Lettera di Marcello Pera al Direttore del Corriere della Sera

(di Marcello Pera su Corriere della Sera del 04-07-2012) Un’assemblea costituente per superare lo stallo del paese

Caro direttore,
il Senato della Repubblica è impegnato in una difficile sessione dedicata alla riforma della Costituzione. Dopo che la «strana maggioranza» aveva concordato un testo che manteneva l’attuale regime parlamentare con alcune correzioni, improvvisamente Pdl e Lega si sono accordati su un altro testo: forma di Stato federale e forma di governo presidenziale.

Per ora è stato approvato il federalismo e tra qualche giorno dovrebbe essere votato anche il semipresidenzialismo, con la conseguenza che il testo morirà il giorno stesso in cui sarà (se lo sarà) licenziato dal Senato. Eppure Dio solo sa quanto di questa revisione abbiamo bisogno. Mi limito a richiamare due ragioni. La prima riguarda l’Europa. Tutti hanno visto, anche se nessuno ci si è soffermato, che mentre il Consiglio europeo approvava nuove misure anticrisi, al Bundestag si discuteva del Fiscal compact, la cui approvazione richiedeva la maggioranza qualificata di due terzi. Perché lì sì e da noi no?

Perché, a suo tempo, la Costituzione europea fu sottoposta a referendum in Francia e in Olanda e ad ampie discussioni in Germania e altrove e invece in Italia passò dopo brevissima e sonnolenta discussione in Parlamento, senza alcun coinvolgimento dell’opinione pubblica? E probabile che il nostro europeismo sia solo euroverbalismo, ma è possibile che, quando si tratta di cessione di sovranità, la Costituzione italiana sia pressoché silente? La seconda ragione è interna al nostro sistema e riguarda la sua efficienza. Abbiamo una Costituzione il cui Titolo V è chiamato impropriamente federalismo: come tutte le cose fatte a metà e in fretta, sta creando disfunzioni e costi di ogni tipo.

Abbiamo un presidente del Consiglio che è un primo fra pari: non può decidere neppure sui suoi ministri. Abbiamo un presidente della Repubblica che fu concepito come rappresentante della nazione senza poteri politici: la situazione oggi vuole che sia diventato, con o contro la sua volontà, il primo decisore politico. E abbiamo un regime parlamentare in cui il governo dipende dalle decisioni dei gruppi: oggi il Parlamento è chiuso, perché si riunisce solo quando il governo emana decreti e ne chiede l’approvazione con voto di fiducia.

Non sarebbe necessario che su questi punti la Costituzione, anziché ambigua, fosse esplicita? Inutile dire che ormai tutti riconoscono che il nostro testo costituzionale ha in gran parte esaurito la sua storia. Inutile richiamare gli insuccessi dei tentativi di riforma che si sono succeduti negli ultimi decenni. E inutile anche osservare che in questo fine legislatura nessun intervento serio è possibile, tante sono le divisioni e tante sono le tentazioni di usare questi tentativi per altri scopi, tipicamente elettorali, come se una costituzione fosse uno strumento di lotta politica.

Per chi ancora avesse dubbi in proposito, valgano le parole realistiche del presidente Napolitano: ora non si può fare pressoché nulla. Convinto anch’io che oggi sia impossibile intervenire e però che l’intervento sia necessario, ho presentato in modo del tutto autonomo un disegno di legge di revisione costituzionale per ottenere un risultato certo domani. La mia idea è radicale ma semplice. Quando a primavera del prossimo anno si tornerà alle urne, si elegga, assieme a Camera e Senato, un’Assemblea costituente.

Composta di 75 membri incompatibili con il mandato parlamentare e con qualunque incarico pubblico, votata con sistema proporzionale puro, l’Assemblea dovrà redigere il testo della nuova Costituzione entro dodici mesi. Dopo di che, entro i tre mesi successivi, si terrà un referendum senza quorum. A quel punto il testo nuovo entrerà in vigore nei tempi e modi fissati dall’Assemblea.

Essenziale, nel mio disegno, è la proroga del mandato dell’attuale presidente della Repubblica: esso scadrebbe solo il giorno della promulgazione dei risultati del referendum. Le ragioni sono due. Una è obiettiva: non si può a primavera eleggere un presidente della Repubblica che giura su una costituzione che poi sarà cambiata dall’Assemblea costituente. L’altra ragione è subiettiva: l’attuale presidente della Repubblica è l’unica figura che, per autorevolezza e consenso, sia in grado di accompagnare e garantire la transizione al nuovo regime. Per questo ho previsto che sia il presidente della Repubblica a indire le elezioni dell’Assemblea costituente, e a convocarne e presiederne la prima riunione.

In questa proposta vedo grandi vantaggi. Tra questi, primo, si avrebbe un risultato certo, perché un testo sarebbe comunque approvato nel tempo indicato. Secondo, il testo nuovo rappresenterebbe un nuovo patto di tutti gli italiani, perché tutti ne sarebbero coinvolti, prima con l’elezione dell’Assemblea, e dopo con il referendum. Terzo, le forze politiche avrebbero finalmente l’opportunità di discutere di questioni alte, e fin da oggi potrebbero concentrarsi sulla sola legge elettorale, ma stavolta con la consapevolezza che essa dovrà essere congruente con la forma di governo che hanno in mente di sostenere nell’Assemblea costituente.

Quarto, tutte le varie ipotesi per lo più estemporanee che in questi mesi si sono sentite – presidenzialismo, semipresidenzialismo, premierato, sfiducia costruttiva, federalismo, bicameralismo, eccetera – acquisterebbero finalmente dignità e serietà perché dovrebbero essere inserite in un testo organico nuovo e non come appendici a un testo vecchio che solitamente mal le sopporta. Quinto, e se posso essere sincero, prolungare il mandato dell’attuale presidente ci risparmierebbe quel bagno di sangue che ci aspetta a primavera prossima per l’elezione del nuovo presidente, e tutti quei giochi che, in attesa e preparazione di quell’evento, già segnano la nostra vita politica quotidiana.

Ho un’ambizione, non la nascondo. Vorrei vedere il popolo italiano che, proprio nel bel mezzo della sua crisi più grave dal dopoguerra, si guarda in faccia, si interroga, discute e infine adotta un nuovo patto per stare assieme e darsi un’identità. Perché, ne sono convinto, questa della nostra identità nazionale è una sfida spirituale e morale assai più grave e più rischiosa della crisi economica e finanziaria. Questa crisi sarà dura, seminerà lacrime, farà ingiustizie di ogni tipo, ma infine passerà. La nostra identità di italiani, il nostro sentimento nazionale, il nostro destino, invece dovrebbero restare.

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