L’epoca del “martirio bianco”

(di Cristina Siccardi) Lo spettacolo blasfemo di Romeo Castellucci e il bestemmiante film del regista Ulrich Seidl, proiettato nell’ultima edizione del Festival del Cinema di Venezia, non sono altro che il prodotto di una società completamente laicizzata, che divora e rigetta continuamente, in un’infernale macchina del peccato, persone, idee, merci. Questa macchina ha un solo grande nemico, del quale ha terrore: la Verità portata da Gesù Cristo; ecco perché il Cristianesimo, con i suoi simboli, viene oltraggiato e sfigurato costantemente e pubblicamente: questa è la civiltà che con orgoglio presenta con una mano la democrazia e con l’altra ripudia e pugnala le sue radici cristiane.

Ma dove sono i battezzati, i comunicati, i cresimati pronti ancora a difendere il loro Credo? Ci sono cristiani che si scandalizzano per ciò che viene reso pubblico sul fondatore dell’Islam, ma non si scompongono per ciò che riguarda la loro religione… Sono davvero pochi coloro che hanno il coraggio di proteggere le verità cristiane, essi sono i “martiri bianchi”. Siamo nell’età della cristianofobia e delle persecuzioni, sia cruente che incruente. Le vittime di queste ultime sono disposte a rimanere isolate e defraudate, subendo continui colpi morali e psicologici pur di stare al fianco della Fede professata.

Ci fu un cardinale nel XIX secolo, uno dei più grandi missionari di tutta la storia della Chiesa, che subì questo tipo di martirio, il servo di Dio Guglielmo Massaja O.F.M. Cap. (1809-1889), che denunciò a gran voce il liberalismo dell’Europa. Egli scriveva il 18 novembre 1855 ad un suo confratello: «forse mi credono morto? Non faccio che scrivere lettere e gridare e gridare che sono ancor vivo, eppure credo che già mi abbiano fatto i funerali, perché più nessuno pensa a me…». In migliaia si presentano sulle piazze, quando si tratta di proclamare i “diritti” del vizio e del disfacimento (divorzio, aborto, eutanasia…) e ciò è considerato legittimo. Quando, invece, qualcuno si permette di denunciare le blasfemie contro la Cristianità, allora viene considerato un integralista. Non si parla più di peccato di omissione, eppure la Chiesa non lo ha depennato e viene recitato nel Confiteor della Santa Messa. Il fedele non può rimanere insensibile e non può indossare l’impermeabile della durezza di cuore: il silenzio è omissione.

Scriveva san Massimiliano Kolbe (1894-1941): «bisogna inondare la terra con un diluvio di stampa cristiana e mariana, in ogni lingua, in ogni luogo, per affogare nei gorghi della verità ogni manifestazione di errore che ha trovato nella stampa la più potente alleata; fasciare il mondo di carta scritta con parole di vita per ridare al mondo la gioia di vivere».

Di questa opinione era anche san Giovanni Bosco (1815-188), significativo apostolo contro la bestemmia, che con le sue Letture Cattoliche arrivò a migliaia e migliaia di persone al fine di individuare e denunciare l’errore: le sue parole non erano certo tenere e neppure politicamente corrette; egli, infatti, usava il salutare bastone del pastore e le sue pecorelle ne erano felici. Benedetto XVI ricorda: «anche la Chiesa deve usare il bastone del pastore, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. (…) non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore, vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore» (Omelia, 11 giugno 2010).

Seguire il Signore significa partecipare della Sua Croce, quella che il mondo laicista disprezza. Sotto la Croce si trovavano e si trovano i fedeli, rimasti davvero fedeli, per lenire e consolare i Cuori di Gesù e dell’Immacolata. (Cristina Siccardi)

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