L’equivoco su cui si fonda la “lotta al patriarcato”

L’equivoco su cui si fonda la “lotta al patriarcato”
FONTE IMMAGINE: Open (https://www.open.online/)
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In questi ultimi giorni, nel nostro paese (e non solo), si è assistito ad una capillare e violenta escalation di voci contro il cosiddetto “patriarcato”. Ad innescare la miccia della “rivolta” sono stati da un lato l’omicidio di Giulia Cecchettin, la 22enne veneta uccisa dal suo ex fidanzato e dall’altro l’uscita del nuovo film dell’attrice e regista Paola Cortellesi, C’è ancora domani, ambientato nella Roma del 1946, esplicita condanna di una società ritenuta “patriarcale e maschilista”, ingiusta e violenta nei confronti delle donne.

Non è intento del presente articolo soffermarsi su un’analisi approfondita di quanto sta avvenendo e perché, ma una cosa è certa: siamo davanti ad un attacco coordinato e organizzato volto a distruggere quanto è rimasto in piedi della cultura cattolica sulla famiglia. Risulta dunque utile cercare di rispolverare quali siano i reali elementi di questa cultura, spesso odiata e attaccata da chi, di fatto, non la conosce se non in modo caricaturale e falsato dall’assordante narrazione dominante. Tutte le discussioni sull’argomento rimangono volutamente in superficie perché l’uomo del nostro tempo non scorga l’incredibile bellezza e naturalità della famiglia. Soprattutto, perché non scopra le reali ragioni per cui la Chiesa ha sempre difeso questa istituzione naturale, donando al mondo l’immenso tesoro del suo insegnamento morale in merito. Proviamo quindi a ricordarlo, nella speranza che chi legge possa, se non amarlo, quantomeno apprenderne l’esistenza.

Come di consueto, ci faremo aiutare da un personaggio che ha approfondito il tema, alla luce della scienza filosofica e morale. Il prof. Regis Jolivet (1891-1966), docente all’università di Lione, nel suo libro dedicato alla Morale Speciale (Trattato di Filosofia, vol. V. Morale (II) (tr. it. Morcelliana, Brescia 1960), dedica un ampio capitolo proprio al tema della morale familiare, nel più ampio ambito della morale sociale (pp. 184-239). Dapprima, egli definisce cosa sia la società familiare (o società domestica), rimarcandone due aspetti distinti: «essa è in primo luogo la società formata dagli sposi (società coniugale), e secondariamente la società formata dai genitori e dai loro figliuoli (società paterna). L’una e l’altra compongono insieme la famiglia» (p. 185). Citando san Tommaso (Eth., VIII, c. XII) essa può essere definita come «gruppo di persone le quali praticano l’aiuto reciproco quotidiano fronteggiano d’accordo le necessità correnti della vita, mangiano al medesimo desco e si riscaldano al medesimo focolare».

Jolivet tratta le diverse teorie sull’origine della famiglia, dimostrando che essa è un’istituzione di diritto naturale: dire questo «equivale a dire che essa è un’esigenza della natura e delle conseguenze naturali delle relazioni sessuali. Infatti, le leggi stesse alle quali la natura ha sottoposto la propagazione della specie umana provano che l’unione dell’uomo e della donna, per rispondere a tutte le esigenze della sua finalità, deve essere stabile, e cioè costituire, non un accostamento passeggero, come accadrebbe in un regime di promiscuità, ma, nel vero senso della parola, una società» (p. 193).

Rimandiamo ad un successivo articolo la trattazione sui fini naturali della famiglia, perché per il momento preme sottolineare l’equivoco cardine su cui si basa la cultura anti-patriarcale contemporanea. Tale equivoco si gioca sulla confusione dei due piani su cui è possibile valutare la relazione tra i due sposi: quello di natura e quello gerarchico. Infatti, afferma Jolivet, l’uomo e la donna sono uguali per natura. C’è chi pensa che la Chiesa abbia insegnato una “inferiorità” della donna rispetto all’uomo ma, a ben vedere, non è così. Spiega Jolivet che la donna «non è un essere inferiore: ella possiede la stessa natura umana dell’uomo, con tutte le perfezioni essenziali che la definiscono: intelligenza, sensibilità e libera volontà. Quindi l’uomo e la donna sono uguali davanti all’amore» (p. 208).

