positivo della guarigione andrà a suo vantaggio: la persona, in questo caso, non sarebbe mezzo, ma fine. Sempre la Donum vitae dichiara: «Ogni essere umano va rispettato per se stesso, e non può essere ridotto a puro e semplice valore strumentale a vantaggio altrui» (5).

Facciamo ora il caso che questa illecita sperimentazione è stata ormai compiuta. Da questa sperimentazione si ricavano dei dati di conoscenza: le potenzialità delle cellule staminali, le caratteristiche inerenti alla capacità di replicazione, l’uso efficace in alcune terapie di queste cellule, etc. Questi dati sono buoni o malvagi? Potremmo dire che, dal punto di vista morale, sono astrattamente neutri. Sono effetti materiali derivanti da un atto illecito, ma che di per se stessi sono eticamente neutri. Dipende da come useremo, nel concreto, queste conoscenze scientifiche. Dunque bisogna distinguere un atto malvagio dagli effetti materiali che promanano da esso e che potranno poi essere usati per il tramite di un’azione buona o di una malvagia. Ad esempio è noto che spesso lo Stato sequestri case appartenenti ai mafiosi. Quelle case sono frutto di azioni criminose, ma di per se stesse quelle case, dal punto di vista morale, non sono né buone né malvagie. E dunque quelle abitazioni possono essere usate, se non sequestrate, dai mafiosi per progettare al loro interno degli omicidi, oppure venire utilizzate, se sequestrate, come biblioteche, case di accoglienza per i poveri, etc.

Per analogia accade così anche per le sperimentazioni. Non solo i dati di conoscenza sono moralmente neutri e quindi possono essere usati da altri ricercatori per finalità buone o malvagie, ma anche il materiale biologico ricavato da simili ingiuste sperimentazioni è di per se stesso eticamente neutro (tralasciamo, perché non pertinenti, le riflessioni sulla bontà intrinseca di ogni ente). Se dopo tali iniqui esperimenti un ricercatore decidesse di usare questo materiale biologico, ad esempio per produrre vaccini, compirebbe un’azione immorale? No, a patto di rispettare alcune condizioni. In primo luogo dobbiamo appuntare che gli ostacoli morali prima esistenti quando trattavamo del caso di sperimentazione su embrione vivo ora sono scomparsi. Da una parte non vi sarebbe più il rischio che l’embrione muoia perché, ahinoi, è già morto. Su altro fronte, per procedere alla sperimentazione, non si dovrebbe più richiedere il suo permesso perché non saremmo di fronte ad una persona, dato che questa è morta, bensì al suo cadavere o parti del suo cadavere, il cui rispetto non necessita sempre del consenso del defunto (pensiamo per analogia a ciò che accade con le autopsie, in genere condotte senza consenso della persona defunta), ma necessita però del consenso dei genitori se individuabili. Però ci sarebbero altre condizioni da rispettare per evitare che questo tipo di ricerca diventi atto malvagio. Ad esempio il fine di far ricerca (il fine di conoscenza) potrebbe essere accompagnato (modalità dell’atto) dalla svalutazione da parte del ricercatore dell’identità e dello statuto dell’embrione, atteggiamento mentale che porterebbe il ricercatore a considerare il materiale biologico oggetto di esperimento non come resti mortali appartenenti ad una persona defunta, ma come mero materiale organico. Allora la ricerca su questi tessuti non sarebbe condotta con il dovuto rispetto che si deve prestare alle spoglie mortali di una persona, ma con il medesimo atteggiamento che si ha verso un animale o una cosa.


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In secondo luogo, anche se la ricerca fosse animata da questo rispetto, occorrerebbe, in ossequio al criterio di efficacia e necessità, fugare l’idea nell’opinione pubblica che tali sperimentazioni reifichino l’embrione, ossia occorrerebbe evitare lo scandalo, dichiarando ad esempio che l’embrione è già persona, che i suoi resti mortali meritano rispetto, che si è contro le sperimentazioni su embrione vivo, etc. Senza questi accorgimenti, infatti, non si potrebbe escludere che gli effetti negativi dello scandalo potrebbero superare per importanza quelli positivi prodotti dalla ricerca. In tal senso, se fosse possibile e se fosse ugualmente efficace (stato di necessità), si dovrebbero battere altre piste di ricerca che non usano materiale biologico proveniente da embrioni. A maggior ragione quando la ricerca, compresa quella per mettere a punto dei vaccini, viene fatta su linee cellulari provenienti da aborti, perché in questo caso all’effetto «reificazione» si sommerebbe l’effetto incentivante l’aborto.

I criteri appena indicati vengono così sintetizzati dalle Istruzioni Dignitas personae e Donum vitae della Congregazione per la Dottrina della Fede: «Una fattispecie diversa [rispetto alla ricerca su embrione vivo N.d.A.] viene a configurarsi quando i ricercatori impiegano “materiale biologico” di origine illecita che è stato prodotto fuori dal loro centro di ricerca o che si trova in commercio. L’Istruzione Donum vitae ha formulato il principio generale che in questi casi deve essere osservato: “I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo” (4)» (35). Dunque, a rovescio, se si rispettano questi vincoli la sperimentazione è lecita.

In sintesi la sperimentazione su embrione vivo è illecita, eccetto nel caso in cui la sperimentazione si orienti ad un fine terapeutico a vantaggio dell’embrione stesso. Questa sperimentazione può produrre alcuni effetti materiali, in astratto moralmente neutri, che nel concreto possono essere oggetto di azioni buone o malvagie. Le azioni malvagie possono essere anche quelle di ricercatori che, violando i criteri di efficacia e necessità, rispettano le spoglie mortali degli embrioni o feti ma che non evitano lo scandalo o che, pur evitandolo, avrebbero potuto scegliere altre sperimentazioni ugualmente efficaci che non avrebbero interessato embrioni o feti. (Tommaso Scandroglio)


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