Il matrimonio, d’altro canto, «non è un’istituzione che favorisca la schiavitù femminile e che permetta all’uomo di ridurre la sua compagna allo stato di domestica o, peggio ancora, di strumento di piacere: esso è, come abbiamo detto, per sua stessa essenza, il dono reciproco di due vite, operato liberamente dai due coniugi, e su fondamento di perfetta uguaglianza e di dignità personale assoluta, dono che di conseguenza determina per entrambi un eguale dovere di fedeltà reciproca» (p. 208). Ecco perché, film come quello di Paola Cortellesi, possono forse rispecchiare casi particolari e malati, ma non certo incarnare i princìpi di cui la Chiesa si è fatta portavoce nei secoli. Aggiunge giustamente il prof. Jolivet che da tali princìpi «deriva, da un lato, che l’esclusione dell’amore extraconiugale è altrettanto rigorosamente necessaria per l’uomo quanto per la donna, e dall’altro che la donna conserva, nel matrimonio, gli stessi diritti, inalienati ed inalienabili, al rispetto del marito, come il marito li reclama per sé; così come deriva pure che la debolezza fisica della donna e la sua sensibilità più viva, debbono crearle un diritto maggiore alle attenzioni ed alle finezze dell’affetto maritale» (p. 208).

Questo piano di uguaglianza per natura non va confuso però con l’uguaglianza dei sessi, che rimangono specificamente distinti. «Uguali in umanità ed in dignità, i due sessi sono ineguali nella società coniugale, in quanto questa, come qualsiasi società, esige, con la distinzione delle funzioni, da un lato l’esercizio della autorità, e dall’altro la sottomissione e l’obbedienza» (p. 209).

Il prof. Jolivet descrive anche quali sono le caratteristiche e i limiti dell’autorità maritale e dell’obbedienza muliebre. Infatti, precisa, «è evidente che non si può parlare, per la donna, di una subordinazione di schiava, in cui la moglie, ridotta alla parte di strumento passivo delle volontà d’un padrone, dovesse lasciare ogni iniziativa ed ogni spontaneità. L’ubbidienza che le si domanda deve al contrario essere il frutto dell’amore che ella riceve e dell’unione profonda delle volontà. Essa presuppone dunque che l’uomo, investito dell’autorità da parte della natura, la eserciti con tutti i riguardi richiesti dalla dignità della donna, pari alla sua propria, e cioè con quello spirito di amicizia la cui caratteristica è di produrre l’uguaglianza e di unire i cuori nel compimento dell’opera comune» (p. 209).

Da qui si constata quanto la narrazione femminista sia caricaturale, scambiando volutamente l’aspetto di equilibrata subordinazione con una schiavitù che nulla ha a che vedere con l’insegnamento cattolico sul punto. L’esito di questo equivoco è l’esacerbazione degli animi.

Prosegue il filosofo, affermando che «se l’autorità spetta all’uomo, più forte, più stabile nel suo umore, più ricco di sangue freddo e di energia, più adatto all’iniziativa ed alla decisione, (…) ciò non significa che la donna non debba rappresentare una parte attiva» (pp. 209-210). Vi sono anche dei casi «in cui proprio la donna possiede, moralmente, le qualità virili e deve esercitarle per il bene comune della famiglia, venendo meno il marito, la sposa apporta nella comunità le ricchezze del cuore e della dedizione, le intuizioni e le finezze della sua estrema sensibilità. Ella raffina l’uomo, spesso brusco, violento e maldestro; gli comunica lo spirito di dolcezza e di pazienza. Soprattutto, è in ogni circostanza il suo consiglio e il suo appoggio, e quasi la sua coscienza, più esigente e delicata» (p. 210). Laddove, dunque, il marito è il capo della famiglia, la donna ne costituisce il cuore. Non v’è l’uno senza l’altro.

Ed è bellissimo che la donna eserciti questo influsso proprio per mezzo dell’amore «il quale, anche nella sottomissione, è l’effetto dell’uguaglianza che si esplica secondo le proporzioni richieste dalla differenza dei sessi e delle funzioni. Infatti, l’ordine tra gli sposi, prima ancora d’essere un ordine giuridico, è un ordine di vita, che non ammette l’indipendenza né dell’uno né dell’altro coniuge, perché essi formano insieme una sola e medesima vita, una sola e medesima persona morale» (p. 210). La bellezza della verità sulla famiglia, sull’uomo e sulla donna, sul loro amore, merita di essere riscoperta, proprio nel momento in cui è più attaccata e vilipesa.

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